La volpina Gigliola

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Un giardino di piante secche alla stazione di Siena

Siamo il paese dei tagli del nastro e delle inaugurazioni con le autorità e la banda musicale, ma troppo spesso ci dimentichiamo celermente di ciò che serve per mantenere quanto si è appena celebrato.
Stazione di Siena: il primo sguardo per chi arriva nella Città del Palio con il treno è una serie di fontane sbiadite create dagli studenti del Liceo Artistico tanti anni fa con i colori delle Contrade, ma da tanti anni si fa fatica a capire cosa siano.
Spostando lo sguardo verso sinistra è impossibile non notare quel grazioso giardino che accompagna l’ingresso verso il mausoleo alle scale mobili.
E’ stata una primavera – estate arida e asciutta, infatti la gran parte delle piante del primo quadrante sono seccate e nel secondo sono a buon punto.

Le tubazioni per l’irrigiazione a goccia ci sono, magari al verificarsi delle prime foglie marroni qualche passante poteva accorgersi che le cose non andavano bene segnalando il guasto a chi di competenza.
Peccato che adesso la salute di quelle piante è molto compromessa.

Fonte: Il Cittadino

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Il programma di “La Berardegna e le sue radici millenarie”

Sabato 3 ottobre ore 16, il racconto della storia di un territorio: Badia a Monastero, Abbazia di San Salvatore a Fontebuona A.D. 867. Interverranno:

Luigi Tei – Priore della Compagnia di Maria del Santissimo Patrocinio

Fabrizio Nepi – sindaco di Castelnuovo Berardenga

Fosco Vivi – Associazione Storia e Arte

Paolo Tiezzi Maestri – Fondatore Istituto Abbazie storiche toscane

Piero Morbidi – La moneta al tempo dei monaci

Michel Scipioni – direttore Ufficio Beni Culturali Diocesi di Arezzo

Sono invitati il Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e Andrea Migliavacca vescovo di Arezzo – Cortona – Sansepolcro, un rappresentante della Congregazione di Camaldoli.

Durante i lavori il Maestro Massimo Tosi presenterà la sua opera pittorica a china con la ricostruzione grafica della Badia fortificata (inizio XVI Secolo) in base a una pianta realizzata da Baldassarre Peruzzi.

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Studiosi tedeschi sul “Sentiero della memoria” di Villa a Sesta

Una emittente televisiva tedesca – nei mesi scorsi – ha trasmesso il film “Shalom Italia” della regista Tamar Tal Anati che narra le vicende di Emmanuel, Andrea e Reuven Anati che compiono un viaggio in Toscana alla ricerca del rifugio nel bosco che li nascose da bambini – insieme a tutta la famiglia – per sfuggire ai rastrellamenti nazisti e alle delazioni nell’inverno del 1943 fino al passaggio del fronte nell’estate del 1944.
Quel viaggio documentato dalla regista li conduce verso Villa a Sesta settant’anni dopo dove i tre fratelli ritrovano alcune delle persone che li avevano aiutati o i loro discendenti e parte una risalita nel bosco dei lecci di fronte al paese per rivedere e ritrovare quella minuscola costruzione dove in otto persone vissero mesi per sfuggire alle persecuzioni razziali, aiutati dagli abitanti che misero il cuore e la testa in ciò che in quei tempi cupissimi pareva loro giusto fare.
Nasce così il “Sentiero della Memoria” dove gli studenti delle Quinte classi dell’Istituto Scolastico Sarrocchi vengono in visita ogni anno.

La proiezione del film da parte della televisione tedesca mette subito in moto la curiosità di alcuni storici e ricercatori di varie località della Germania (Berlino, Colonia, Brema, Hannover) che guidati dal professor Carlo Gentile dell’Università di Colonia (Istituto Martin Buber per gli Studi Ebraici) organizzano una visita di studio in Italia nei luoghi delle stragi naziste – di cui il professor Gentile è uno dei massimi esperti e studiosi -.

Una delle tappe del loro viaggio è Villa a Sesta, il piccolo villaggio della Berardenga che nel corso della sua storia ha sempre avuto uno sguardo a “ciò che è giusto fare” in contrapposizione a “ciò che conviene fare”.
E’ in questa ottica che Archimede Secciani e Vasco Corti condussero la famiglia Anati nel bosco dei lecci e la popolazione locale si adoperò al loro sostentamento in quei momenti difficili e a rischio delle loro stesse vite.
Nella sala del Circolo ARCI di Villa a Sesta gli studiosi hanno assistito alla proiezione del film alla presenza della regista Tamar Tal Anati, per poi arrampicarsi sulla colliina del “Sentiero della Memoria” accompagnati dagli “Escursionisti della Berardenga” e dal professor Giovanni Bianchi nella sua doppia veste di escursionista e di insegnante dell’Istituto Sarrocchi che porta ogni anno glli studenti a percorrere questo tratto di storia.
Una commozione ingombrante accompagnava la salita verso il rifugio anche in chi c’era stato più volte pensando a quanto sarebbe difficile viverci oggi per la siccità di mesi che ha asciugato ogni rivolo di acqua mentre allora gli Anati qui riuscivano a dissetarsi.

Raggiunto il luogo, le parole di Tamar Tal Anati e di Alessandro Tadiello (nipote di Archimede Secciani) erano rotte solo dalla commozione e dal fischiare del vento.
Il ritorno a Villa a Sesta per la regale pasta al sugo, il pollo arrosto con patate e la sensibilità di pasta al pomodoro e sformato di verdure preparato per i vegetariani, cucinati dagli immensi volontari del Circolo, hanno fatto da ristoro e apripista verso il collegamento web con Emmanuel Anati – grande antropologo e studioso di incisioni rupestri, adolescente del 1943 – che nei suoi pimpanti 96 anni ha salutato i presenti e risposto alle domande degli studiosi, ricordando intimamente a ognuno di noi che il mondo non possiamo cambiarlo, ma che attraverso le nostre piccole azioni quotidiane guidate dalla testa e dal cuore, possiamo sempre dare un nostro piccolo contributo per la creazione di un mondo migliore.
La stessa cosa che Archimede Secciani e Vasco Corti fecero nel 1943.

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Il compleanno di Damianone

Intento a spolverare le panche di chiesa per la maratona di messe estive a cui quest’anno ci ha sottoposto nei fine settimana per la gioia delle signore che venivano a pigliare un po’ di fresco in quota.
Si aggiunge un altro anno al pallottoliere di Padre Damiano a cui non si può che augurare una buona vita a colui che buono è dalla nascita in ogni sua azione.

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Un’idea per un vino “Rosso della Berardenga”

Le cantine straboccano di vino invenduto e ogni vendemmia diventa un problema anche se nomi di assoluto pregio si disfanno di parecchia uva a grossisti e imbottigliatori pur di non ingolfare i propri tini e le proprie botti.
I dazi, ma anche e soprattutto un calo dei consumi per fasce di età con i giovani che pasteggiano a base di bevanda con le bollicine di Atlanta e magari a sera si sfanno di gin tonic e americani.

Di certo è che ci si mette anche la stagione a rendere meno beverino e piacevole il vino con questi sempre più fitti bollori: alcol intorno ai 15 gradi e concentrazione rendono la bevanda meno piacevole e in territori come la Berardenga questa è una costante.
Un’idea stravagante ma non troppo potrebbe essere quella di ridare piacevolezza ai vini facendo un piccolo passo indietro nella tradizione.
Caratterizzare il vino prodotto in un determinato luogo al netto di un avvolgente “IGT Toscana” che copre tutta la regione con un più chiaro e rombante “Rosso della Berardenga” aperto nel nome, nei soci e nell’uso a tutti quei produttori che si trovano all’interno del comune di Castelnuovo indipendentemente se fanno parte del “Classico” o dei “Colli Senesi”.

Un piccolo disciplinare che prevedere il luogo d’origine, il fatto che non si possono comprare uve al di fuori del comune per produrre questo vino, il fatto che non possono essere usati altri che vitigni locali nella produzione del medesimo: sangiovese, canaiolo, malvasia nera, foglia tonda… con l’aggiunta a piacere di quantità di uva bianca quali malvasia e trebbiano per stemperare grado e ridare freschezza.

A onor del vero esiste già un’azienda sul territorio della Berardenga – La Lama – che produce un vino con queste caratteristiche e che ha avuto la bella ispirazione di chiamarlo “Indisciplinato” perchè prodotto non secondo le indicazioni del “Gallo Nero” che non prevede l’uso di uva bianca miscelata al Chianti Classico.

Un’idea per caratterizzare il vino prodotto in un territorio bellissimo incastrato fra Siena, il Chianti e le Crete Senesi: la Berardenga dove i vini nascono possenti, le cantine sono piene e l’autunno è alle porte.

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Per “La Nazione” Casole d’Elsa è nel cuore del Chianti

Una distesa di container nel cuore del Chianti” titola il giornale “La Nazione” nelle pagine dedicate a Siena con un articolo di Lodovico Andreucci.
Un tremito che sale, il pensiero per chissà quale altra diavoleria in corso, ma poi leggendo l’occhiello ci si tranquillizza dato che questo fantomatico e abusato termine “Nel cuore del Chianti” non è che una nuova estensione territoriale alla non tanto vicina Casole d’Elsa.
Non che non sia preoccupante una distesa di container per l’accumulo di energia a Pievescola (e infatti il sindaco Andrea Pieragnoli è piuttosto infervorato) ma geograficamente la Val d’Elsa sta al Chianti come il cappuccino degustato con il salame.

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Il cardinale e il capitano (del Nicchio)

Una volta l’anno il cardinale Augusto Paolo Lojudice, si vede invadere la propria bottega e il proprio luogo di lavoro (il Duomo) da un popolo festante fresco di qualche minuto di vittoria per il Palio di agosto.
Bandiere, suono a passo di vittoria di Beethoven, lacrime, abbracci e canto corale in omaggio alla Principale del cardinale in ringraziamento alla vittoria.

Il cardinale accoglie e lascia fare – ancora cercando di capire in che posto strano l’abbia mandato a lavorare l’allora omino bianco argentino Francesco – e si gode con aplomb inglese questa calda invasione numerica di persone che nemmeno alla Messa di Natale vede tutte insieme.
Poi c’è il capitano del Nicchio Fabio Giustarini che ogni volta entra in Duomo è accompagnato da un popolo festante e dalle bandiere blu ornate di conchiglia e di corallo – come avvenne nel 1998 – e con grande umiltà, con grande cuore che batte è lì che stringe mani e si riserva le lacrime per quando sarà nella sua intimità.
Ha il volto e il sorriso scavato dalla vita e dalle ferite che essa presenta il capitano Giustarini, lo si vede, lo si percepisce dai piccoli gesti, dal salutare con gli occhi, dal dire mille cose percepibili con uno sguardo per evitare di dire parole in più o inutili.
Non è giusto indagare, non è giusto infilarsi in storie personali e gettarle in pubblico, non è giusto che uno sguardo così scolpito dalle maree e dal vento diaccio di tramontana sia svelato sopra questi mezzi.
Ma quello sguardo intriga, colpisce, rende apprezzabili anche le brutte giornate, rende felici per la vittoria del Nicchio dopo tanti anni.

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Il camion che perde i rifiuti

Ci sono persone che per educazione e comportamento, non molto si discostano dall’essere ungulati, ma la maggioranza è composta da persone normali che mettono il proprio mattoncino affinchè si viva in un mondo meno incivile e ordinato.

C’è chi diligentemente mette le bucce di banana nel giusto contenitore, così come i barattoli e le buste del latte o le bottiglie, poi passa il camion a raccogliere i vari rifiuti diversificati e inizia il ciclo della trasformazione e del riuso.
Tutto molto bello e naturale, ma capita sovente che i camion che effettuano i trasporti dei rifiuti differenziati perdano parte o gran parte del loro contenuto durante il tragitto per folate di vento con il rischio di un potenziale pericolo per i conducenti di altri veicoli, oltre a essere una frustrante perdita di tempo per i cittadini che coscientemente differenziano i rifiuti.
Buste, fogli di plastica, film avvolgenti è quanto fuoriesce da uno di questi camion durante il tragitto solo perchè il conducente non ha avuto la grazia di chiudere il cassone con il meccanismo che distende il telo di copertura. Qui si è all’uscita di Rapolano Terme della Siena – Bettolle. Fonte: Il Cittadino.

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La Festa a Vertine del 2026

“Il giorno più lungo”, il cui prologo non sono giorni più corti ma ore febbrili dense di preparativi, dubbi, incertezze, colpi di fantasia e ritocchi per riempire una giornata per tutti i gusti all’interno delle mura accoglienti, bastioni al divertimento e alla gioia di vivere.
La passeggiata – curata da Radici in Chianti – fra le vigne e le raffinate “pettate” delle care vigne di Gianluca, con il risgorgare poi in ampie vedute e salite da Vistarenni e San Donato e rientro a Vertine per il pranzo di arista e fagioli.
L’accensione di lavanda, alloro, aghi di pino, cipresso e frasche di leccio del girarrosto con a seguire i giochi dei bambini a nascondino per i vicoletti come quando s’era noi ragazzi.
La storia di Vertine rielaborata da una ricerca di Alfonso Sderci e narrata da Vito De Meo, il bar, quegli arnesi farciti di Nutella che hanno fatto il fumo, cena, gran bella musica in piazzetta del Pipa, e tutto il giorno il mercatino dei collezionisti e degli artigiani… a sera inoltrata discoteca in piazza della chiesa.

Il giorno dopo pare che non sia successo niente, il paese è di nuovo tirato a lucido, brillante di zinnie e gatti malinconici che hanno passato la nottata ad annusare il braciere vuoto di salsicce che si sono sentiti passare davanti senza mai assaggiarle. Arrivederci a tutti al prossimo anno.

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