La Vineria Tirabusciò di Siena

Davide e Francesca gestiscono un piccolo nido di ghiottonerie a lato della via dello sciame turistico, a breve distanza dalla Pinacoteca e dalla piazza del Duomo di Siena.

Il locale è predisposto per gustare veloci pranzi e ampie sfiosità come vari crostoni, le acciughe sotto pesto alla senese, il lampredotto all’uccelletto accompagnato dalla polenta, i taglieri con gli insaccati della Macelleria Chini, il tonno e le acciughe di Cetara, la colatura di alici, formaggi d’eccellenza da tutta Italia ed Europa, più pappa al pomodoro e una gran bella versione di ribollita.
Ampia scelta di vini di ogni regione, oltre ovviamente un’ampia scelta dalla Toscana, con un occhio attento a piccole cantine di artigiani con conduzione biologiche dei vigneti.

Ai piatti si sposa magnicamente un calice di Vernaccia di Alessandro Tofanari.

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“Alba Etrusca” la mostra di Renato Ferretti a Palazzo Patrizi

Ai tempi, il dono di maggior pregio consisteva in una bottiglia d’olio o di vinsanto ma sempre con l’avvertenza che tale bottiglia, una volta consumato il contenuto, tornasse indietro, segno della preziosità dell’involucro, segno di una sana sobrietà nei consumi.
Dall’avvento di una società massificata che produce oggetti che danno benessere fino all’istante in cui se ne compra un altro, si ergono persone che nello scarto vedono una risorsa, provano un’ispirazione, sentono un’altra forma vibrare e creano un’ emozione.

Nasce nel segno che niente si butta ma tutto si trasforma, quel meraviglioso cavallo con le crini al vento: viene dai cerchi di barriques che dopo una sosta di vino, venivano gettate ai fiori o al fuoco.
Un cavallo orgoglioso, che afferma il suo carattere ribelle e dignitoso abbassando gli occhi, pensando a chi, non ha sentito gli speroni nei fianchi, ma per carattere, non se ne cura.
Un cavallo, che ovunque è stato, ha portato premi e gratificazioni a chi lo ha creato.
E poi si passa da un’arte rupestre di grande spazio e veduta, come le pietre dipinte nelle vigne in giro per il Chianti dove spiccano il gallo e la carica dei cavalli di San Felice, la rondine e il gallo di Vertine, le scene di Pontignano e vari altri, più un grande gallo fatto  di cerchi di botte che canta nel cortile di Badia a Monastero.

Poi la passione e la fantasia, poi l’ansia mai doma di conoscere e trasformare materiali in figure, parabole in dipinti, idee esplosive che scaturiscono da tombe e pitture etrusche vecchie di millenni.

Nascono i galli indomiti, a becco chiuso, eleganti e riflessivi se cantare o meno in tempi in cui si insinua la paura nella gente per anestetizzarla e guidarla.
Sfondi delle tombe di Chiusi, Tarquinia, la meravigliosa quadriga infernale di Sarteano, il buttero di Murlo, le porte di Volterra.
Il canto del gallo va conquistato, la sua posa, la sua sagoma, il portamento, non lasciano dubbi: sta a voi umani dissipare il giorno dalle tenebre, a me il compito di ufficializzarlo.
Diceva Margareth Tatcher che: ” Il gallo può cantare, ma è la gallina che fa l’uovo” non capendo che l’uno senza l’altro non valgono niente, segno che senza rapporti calorosi, il mondo prende il segno dei tempi che corrono.
Una mostra introdotta magnificamente dal punto di vista storico e contestuale da quel fenomeno della natura del professor Mario Ascheri e da Giuseppe Ciani, dall’impeto artistico e narrativo coinvolgente e pieno come una battitrice di grano.
L’ispirazione, le uova e il canto, combaciano nelle fusa amorose di Renato e Stefania.
Al pubblico, la soddisfazione, di vedere, applaudire, criticare se, se ne presenta il modo.
“Alba Etrusca” di Renato Ferretti, Palazzo Patrizi Siena (Galleria Olmastroni, via di Città), dal 3 al 17 novembre, dalle ore 10, alle ore 18.30 di ogni giorno,

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A cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale

A cento anni esatti dall’armistizio di Villa Giusti, che mise fine alla carneficina di uomini strappati al lavoro della terra di ogni nazionalità.
Pochi invasati siti in ogni nazione, accesero una delle follie più efferate dell’umanità.
Se ne celebra la fine, si celebra la Giornata delle Forze Armate,mentre poco lontano il profumo della porchetta e del capo invernale trattiene una maggior folla al mercato straordinario della domenica.
Il picchetto d’onore con la rappresentanza di ogni Arma, la Carabiniera più dolce e più bella d’Italia in alta uniforme, le varie associazioni, la corona d’alloro apposta all’interno dell’asilo monumento in ricordo dei martiri senesi di quella guerra, il saluto del fresco assessore Michelotti in rappresentanza del sindaco De Mossi (ancora a piangere, per la mancata vittoria del Nicchio nel Palio straordinario) invece che dell’Amministrazione Comunale e della città intera, la lettura del messaggio del Presidente della Repubblica Mattarella, denso di una retorica all’uopo, tipica del raffinato galantuomo che anche ci crede. Il saluto del nuovo Presidente della Provincia Franceschelli, toccato nel ricordo di un nonno mutilato in quell’orrore, le parole lucide e schiette del Prefetto di Siena, dottor Armando Gradone:” Mai più commettere gli errori del passato, mai più odio”.
L’alza bandiera, il nostro inno, la Canzone del Piave, Simone Bezzini, noto consigliere regionale, che non si perde una celebrazione, una ricorrenza, un’inaugurazione, un battesimo e una comunione.

Intanto una bella mostra organizzata a Siena, si trova nel museo della Brigata Sassari.

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Pellegrinaggio a casa di Giorgio Perozzi

“A quest’ora il Perozzi finisce il suo lavoro di capo cronista, ed esce dal giornale per andare a casa. Ah, il Perozzi sono io. Son talmente abituato a sentirmi chiamare “Il Perozzi” dai colleghi, e soprattutto dagli amici, che quasi ho dimenticato che mi chiamo anche Giorgio.

L’idea di andare a rinchidermi, dopo una notte intera passata al giornale non m’attira per nulla. E poi è vero che oggi non mi va di stare solo, ci vorrebbe qualcuno con cui ridere, parlare, ma non una puttana… un amico. Ecco, gli amici!!!

Quelli si, proprio una gran voglia di vederli, di stare con loro qualche ora, ma a quest’ora l’unica è andare a casa.
Ah, ma è tornato il figliolo del Perozzi, eh si, è la sua, solo il figliolo del Perozzi può mettere l’impermeabile alla macchina.

No, no, io non lo sopporto, specie in una giornata come questa. Quando penso alla carne della mia carne, chissà perchè divento subito vegetariano”.

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Cartoline dalla Berardenga

“Se ammetterai che la merda in fondo non è cattiva, dovrai mangiarla minimo due volte al giorno.”
Tocca scomodare persino il geniale Ennio Flaiano, per inviare una cartolina da un posto  bellissimo, ma afflitto da sconsiderati, per rimarcare con forza come la perseveranza nel calpestare regole, civile convivenza (e montagne di sanzioni accumulate mai pagate), sia un premio all’arroganza di chi utilizza uno spicchio di storia regolamentata al traffico e alla sosta, come proprio parcheggio a piacimento, bloccando l’accesso sia ai mezzi di soccorso che al passaggio dell’Ecomaratona del Chianti.
Facendosi beffe sia dell’Amministrazione Comunale, sia della Polizia Municipale.

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Il Corriere di Siena incorona Michele Pescini primo cittadino di Castellina in Chianti

corriere di siena 1 novembre, michele pescini sindaco di castellina

Quando si tratta di giornalismo d’inchiesta, il Corriere di Siena ha l’autorevolezza del Washington Post sul caso Watergate, ma quando si tratta di “Tope d’appartamento” o di meticolose indagini sulle piazzole dove “Trombare in campagna“, il quotidiano senese, lo supera con ampio rigore.

Nella politica locale invece barcolla, perchè lanciando la notizia su un eroe della Prima Guerra Mondiale celebrato a Castellina, incorona Michele Pescini (sindaco di Gaiole) primo cittadino del paese.
Marcello Bonechi, condottiero dell’amministrazione comunale castellinese, è furente come Bud Spencer in “Lo chiamavano Trinità” per essere accostato in qualche modo al collega che rivendica con orgoglio la sua chiantigianità.
Per Marcello Bonechi, il Chianti non esiste, c’è solo un unico Consorzio gallato che cerca di espandersi con le viti, pian, piano, fin verso il mare.

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Il Pan de’ Santi del forno di Gaiole

Agrodolce

Non hanno molta dimestichezza con il letto e con il riposo Giovanni e Antonietta e come loro tutte le persone che esercitano la professione di “panaio”.

Se la mattina ben prima delle sette, sono già disposti sugli scaffali panini, pizza, dolci, pani all’olio e normali, fruste e donzelle è perchè nel cuore della notte si lievita, si impasta e si cuoce per realizzare questa grazia profumata che viene dal grano.
E nel periodo dei Santi, rifacendosi alla vecchia maniera e ricetta del Pan de’ Santi presa in eredità dal Franci, si materializza questo dolce che si sposa a meraviglia sia con il vino che con il vinsanto.
Si differenzia dalla ricetta senese (il grande eno – gastronomo Giovanni Righi Parenti dice che nasce nella Contrada del Nicchio, famosa per perdere i Pali ordinari e straordinari) per l’assenza di pepe e per la presenza di anice e una spruzzata di cannella.
Di un colore un po’ più scuro, con feroci maledizioni (ai santi) quando si arriva a mangiare l’ultimo pezzo.

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La svinatura del canaiolo e del sangiovese delle viti nuove

La tecnologia è quella ruspante di chi fa il vino da sempre e funziona per fare grandi vini da bere invece che da spiegare.

Prima la svinatura del canaiolo e una parte di sangiovese, con una punta di uva bianca, poi la svinatura del sangiovese che corrispnde a una vigna nuova in cui viene raccolto l’uva per la prima volta. Anche qui con dentro uno scarabocchio di trebbiano.
Ne fuoriescono dei profumi che abbracciano tutte le vie di Vertine, infatti, gli indigeni, ma soprattutto i turisti di passaggio, non possono fare a meno di essere trascinati e guidati  dall’aroma beverino.
Che dopo essere stati in cantine che paiono centrali nucleari o industrie belliche, sono muti e fulminati dalla semplice eseguità dei modi.
Una pompa, uno scolapasta, qualche cassetta da uva, una pressa di antica fattura e quel fluido di viola e ciliegie per aria, che quando finisce nei bicchieri rallegra lo spirito e la voglia di mettersi a tavola, gettando nel multimateriale tutte le bischerate vengono dette a proposito del vino. Fonte: Vinix

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Gaiole a corsa verso il Chianti Storico

a corsa nel chianti

Nei giorni scorsi la Commissione Affari Istituzionali della Regione Toscana ha ricevuto il sindaco di Gaiole in Chianti, Michele Pescini e l’intero consiglio comunale del noto paese borraneo, al fine di spiegare in audizione le ragioni della proposta di modifica della denominazione comunale in “Gaiole in Chianti Storico“.

Istanza che nasce dal basso per la difesa dell’identità di un territorio (Chianti) alquanto svilito nella sua collocazione e percezione accanto ad ogni singola vite piantata in ogni angolo della Toscana.
Richiesta di indire un referendum affinchè la popolazione decida questa nuova forma di denominazione affinchè si affermi l’idea che il Chianti è di chi lo abita e ci vive e non di singole iniziative commerciali che hanno tutto l’interesse a fregiarsi di un nome che all’estero è la terza parola italiana più conosciuta dopo “pizza” e “ciao”.
La Regione Toscana, nei prossimi giorni, si riserverà di ricevere gli altri sindaci del Chianti per approfondire la loro opinione.
Se si tratta di Radda e Castellina è cosa veloce, se interpellano ogni sindaco che si crede nel Chianti, non basterà l’intera legislatura per ottemperare allo scopo.

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L’angolo del pomicione

“L’angolo del pomicione”, così battezzato da chi lo ha creato e lo cura, definendo il correre delle foglie di viti americane su una scalinata di pietra, lasciando sempre trasparire il bianco degli scalini, la balza di edera e ginestre, una ringhiera di ferro ondeggiante ed essenziale, ogni giorno con vista al tramonto.

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