Matteo Renzi e il rosatellum 2017

matteo renzi panino lampredotto foto da gastrolabio

Finalmente ci s’è fatta a farlo finire di bollire. Verso la metà di settembre con la mi’ socera sè colto l’uva della su’ pergolato davanti casa dove si fa colazione e la sera spesso ci si cena quando non sono a giro.
C’ha una vite d’albana, una di trebbiano e il rimanente dovrebbe essere sangiovese: s’è messa coi raspi senza schiccolalla direttamente nel vecchio tino di vetro resina, la mi socera l’ha pestata come una volta coi piedi gnudi e s’è aspettato qualche ora.

Quando il colore ci garbava s’è preso il colino da brodo del lesso (per non farci andare bucce e fiocini) e s’è fatto uscire il mosto che s’è messo in una bigoncia che gli ha prestato il postino.
Un colorino vispo rosso corallo che subito dopo poco ha principiato a fermentare, poi d’improvviso, dopo un paio di giorni, con il babo la mi socera s’è accorta che la bollitura s’era fermata e non si capiva bene che fare, un c’andava certo di buttar via tutto.
Telefono a Cotarella per sapere che si doveva fare e ci dice che l’uva di quest’anno è parecchio carica di zucchero e le fermentazioni procedono a rilento o si fermano come è capitato a noi.

Ci dice di metterci un certo tipo di lievito, non da pane o la presa dei dolci della Bertolini come credevo io, per far ripartire il  mosto a bollire.
La mi’ socera mette i lieviti nell’acqua tiepida, li fa infervorare e poi li versa nella bigoncia.
Riparte la fermentazione lenta, lenta, perchè s’è messo il fusto in fondo al garage dove c’è freschino sempre, e lentamente qualche stillina di carbonica dietro l’altra, siamo arrivati a ier sera che s’è sentito il mosto seccato.

S’è travasato e messo a pulito, poi d’inverno c’ha detto Cotarella di tenello fuori quando fa freddo per farlo spogliare, un so’ che vol dire, ma si farà.
Ne scapperà qualche trecentina di bottiglie, si farà un’etichettina col nome Rosatellum da bere con gli amici insieme al lampredotto, di certo, come con il Rosatello Ruffino, bevuto freddo, non sarà malvagio.

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I lunghi singhiozzi dei violini d’autunno

Si apre il cuore di monotono languore, confacente a una stizza desolata quando i giorni saranno scanditi da un maggior buio nel quale il volo di una rondine puntigliosa avrà per meta il tepore di un camino acceso di quercia più che le distese colorate e parsimoniose, forgiate dalle carezze di ottobre.

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Battuta di caccia al fagiano

Un terreno brullo, pieno di ginestre e ginepri dentro al quale scorrazza un cane bianco da penna, seguito, quando non è visibile, dal suono inconfondibile del campanello al collo.
La disposizione a triangolo dei cacciatori, permette, avanzando sul terreno la possibilità di colpire il fagiano da qualsiasi posizione esso frulli per aria.
La stessa disposizione che sarebbe deleteria se adoperata dalla triade Fantozzi – Calboni – Filini, per la loro incolumità e per l’incolumità altrui  nel raggio di vari chilometri intorno.
Qui l’avanzamento sul terreno non porta buoni frutti, stando in campagna si è quasi perso il suono del fagiano quando si alza in volo o va a dormire e la manovra a triangolo con il cane, comporta solo il fatto di aver trascorso qualche ora all’aria aperta senza l’assillo di dover per forza riempire il carniere.

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La follia del susino in fiore

Uno splendido autunno, di fatto continuazione dell’estate che se di notte e di prima mattina comporta l’uso di panni consoni al tempo, durante l’allargarsi del sole, consegna temperatura fuori ordinanza che fanno aprire d’improvviso i fiori dei susini.

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Il ghetto di Roma

Il ghetto ebraico di Roma, oggi luogo alla moda pieno di vita quotidiana e notturna, ristorantini, grandi artigiani, set cinematografici come l’ultimo spassosissimo film di Francesco Amato con un Toni Servillo spaziale, ma luogo anche di riflessione e memoria.
Una memoria che ritorna al suono di stivali di cuio sul selciato, braccio armato dell’odio che rastrella gente, bamini, donne, persone anziane e storie.
Improvvisamente, dopo un rapido passaggio, le voci, le genti, gli amori, vengono rapiti anche se, fino a qualche giorno prima, i 50 kg di oro consegnati ai farabutti ariani che dovevano con questi garantire una simil pace alle persone del ghetto, fecero arricchire solo i loro aguzzini.

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Il bacio dell’Ecomaratona del Chianti

In un ottobre bizzarro quanto bellissimo con i susini in fiore e le temperature estive, l’unica cosa rimasta intatta, vera e bella, resta di fatto l’amore.

Due atleti di gamba e passo diverso avanzano di pari passo nella strada bianca all’interno di quella magia estetica di Podernovi, casale facente parte dei possessi e dei vigneti del castello di Brolio.
Un uomo e una donna: due giovani che affrontano insieme una tappa della vita lunga ben quarantadue chilometri, ma che rimarrà ben impressa fra i loro ricordi più belli, fra quelle vigne che non intendono far ingiallire le foglie e tantomeno perderle.
La richiesta di essre immortalati mentre si uniscono delicatamente in un bacio.

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I volti sulle strade bianche dell’Ecomaratona del Chianti

Podernovi, splendido casale all’interno dei vigneti del castello di Brolio, dove anni indietro si è girato il noto film Io ballo da sola e dove il primo maggio all’interno del casale è stata allestita un’ elegante mostra floreale.

Qui passano dopo varie vicissitudini di strade bianche gli atleti partecipanti alla maratona nel suo classico percorso di 42 chilometri, con ancora tanta strada con irte salite prima di arrivare al traguardo di Castelnuovo Berardenga.
Non c’è partecipante che nella fatica perda il buon umore e la voglia di scherzare, salutare, impennare sguardo, mani e ritmo e c’è chi ne approfitta per smettere di correre e baciarsi nell’epicentro cromatico di una così grande bellezza che scalda i sentimenti.

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