Un pensiero per Giuseppe Gavazzi, artista e restauratore

Se ne è appena andato Giuseppe Gavazzi : un grandissimo restauratore di opere d’arte, il suo curriculum è infinito come quello di un grande doppiatore del cinema che presta l’infuso della sua voce a chi con il suo idioma ha già creato l’opera, ma la deve rendere comprensibile e durevole nel tempo.
Simone Martini, Ambrogio Lorenzetti, Benozzo Gozzoli, il Sassetta, Beccafumi, il Sodoma ecc. sono gli artisti le cui opere sono state rigenarate e spedite al futuro dalla maestria di Giuseppe Gavazzi, il cui lavoro è pari a quello di Emilio Cigoli, Gualtiero De Angelis, Pino Locchi, Giuseppe Rinaldi, Renato Turi, Arturo Dominici, Corrado Gaipa, Cesare Barbetti, Ferruccio Amendola e tanti altri, nella storia del cinema, i cui personaggi – con quella voce – sono colonne della memoria.

Sfumature della vita che possono essere riprodotte con la scala gerarchica dei colori riprodotti dalle essenze minerali e vegetali della terra e racchiusi nell’essenza di una scala cromatica in crescendo, racchiusa in una infinita quantità di barattoli di vetro ex marmellate, macerazioni o conserve.
La ricetta il cui risultato finale produce il colore nelle infinite sfumature, la pietra miliare o il bivio di un’opera di un qualunque materiale che prende la luce nella mente e le mani mettono in opera.

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Il fiasco di Chianti di Enrico Fermi conservato a Chicago

Con questo fiasco bevuto si entra nella storia importante risalendo la china indietro di ottant’anni, a quegli eperiment nucleari che portarono alla costruzione del primo reattore nucleare a Chicago.
Non era la bottiglia bordolese il sinonimo di vino chiantigiano nel mondo, bensì lo era il fiasco nel suo formato da litro, con la sua impagliatura e il suo profilo grassottello.
Per cavare il vin dai fiaschi degli americani, ci pensò il perseguitato in patria Enrico Fermi, un fisico notevole che mise a punto la scienza nucleare.

Quel fiasco riporta nell’etichetta tutte le firme di quanti contribuirono a quello studio che permise di arrivare alla scissione nucleare e al suo triste uso.
La scienza progredì. l’umanità un po’ meno, ma venne messa – con orrore -la parola fine alla Seconda Guerra Mondiale e ai pazzi uomini e motivi che la scatenarono.
Ma ogni volta che compare la dizione “Chianti” su un foglio o su un fiasco, si entra come sempre nel solito ginepraio: “Imbottigliato da Francesco Bertolli a Castellina in Chianti frazione di Monteriggioni”.
Il che tradotto vuol dire imbottigliato nello stabilmento di Castellina Scalo che non è Chianti, ma comune di Monteriggioni.
A riprova del sostenere che nomi, storia e geografia sono importanti per non generare confusione che nasce sempre con un punto di vista commerciale.

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Felsina, il viale di agapanthus, rose e ortensie hydrangea

Tre versioni di bianco stagionale fanno da viale di accesso ai cancelli sempre aperti della Fattoria di Felsina.
Splendide versioni di roselline bianche, ortensie “Palla di neve” hydrangea, alti stecchi di agapanthus che lentamente vanno a formarsi nella loro forma completa.

Un sublime modo di accogliere le persone che arrivano per una degustazione di vini presenti in ogni catalogo per appassionati, un tocco di classe che accompagna la passeggiata di quanti aspettano la sera affinchè il sole plachi la sua furia, per ristorarsi in questo paradiso terrestre aperto a chiunque arrivi carico di buone intensioni e sentimenti affinati.

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Il pozzo di Tofano… un cornuto insoddisfatto

La storia narra di un ricco aretino di nome Tofano, al quale fu data in moglie la bella Ghita. Lei, scontenta del compagno geloso e ubriacone, lo tradì. E l’uomo, sospettando l’infedeltà, la chiuse fuori di casa. Ma con astuzia e un astuto stratagemma, Ghita fece in modo di rendere Tofano “cornuto e mazziato”

Via dell’Orto è una delle strade del centro storico di Arezzo più affascinanti e fotografate dai turisti. Sul lato che guarda via dei Pileati, poco prima della piazzetta Madonna del Conforto e di fronte a Casa Petrarca, l’elemento che la caratterizza è il pozzo più celebrato della storia aretina, il cosiddetto Pozzo di Tofano.

Secondo la tradizione, è quello citato da Giovanni Boccaccio nella quarta Novella della settima Giornata del Decamerone”, l’opera massima del grande poeta toscano del Trecento e uno dei capisaldi della letteratura italiana e mondiale di tutti i tempi.

La storia narra di un ricco aretino di nome Tofano, a cui “fu data per moglie” la bella Ghita. Notate il virgolettato, perché il Boccaccio ci fa subito capire che la fanciulla non aveva avuto voce in capitolo sulla scelta del marito, come del resto era prassi a quei tempi.

La donna, esasperata dalla gelosia del consorte che non amava ma a cui era sempre rimasta devota, decise di procurarsi sul serio un giovane amante che incontrava tutte le notti, dopo aver indotto il compagno a ubriacarsi. La cosa, tra l’altro, non le rimaneva particolarmente difficile, visto che Tofano aveva il vizio di bere.

A volte si portava lo spasimante in casa, altre sere usciva dopo aver messo a letto il marito sbronzo, per tornare dopo aver soddisfatto i propri piaceri. Accortosi che qualcosa non quadrava nei comportamenti della compagna, l’uomo escogitò uno stratagemma per coglierla sul fatto e svergognarla di fronte a parenti e vicini.

Una sera, fingendosi alticcio, attese l’uscita della moglie infedele e sprangò la porta. Quando al suo ritorno trovò l’entrata sbarrata e il consorte alla finestra, Ghita lo supplicò di farla rientrare perché era stato tutto un malinteso. Di fronte all’ennesimo diniego, minacciò di affogarsi, onde evitare di essere schernita in pubblico per qualcosa che non aveva commesso.

“Se tu non m’apri, io ti farò il più tristo uom che viva” sentenziò, ricordando che della morte avrebbero incolpato lui e il suo continuo alzare il gomito. Nel buio simulò la caduta nel pozzo vicino a casa, gettandoci una grossa pietra. Tofano uscì di corsa, pensando realmente al suicidio, ma l’astuta ragazza entrò lesta nell’abitazione, serrando a sua volta l’uscio. Quindi si affacciò e prese ad accusare a squarciagola il marito, accusandolo di rincasare tardi e brillo ogni sera. Il vicinato fu svegliato dalle grida e il disgraziato si ritrovò sotto le ingiurie di tutti, compresi i parenti di lei che nel frattempo erano accorsi per prenderlo a bastonate. Della serie “cornuto e mazziato”!

In seguito Tofano e Ghita si riappacificarono. L’uomo promise di non essere più geloso e le dette persino il permesso di appagare i suoi godimenti extra coniugali, a patto che lui non se ne accorgesse. Occhio che non vede, cuore che non duole, direste voi.

A ricordarci questa divertente storia c’è ancora oggi un pozzo medievale, rifatto in pietrame concio nel XVI secolo a spese del Magistrato cittadino, come ricordava lo studioso Alessandro Del Vita in una vecchia guida novecentesca. Nel 1958 la Brigata Aretina degli Amici dei Monumenti dedicò una lapide all’episodio boccaccesco e una quindicina d’anni fa il pozzo fu ristrutturato nell’ambito del master europeo Equal, dedicato alla formazione di operatori nel settore del restauro.

I giovani restauratori operarono sulla pietra arenaria che compone il manufatto, materiale tipico dell’architettura di Arezzo ma facilmente attaccabile da agenti atmosferici e gas di scarico, contribuendo a mettere in sicurezza un luogo sospeso tra realtà e fantasia che continua a incuriosire tanti visitatori. Fonte: UP Magazine Arezzo.

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Il Palio di Ismaele Nones

Palio dedicato all’ottocentesimo anniversario dalla scomparsa di San Francesco di Assisi che nel corso della sua breve vita ha visitato Siena ben tre volte non accompagnato da guida turistica, ma da una fede fuori da ogni canone per l’epoca, con risvolti moderni analizzabili presso il Pian d’Ovile.
L’autore del Palio Ismaele Nones è un giovane artista nato a Trento nel 1992 (malignamente l’anno in cui vinse l’Aquila per l’ultima volta) famoso per essere un iconografo per la riproposizione di opere antiche (prive di prospettiva) in una forma moderna graficamente accattivante.
Questa l’opera che andrà alla Contrada vincitrice del Palio 2 luglio 2026.. Lamma permettendo. Tiepidi applausi.

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Giobbe Covatta, spettacolo alla Villa Chigi Saracini

Dopo l’apertura affidata al Bruscello storico, il Chianti Festival torna in uno dei luoghi più significativi del territorio della Berardenga con lo spettacolo “70 – Riassunto delle puntate precedenti”, scritto con Paola Catella.
Il costumista di Giobbe Covatta non ha dovuto sostenere un grande sforzo per vestire l’attore in scena, dato che Giobbe ha recitato scalzo, con maglietta e pantaloncini corti, suscitando una forte invidia nel folto publico presente.

Una Villa che nella sua terrazza, si presta magistralmente a questi spettacoli dove convoglia l’unico venticello fresco che la sera soffia su Castelnuovo.
Dalla religione all’ambiente, dall’emigrazione ai rapporti famigliari, un’ironia graffiante che rasserena e diverte, pur tenendo conto di quegli scorbutici che gestiscono il mondo.

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Berardenga, spunta una brutta antenna alle Balze di Caspreno

Magari non è questo il posto giusto per piantare una lunghissima antenna di cemento armato e acciaio per la telefonia mobile.
Poco prima dell’abitato di Montaperti, proprio all’incrocio della Strada Provinciale 111/A – uno sterrato che in un meraviglioso susseguirsi di curve e ondulazioni – conduce a Castelnuovo Berardenga.
In quel niente di coltivazioni diverse e colori diversi a seconda delle stagioni, quell’immenso traliccio stona notevolmente.
Non che quell’antenna sia inutile e non serva, ma c’è modo e modo – e soprattutto luogo più defilato- dove piantarla.

A proposito di paesaggio e della sua salvaguardia. Fonti:Il Gazzettino del ChiantiIl Cittadino.

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Beretta, trattamenti nella vigna con il drone

I suoni della campagna sono molteplici e tutti molto ben identificabili per chi ha le orecchie allenate a distinguere fra le varie sfumature dei canti degli uccelli, il suono delle frasche nel vento, il frinire delle cicale, un decespugliatore in lontananza, un trattore a svolgere varie mansioni il che produce ogni volta un rumore diverso.
Ma uno strano vibrare – non identificabile tra i suoini noti – induce ad affacciarsi su quella meraviglia di vigna a terrazze che è sotto al Coltalebolle (nei pressi di Vertine).
Un drone che gira sopra le vigne di Beretta (ma non le sta bombardando a dispetto del nome) si muove in un ordine logico passando a breve altezza sopra i filari delle viti, procedendo a fare un trattamento sanitario alle piante… un mezzo non comune in questi paraggi.
La tecnologia e la scenza fanno ogni giorno passi da gigante: in questo caso non si brucia gasolio, si emette poco rumore, non si assoda la terra da continui passaggi.
Il serbatoio dei prodotti da irrorare sulle viti non è ampissimo, varie volte il velivolo atterra, viene rifornito e riparte dal medesimo filare che aveva lasciato.
Per questa nuova frontiera dei vigneti, c’è da leggere questo articolo su AgroNotizie.

Fonte: Il Cittadino.

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La volpe di Vertine studia come fare i volpotti

Alla romantica luce radente del tramonto – sotto al noce dell’omonima curva – la volpe spazzatrice che da due giorni ha cambiato orari per venire in paese, si scopre improvvisamente che ha di meglio da fare che venire a sgrannochiare cortecce di pane, fette di polpettone o cosci di pollo lasciati dal Pipa.
Sotto l’omonimo noce – in quel pathos di atmosfera idilliaca – il volpe con la codina secca gliele dava secche con la compagna dalla coda erotica e fluente.
Appena si vedranno arrivare a Vertine i nuovi volpotti, ci sarà da fare la cena per festeggiare i piccoli nuovi arrivati con un menù a base di pollo e di gallina.

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Un pensiero per Padre Damiano

Per indole e vocazione Padre Damiano si è sempre occupato delle preoccupazioni e dei dolori altrui.
Per bontà d’animo e modo di essere, si è sempre distinto come una presenza sapiente che ha a cuore il suo gregge.
Ha ricordi e radici lontane nei quali anche la sua affidabile e austera Punto non lo può portare.
Di quelle radici si è appena esaurita la presenza di una pianta madre e vitale e chiunque gli voglia bene, lo abbraccia forte in questa stagione della vita.

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