

















Commuove come Franz Brunner parla delle proprie montagne nella catena delle Dolomiti, con un trasporto e una conoscenza che non è il frutto di quella presunzione di essere nato nel luogo più bello del mondo e gli altri no, ma perchè in simbiosi a prova di livella di quella natura e di quella storia, con la consapevolezza di dover pestare delicatamente erba e neve perchè le montagne e la natura restano e gli uomini hanno la vita suddivisa per capitoli piuttosto brevi.
Due ore e mezzo di intervento introdotto da Alessandro Maggi e Metella Refini – dello stato maggiore del Gruppo Escursionisti della Berardenga – con l’Auditorium della Villa Chigi stipato nei posti a sedere e in piedi con tutti gli intervenuti incantati dalla narrazione di un raccoglitore di storie e di incastri che la montagna – la vita, la morte – la Grande Guerra hanno scritto su pagine di gelo, strapiombi, l’ossido di ferro che attira i fulmini e colora al tramonto la montagna trafitta da mine di quintali di esplosivo sia savoiardo che asburgico che hanno cambiato per sempre i connotati delle cime e reso sepolcri tutte le cime con divise di vari tagli e pezzature.
La cengia (sporgenza laterale che taglia una parete ripida) che gli alpini italiani al comando del Maggiore Ettore Martini comandante del 3° Battaglione Alpini Val Chisone (composto da Valdesi delle valli piemontesi e incazzosi minatori amiatini) occuparono sul Piccolo Lagazuoi fin dai primi giorni di guerra contro l’Impero Austro – Ungarico come spina nel fianco, ma anche come ossessione dei tiri, delle bombe, delle varie mitraglie, candelotti di dinamite che ogni giorno la fantasia degli ufficiali degli Alpenjager del caro Cecco Beppe di Vienna, inviavano a saluto delle care “Penne nere”.
Dall’inizio della guerra alla rotta di Caporetto del novembre 1917, il maggiore Martini tenne la posizione sulla parete rocciosa sotto alle postazioni austriache guadagnandosi il rispetto dei sottoposti e il timore dei rivali, salvando la vita più volte dalle esplosioni provocate dai “vicini” nelle viscere delle montagne e ricambiando il fallimento dell’impresa con un concerto di strumenti improvvisati per far sentire i commilitoni lontani che erano ancora vivi e per prendere per le mele i rivali.
La guerra non è un pranzo di gala e a ogni movimento scomposto poteva corrispondere un buco in testa o un arto spappolato dai colpi dei fucilieri avversi… la rabbia e gli ordini erano chiari.
Finita la guerra nel 1918 con il grado di colonnello, l’anno successivo Ettore Martini venne congedato dall’Esercito con il grado di Generale di Brigata e si trasferì a Siena in una casa che all’epoca non era coperta dalla mole della Copp delle Grondaie o in una casetta nella zona di Castellina.
Si recò a trovare i suoi sottoposti che nel frattempo erano tornati al lavoro in miniera nelle gallerie scavate nelle viscere del Monte Amiata (dopo aver perforato di gallerie e reso “abitabili” le viscere delle Dolomiti) e di fronte a un soldato che diceva al suo vecchio comandante che non era sicuro cosa ci fosse dopo la morte, ma che se avessero ragione i preti, in quel lembo di cielo avrebbe potuto incontrare le persone che aveva ucciso in guerra ma che non gli avevano mai fatto niente per meritarsi questo.
Al Generale Ettore Martini, marchigiano di nascita, ma senese d’adozione, nel 2023 viene dedicata una lapide a ricordo di questo ufficiale rimasto umano e che aveva dato il suo nome a una “piazzola” sospesa sul niente se non sul sacrifico e sull’umanità: la “Cengia Martini”.
Resoconto frettoloso e lacunoso di una serata che ha tenuto tutti i presenti con il fiato sospeso fino alla parola “Fine del racconto” decretata da Franz Brunner.
Un grazie infinite al “Gruppo Escursionisti della Berardenga” per aver organizzato la serata, per aver risvegliato vecchi racconti di combattenti sul Carso che magivano e bevevano ciò che facevano per sopravvivere, per ricordarci come i comandanti di allora non era chiaro se avevano più sul gozzo i nemici o le plebi che mandavano all’attacco contro a un nemico che non sapevano che cosa gli avesse mai fatto mentre coglievano l’uva o battevano il graano.
























































































