L’Eroica 2026, Paolo Virgolini il pittore che ritrae Castelnuovo

C’è chi arriva nelle terre senesi fornito di camere d’aria di scorta, borraccia e bicicletta d’epoca e c’è chi segue un gruppo di amici che partecipano all’Eroica munito di colori, tela e cavalletto per dipingere scorci di ineguagliabile bellezza lungo il percorso.

Paolo Virgolini arriva da Forlì e mentre i suoi amici si impolverano sulle strade bianche pianta il cavalletto di fronte alla Macelleria Pini e si mette a dipingere ciò che il grande architetto senese Agostino Fantastici concepì all’inizio dell’Ottocento con la nuova piazza e la chiesa dei Santi Giusto e Clemente.

L’opera lentamente prende forma con dovizia di particolari e in una rapida successione di llinee, colori e colpi di pennello compare su tela una perfetta visione di Piazza Matteotti, comprese le due macchine (bianca e azzurra) parcheggiate propro davanti alla chiesa.

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L’Eroica 2026, Vasco (il Pipa) e il gatto Fastidio

Come quando sul Monte Sante Marie a pochi metri dalla vetta finirono le energie e lì erano schierati decine di fiografi e operatori e rimase in equilibrio e immobile sui pedali per trenta secondi prima di finire in terra e folgorò i presenti con la celebre battuta: “Mica mi avrete fatto una foto?” suscitando una risata collettiva.

Un grande ciclista, un rinomato giocatore di bocce e di scala, un grande battutista accompagnato dall’umiltà di chi la fatica e il divertimento li conosce da vicino e con una serenità d’animo rara.
Vasco di Vertine – il Pipa – il decano dei ciclisti del Chianti, seduto sul muricciola del Parco di Vertine in attesa dell’imbarco per scendere a Gaiole mentre solletica il suo gattone Fastidio… un nome, una garanzia.

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L’Eroica 2026, il ristoro dalle luminose mamme di Radda

Nella capitale del Chianti – con la classe che le contraddistingue – il gruppo delle affiatatissime mamme di Radda si adopera per dare sostentamento ai ciclisti, omettendo di dire agli ignari sportivi che subito dopo il ristoro il percorso si inerpica nella strada bianca prima di rispuntare alle vette ardite di Volpaia.
Giornata di sole radiosa divisa fra dolce e salato con il primo messo in disparte dagli appetiti estremi di quanto dona la gioia al palato una fetta di pane con l’olio o con salame e prosciutto con goccino di vino.
Mille grazie alle mamme dette in tutti gli idiomi del mondo, rimane il dono più bello per questa giornata per loro stancante, ma irrinunciabile.

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Il Convegno sulle origini della Berardenga

Di questo convegno sulle origini della Berardenga – che ha visto la presenza di eminenti ospiti e studiosi – rimangono le tavole del Maestro Tosi sulla Badia cinquecentesca realizzata su fonti documentarie e realizzate con la difficile tecnica dell’acquarello, che prossimante saranno apposte all’ingresso della località monastica che ha dato origine e nome a questo territorio straordinario e delicato come un volo di farfalla con lo sguardo che si posa negli incanti naturali e architettonici realizzati dagli antenati.

Questo viaggio sulle origini della Berardenga ha visto la presenza di Luigi Tei, priore della Compagnia di Maria Santissima del Patrocinio; Fabrizio Nepi, sindaco di Castelnuovo Berardenga; Fosco Vivi, presidente dell’Associazione Berardenga Storia e Arte; Paolo Tiezzi Maestri, fondatore dell’Istituto delle Abbazie storiche toscane; Piero Morbidi, con un intervento dedicato alla moneta al tempo dei monaci; Michel Scipioni, direttore dell’Ufficio Beni culturali e Arte sacra della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, e Dom Ubaldo Cortoni, della Congregazione Camaldolese dell’Ordine di San Benedetto.
Ogni intervento è stato minuzioso di particolari e sfumature che il tempo potrebbe cancellare e la mole di lavoro che ha preceduto la giornata di studi – alla presenza di un foltissimo pubblico – meriterebbe la pubblicazione a futura memoria per chiunque voglia conoscere nel dettaglio il luogo dove vive o per chi – attratto da questa beatitudine – viene in visita o in vacanza nella Berardenga.
All’Amministrazione Comunale, alle Associazioni del territorio, alle aziende, la speranza di vedere un giorno realizzata questa idea che sarebbe bello vedere sugli scaffali d’ingresso della Villa Chigi Saracini fresca dall’essere divenuta di proprietà Pubblica.

Fonte: Il Cittadino.

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L’Eroica 2026, il ristoro a Castelnuovo Berardenga

Scalda il cuore vedere i cancelli aperti e veder passare i ciclisti in entrata e in uscita dalla Villa Chigi Saracini nella prima Eroica che la vede essere diventata patrimonio pubblico.

Un’ estasi per i pedalatori che da lì a breve si riforniranno di calorie in forme diverse per affrontare le ultime salite e discese prima del traguardo finale e sentire in presa diretta con idiomi diversi la meraviglia di aver appena attraversato in bicicletta questo luogo stupendo.
E’ bello vedere L’Eroica lontana dal proprio epicentro gustando gli sguardi affaticati e gioiosi di chi da ovunque si mette in gioco per motivi diversi nel voler affrontare le aspre meraviglie scoscese della Provincia di Siena e fermarsi a gustare affettati, uva e mele, ribollita e tè a bollore nella Piazza Marconi di Castelnuovo Berardenga – organizzati dalla Polisportiva La Bulletta – illuminata di gran buona musica e bel sole.

Fonte: Il Cittadino.

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L’eroico girarrosto del Circolo di Gaiole

Un affiatato gruppo di volontari che mette la propria – sproporzionata – sapienza fisica e gastronomica nel far star bene il prossimo lavorando come bovi per il solo gusto di farlo e contribuire a rendere vivo un Circolo anche quando gli orizzonti di gloria dei mesi invernali sono più sfumati.
Stando ai servizi segreti, sono 280 i polli messi a cuocere sulla brace del girarrosto per gli eroici e i loro parenti, fatti con un sorriso che a pensare alla fatica ci sta dietro, verrebbe voglia di andare ai Caraibi e invece indomiti sono lì – Volontariamente – a cuocere tonnellate di pasta al sugo, patate al forno, panelli con l’uva per fare star bene chi arriva da vicino e da lontano.

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Berardenga, è nato Leonardo di Franc e Caterina

La cicogna ha portato il suo impasto di lievito speciale bussando all’ingresso di Castelnuovo e ha lasciato in dono un fagottino avvolto di celeste che appena ha visto lo stato del mondo fuori dal protettivo guscio di mamma, ha preso a piangere come un ossesso – ma questo è il modo di arrivare di ogni cucciolo che apre gli occhi al dono della vita – e saggiamente prende tempo prima di capire cosa gli succede attorno, scaraventato d’improvviso in un nuovo mondo.

Un dono: un nuovo piccolo bullettaio nato in un territorio bellissimo, venuto al mondo dalle scorze d’arancia candita e di cannella di Franc e Caterina. Buona vita Leonardo.

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Le rose di ottobre

Una volta sarebbe stato tempo da funghi gentili e giallarelle… il patema del rientro a scuola e l’apertura della caccia al fagiano e alla lepre in quelle tipiche mattine brumose che poi portavano pure all’inizio del campionato di pallone.

Allo stato attuale le rose ottobrine sono un vezzo e un vanto – che non ha prezzo e non si paga – per alzare lo sguardo e guardare in cielo dove passa il fragrante adore puntiglioso della rondine piccina.

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Gaiole: colletta per spedire in Burundi le Perpetue

Non è spargendo un po’ di granturco alle galline o stirando una tovaglia d’altare (facendosi bella per quanto si è brava) ad aprire il Regno dei Cieli a chi ogni giorno campa di becerismo, pensieri poco allineati fra loro, ignoranza e supponenza provinciale che negano il diverso, chi ha difficoltà nella vita o non si presta a essere servo o Arlecchino (o leccare le mele a potenti e presunti tali)… perchè è più facile credere di aver ragione – quando fa comodo – che predicare ciò che è giusto al cospetto di ciò che torna meglio.
E’ in questa ottica di riscoperta dei valori cristiani che è stata indetta una colletta aperta a credenti e non del Distretto di San Sigismodo a Buca, per spedire nel Burundi (con biglietto senza ritorno o al massimo con scali verso purgatori intermedi) solo quelle Perpetue aride – becere – e coperte di guazza.

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Selvole… la Svalutescion del Molleggiato

In un libro di ricordi Don Romano Macucci pubblicò un libro farcendolo di ricordi d’infanzia trascorsi nella quiete di Selvole… quiete rotta solo dal frastuono della Prima e l’imminente avanzata della Seconda Grande Guerra.
Era la metà degli anni ’80 e tutto era cambiato nel mondo tranne il trascorrere della vita a Selvole dove non ci si arriva per caso – ma per necessità – dato che dopo il cimitero la strada finisce e pare una metafora o una diagnostica del vivere qui.
Poco dopo la pubblicazione del libro di Don Romano si ebbe la notizia che Adriano Celentano – che all’epoca cavalcava l’onda dei silenzi sui canali televisivi nazionali – aveva preso due case dentro il paese e ciò rianimò la fama del paese e certi abitanti parevano averlo scritto in faccia che venivano dallo stesso paese di Celentano… Alcide era uno di questi.

Celentano nel corso degli anni si è visto molto poco e se la sua presenza doveva servire ad accendere una luce di vivibilità e di strada con sfondo è bene riporre ogni pensiero di gloria dato che gli edifici che prese anni indietro sono un ammasso di rovine come poche altre se ne vedono nel Chianti.

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