Il villaggio fantasma di San Piero in Avenano

Nel libro “Notizie Storiche sui principali luoghi del Chianti” – Roma Multigrafica Editrice 1941 – lo storico Antonio Casabianca propone una tabella delle varie frazioni del comune di Gaiole (o per meglio delle delle parrocchie) con l’elenco degli abitanti a partire dal XVI Secolo per arrivare alla più recente data del 1936.
Il Popolo di San Piero in Avenano contava allora ben 216 persone suddivise fra i vari poderi intorno e il villaggio intorno alla Pieve.
Fino allo spopolamento delle campagne avvenuto negli anni ’60 del boom economico (che portarono le masse rurali verso a spostarsi verso le piane dove erano sorti i primi insediamenti industriali) questi erano luoghi abitati e vissuti da persone che per secolli giravano come elettroni intorno al nucleo del Castello di Meleto e quindi della famiglia Ricasoli.

Da quel momento il villaggio è andato via, via spogliandosi di persone e sono rimasti in pochi coloro che possono vantare fra i ricordi di aver visto la piccola frazione fiorente e vitale.

A parte daini, cinghiali, piccioni e uccelli notturni che trovano ricovero a loro piacimento fra le tante stanze a disposizione non c’è anima viva.

Cure e manutenzione azzerate, vegetazione che tenacemente sta riprendendo possesso e colonizzando gli edifici, con l’antica Pieve già esistente alle soglie del primo millennio completamente avvolta da un fitto panno di edera e con il tetto rovinosamente caduto al suolo.

Ricostruita nelle forme attuali da Giovanni Bista Ricasoli, vescovo di Cortona, intorno al 1560.

La facciata, in stile romanico, fu fatta rifare dal prete Gaetano, sempre della famiglia dei Ricasoli.
Altro intervento, ai primi del 1900, con un’imbiancatura generale all’interno.
L’arco di putti in terracotta invetriata attribuito ad Andrea della Robbia, è stato più volte saccheggiato nel corso degli anni.
Alla Pinacoteca di Siena, si trova Madonna in trono con i santi, di Luca di Tommè, datata intorno al 1370. Adesso è l’edera a dominare, ma anche l’ailanto non scherza nel prosperare.
Con i fondi PNNR destinati al recupero del patrimonio rurale privato, magari potrebbe accadere un miracolo insperato.

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Berardenga, la zona industriale di San Felice

Cambia radicalmente l’assetto del paeaggio sul lato sinistro del piccolo villaggio di San Felice (già San Felice in Avane) citato tra le solite contese territoriali fra i vescovi di Arezzo e Siena già nell’anno 714.

Possedimento della famiglia Del Taja – che nella Berardenga aveva estensioni sterminate – si fa strada come marchio e etichetta di un vino riconoscibile e saporito, con una distribuzione capillare negli anni ’70 del Novecento.

Da qui nascono i due “cubi verdi”, edifici costruiti per la produzione e affinamento della grande quantità di vino che l’azienda produce.

Ora è ben visibile un nuovo edificio chiaro – contornato dagli immancabili cipressi piantati fitti – dal tetto sgargiante e rossissimo di quei coppi e tegole non invecchiate e che mai invecchieranno, che anche nelle aree non particolarmente di pregio, vengono fatte rimuovere per fini estetici ogni volta che viene messo mano a un tetto.
Ma tutto lascia intendere che il nuovo edificio non sarà il solo a essere innalzato: una grande voragine che si apre dal bucolico roseto a cascata dell’Orto Felice, si inerpica sulla collina fin quasi a ridosso dei “cubi verdi” della cantina, dove si stanno allestendo le fondamenta di qualcosa che a prima vista appare di dimensioni monumentali.

Le necessità strutturali delle grandi aziende vinicole non sono un tabù: la campagna è da sempre un continuo movimento di necessità abitativa, di trasformazione e conservazione dei prodotti agricoli, di allevamento, ma per secoli tutto questo ha avuto un’armonia che si è incastrata magistralmente nel contesto paesaggistico, tanto che quelle case rurali sparse nei territori, sono un esempio di architettura pratica, ma di gran gusto.
Sono questi lineamenti dolci conferiti alla scultura del paesaggio il risultato di un lavoro che è durato secoli e che ha reso questi territori di una bellezza abbagliante che produce sogni in tanti viaggiatori.
Nel Novecento l’edilizia ha preso il sopravvento e basta guardarsi intorno per vedere che quando è stato innalzato poco ha preso dall’esempio armonico dettato dagli antenati e anche accanto al villaggio che già esisteva durante il Regno Longobardo nell’Alto Medioevo, molto sta cambiando in corso d’opera.

Fonte: Il Cittadino

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Siena di nebbia e mimosa

Da dietro la cucina della mensa universitaria di Sant’Agostino, si ha uno dei panorami più gratificanti sulla città di Siena, con il Duomo e il Facciatone sull’estrema sinistra, la Torre al centro, San Martino, la chiesa dei Servi all’estrema destra palazzi e abitazioni a tappare i buchi di un’armonia medievale rotta – da questa vista – solo da un osceno palazzo anni ’60, che si nota come un prete nella neve.
Una mattina vaporosa di nebbia senza meta e fretta di struggersi, che nasconde il rossore e il marmo della Torre e poi riappare, riempiendo di goccioline tuttel le piante dell’Orto de’ Pecci, i tetti e i sellini delle moto.

Struggente vista alla quale si aggiunge la monumentale mimosa fiorita sul lato di un palazzo, pianta gialla e meravigliosa che lo sopravanza in altezza.

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Farfalla alla stufa dei poveri

La stufa dei poveri consiste in un muro di pietra ben esposto al sole e al riparo dal vento dove i non abbienti erano usi trovarsi e scambiare due parole confortati dal calore di ritorno delle pietre.

Lo stesso fa la farfalla in queste giornate altalenanti: si ricarica del calore che il ciottolame di alberese incorpora e in questo piacere si fa quasi toccare, incurante dei pericoli.

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Una vecchia insegna del Totocalcio

Il sogno a buon mercato per quanti cercavano un colpo di fortuna era legato al fare “13” al Totocalcio.

Partite del campioonato di Seria “A”, alcune partite del “Campionato di Serie B”, qualche mina vagante legata a partite del “Campionato di Serie C”.
L’iconica serie di “1, X, 2” per le vittorie della squadra di casa, il pareggio, la vittoria in trasfera e poi tutti il giorno dopo – il bello era giocare la schedina nella tarda notte del sabato – ad ascoltare alla radio lo svolgimento delle varie partite e poi aspettare “90′ Minuto” per vedere i gol in differita e avere la vera consacrazione dei risultati anche nei campi di gioco più astrusi.
Fine della poesia e dei sogni a buon mercato da quando entrò in scena il Superenalotto e quei grattini scorbutici dei gratta e vinci che pelano le famiglie.
Questa insegna ancora vigente si trova a Colle Val d’Elsa.

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il sottobosco di marzo

Non è il tempo della nobiltà da padella, ma l’ultimo mese umido rende rigoglioso di ritrovamenti il sottobosco che si anima di piccole lame e forme strane, lingue e costruzioni asburgiche sopra i tagli di vecchie piante, colonizzando i tronchi fradici.

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Il pecorino di grotta del Caseificio La Fonte

La quantità prodotta è poca, ma il piacere è tanto: un soggiorno in frotta di alcuni mesi e il pecorino ne prende il profumo, rende più compatta la grana e si raggiunge una leggera piccantezza.
Quel leggerissimo retrogusto di muffe il suo pregio che molti intenditori ne approfittano per consumarlo con un altro che di muffe pregiate se ne intende: il vinsanto.

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Gli anemoni di Vasco

Mentre opposti imbecillismi si prendono vicendevolmente a missilate – nel prato del Coltalebolle non arato dai cinghiali – sono rinati dal proprio seme gli anemoni dei venti Zefiro e Borea.
Rari i rossi e i lilla, più tenaci e cardiologicamente presenti i turchesi che tendono al biondo.
Sembra cosa da poco, ma sono beate le menti e gli animi che si rallegrano.

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Edera e infiltrazioni al cimitero di Villa a Sesta

Tanto ha fatto l’Amministrazione Comunale di Castelnuovo Berardenga per il paese il cui circolo ha suggerito il nome al figlio di Harry e Megan – Arci – nobili inglesi che tanto sono legati all’armonia culturale e culinaria di un villaggio che pare quello di Asterix.

I lavori sotto il suolo e quelli per la nuova pavimetazione – inaugurati recentmente – hanno rimesso a lustro efficacemente la parte viva e inarrestabile di Villa a Sesta per i secoli a venire.
Ma alzando lo sguardo verso un breve corridoio di cipressi, si scorge l’edificio del riposo e della pace con una sciarpa di edera invadente su un lato e il tetto della cappella infiltrato dalle pioggie che corrono sui muri e allagano il pavimento.
I travicelli ancora reggono, ma l’acqua e il legno sono elementi naturali che nell’ediliza si detestano.

C’è da mettere in un piano futuro (non tanto lontano nel tempo) di levare l’edera e di mettere mano al tetto della cappella prima che venga in terra.

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L’Oriente Express delle Crete Senesi fra gli agnelli

Il treno più snello, i cui binari accarezzano il passaggio fra dune coperte da chicchi di grano o papaveri ondulanti al sentire del vento.
Un elettrico sottofondo con i vetri che scintillando di sole, annunciano il passaggio del treno più piccino del mondo, immerso in un paesaggio tra i più belli del mondo… ora pieno di agnelli.

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