
Eugenio era il primo figlio maschio della famiglia Nuti, a quel tempo aveva tredici anni e aveva trovato rifugio presso una famiglia di Rietine, paese che si trova su una collina di fronte a Vertine.
Avere tredici anni significava già conoscere da tempo la fatica e prevedeva l’essere deportati in qualche campo di lavoro al servizio delle truppe tedesche.
Da Rietine si vede bene Vertine (a quel tempo non c’erano i fitti boschi come ora) e quel pomeiggio infuocato di luglio Eugenio vide bene il paese dove viveva la sua famiglia sotto il bombardamento tedesco.
Venne colto da un malessere profondo e trattenuto e consigliato di non mettersi subito in viaggio per vedere cosa fosse successo..
Arrivò qualche tempo dopo nascosto in un carro di balle e vide il disastro nella parte alta del paese e seppe e vide i feriti (15) e i morti (5) tra cui c’era Valerio, il fidanzato di sua sorella Clara.
Per una piccola comunità quel giorno fu traumatico, segnò la Liberazione,, ma venne pagata a un prezzo altissimo.
La storia è nota: arrivarono le truppe neo – selandesi con dei carri armati all’ingresso, Mariano riuscì a spiegare loro che dentro il paese non c’era nessun tedesco, ma questi erano anocra alla casa del Vallone e vedendo quel movimento di truppe e vedendo gli abitanti che erano nascosti nel rifugio alla chiese e che Don Amos Fallaci invitava a uscire perchè tutto era finito, iniziarono a cannoneggiare. Fu un disastro.
Ottantadue anni dopo gli eventi, questa mattina all’alba e con un grande magone sarà messa la bandiera al Monumento ai Caduti, poi per tutto il giorno ognuno di noi conviverà con un’uggiosa malinconia interiore, un vento ghiacciato che all’interno di uno strazio come la Seconda Guerra Mondiale è niente, ma per un poggetto racchiuso dall’alberese con poche case e poche anime, è sempre una ferita.
Perchè se ancora non si fosse capito la violenza è sempre una pura follia.



















































