Raccolta olive, potatura e costoleccio alla brace

Un vento gelido e feroce che sega viso e pensieri, mentre le olive cascano nei teli, mentre con rapidi colpi di sega e aggiustatura di forbici, diversa frasca scorsa troppo per aria, trova la giusta fisionomia e impostazione futura.
Un mare di frasca che in breve diventa aromatica brace d’olivo, ottima credenziale per metterci sopra qualche salsiccia e stecca di costoleccio, per rifocillarsi dalla fatica e dal vento che non da pace.

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La chiesa di San Lorenzo a Campi

campi, san gusmè (3)

Così per scherzo, già nell’ 867, si parla della chiesa di Campi dedicata ai santi Cosma e Damiano, in una donazione fatta dal conte Winigis al Monastero di San Salvatore a Fontebuona.
Nel 1176, invece figura come canonica dedicata a San Lorenzo, mentre nel 1676, viene affiliata alla chiesa di San Gusmè (tra l’altra dedicata ai Santi Cosma e Damiano).
L’edificio è piccolo, edificato con pietre di alberese e qualche laterizio, rimaneggiato più volte, fin nella versione attuale, grazie a una signora locale che fece ricostruire la chiesa sulle rovine del passaggio del fronte fra il 3 e il 16 luglio 1944: Angiola Guelfi Socini.
A lato del portale una memoria dantesca del 1903, dedicata al Beato Pier Pettinaio che qui nacque, come il fiume Ombrone che ancora lo continua a fare.

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Ailanto Chigi Saracini

ailanto villa chigi saracini

Non si tratta di un rampollo della celebre casata senese, giunta al termine con Guido Chigi Saracini, bensì di uno dei tanti problemi legati all’abbandono e conseguente degrado delle strutture e del grande parco della Villa Chigi Saracini di Castelnuovo Berardenga.
Anni e anni, nei quali la manutenzione è venuta meno, grossi alberi franati all’interno del parco, siepi e verde da rifilare e potare, statue da restaurare, erba da tagliare di quando in quando e questa sarebbe la meno.

Dal muro di cinta della Villa, in vari punti, si notano dei grossi cespugli di ailanto, che lentamente si ingrossano, prendono consistenza e finiranno per colonizzare l’intera area se non curati come si deve.
Persino nel muro di cinta, dentro un foro per lo scolo dell’acqua, l’ailanto sta crescendo, segno di quanto sia adattabile e temibile questa pianta che, è bene ricordare, se tagliata, risponde moltiplicando le radici emettendo all’esterno decine di piantine.

La raccolta firme per la Villa come Luogo del Cuore del FAI è andata bene e ha smosso le coscienze di molte persone, ma non basta, perchè l’incuria e l’abbandono lavorano più celermente del traccheggiare sul che fare di questa struttura, o di questi futuri ruderi arenati nella galassia di società della gloriosa annata 1472.

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I soffioni di calore e incenso nel Duomo di Pisa

Da quando il sacrestano capo del Duomo di Pisa, addetto all’accensione dell’incenso nel turibolo (prima che venga oscillato nel corso della funzione) ha avuto un sussulto erotico nel corso di una vacanza di devoto studio e istruzione in Giamaica, non si è più riprodotta nelle pie stanze di marmo carrarino, la reazione chimica a catena che inizia dall’accensione dell’incensiere.

Incenso che entra in contatto con la carbonica del fumo di candela, l’ossido di rame da grondaia vecchia, il calcare sedimentato nelle acquasantiere e il riporto di certe giornate dell’Arno, che tutto insieme forma un composto, che entro una costruzione di marmo carrarino, eccita cellule, che finiscono per dar vita a torri sbilenche, pulpito di sommo artista, che viene smontato, messo a pezzi per la città e rimontato alla rinfusa nel Duomo 1926 e in posizione diversa, perchè avevano perso il libretto d’istruzioni.
L’ultima celebrazione liturgica con l’accensione di incenso e innesco di reazione chimica a catena è di non molto tempo fa: stavolta non hanno smontato niente, si è solo aggiunto un tocco di modernità.
Dal matroneo spuntano dei sifoni di acciaio che nell’intenzione, dovrebbero spingere aria calda verso il fedele o la beghina, che in Duomo vengono a passare un’ora nel ricordo di un bimbo nato in una scarna mangiatoia e scaldato dal fiato di un bue e di un asinello.
Gli stessi asinelli che in epoca moderna scambiano un’opera d’arte come il Duomo di Pisa, come un circolo di ritrovo per soprintendenti in pensione, pettegole mai dome, bei e baldi appassionati bocciofili in cerca di una stanza dove venire a giocare.

Gruppi di giovani protestano che, al posto dell’altare, non sia stato montato uno schermo gigante per vedere tutte le partite del mondiale.

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Saldi autunnali

Sono gli ultimi piccioli o le ultime stravaganze che resistono per altre poche ore al gelo della tramontana che sbatte sulle prime vette innevate, stordisce e leviga i volti, definisce la voglia di tepore e di camino in compagnia di un buon libro e di un quadretto di fondente.

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La memoria sbiadita di Montepulciano

Un pacchetto vuoto di sigarette, tirato sul cippo del Tenente Monciotti, morto sulla Cima Val Bona nel 1916, durante la Prima Guerra Mondiale.
Il viale dei cipressi che conduce alla chiesa di San Biagio, poco fuori dall’abitato di Montepulciano, non è altro che un monumento alla memoria di quanti furono sradicati dalle proprie case e dai propri affetti e spediti a perdere la vita per cause incomprensibili, di fronte a un nemico (contadino, artigiano,fabbro, ecc.) che non gli aveva fatto niente.
Ogni cipresso del viale di San Biagio, corrisponde a un cippo con inciso il nome del caduto, alcuni sono leggibili, altri parecchio meno.
Due anni fa venne spiegato (dopo un articolo sul Cittadino) al sindaco di Montepulciano, Michele Angiolini, lo stato delle cose e della memoria sbiadita sui suoi concittadini periti nella follia della Prima Guerra.
Dopo due anni, la memoria risulta essere ancora più sbiadita, perchè niente a quei cippi è stato fatto.

Forse, si tratta di una scarsa sensibilità, forse si pensa solo a aumentare il numero delle greggi turisitche, forse si ha timore dell’anima inquisitrice del Cardinale Bellarmino, che possa condannare al rogo (dal luogo poco fresco in cui sarà confinato) quegli amministratori che hanno rispetto per la memoria e per la cosa pubblica.

Fonte: Il Cittadino.

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Insegna amarcord

insegna alimentari magliano in toscana

La sedimentazione di vecchie insegne su un fondo che ha prima accolto un negozio di articoli da regalo, successivamente un alimentari e poi la chiusura, con la griglia a scorrimento che ricorda un passato di socialità, persone e luoghi vissuti, parecchio venuti meno con l’avvento dei grandi capannoni a schiera, in cui si trova di tutto e si finisce per passarci le giornate.

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Malvasia

malvasia

“Gentilezza al sapore e grazia al profumo”, parole di Bettino Ricasoli che dal feudo di Brolio, si immergeva nello studio della formula per arrivare al vino sublime.
La malvasia, in questa formula, forniva rotondità e piacevolezza, grazia e bevibilità al sangiovese, che da solo, per la sua robustezza e alta acidità, raschiava il palato ora come allora.
Tolto dal disciplinare del vino Chianti Classico ormai da diversi anni, la malvasia è la base principale del vinsanto, nei pochi vigneti che ancora la contengono.
Eppure, con il radicalizzarsi delle stagioni in un fuoco torrido, che fanno esplodere le gradazioni e la robustezza dei vini, l’aggiunta di un sano tocco di malvasia (e anche di canaiolo) potrebbero dare la spinta per la produzione di vini più piacevoli e profumati.

L’alternativa, è la ricerca di terreni posti sempre più in alto o sempre più in basso per non avere la castrazione di profumo e bevibilità offesa dal calore.

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Il panificio Caselli di San Quirico d’Orcia

panificio caselli san quirico d'orcia

Un intenso profumo di pane nel forno è quanto si avverte entro la piazza principale del paese: cosa rara, ai tempi odierni, a tutte le ore, è il soffritto di cipolla che popola l’aria nei luoghi di più intenso ciarpame turistico.
Il profumo proviene poco fuori la piazza, poco fuori le mura del paese, dove nel laboratorio una bambina gioca da una parte con un po’ di farina e il babbo sforna pane appena cotto.

Un profumo avvolgente, un pane strepitoso, realizzato con i grani antichi o i grani contemporanei, ma coltivati solo in Val d’Orcia, quindi a due passi dall’impastatrice.

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Stronzetto da Brolio

cassonetto brolio settembre 2022

La televisione – spazzatura, non è un solo modo di dire, riferito alla scarsa qualità e contenuti di vari programmi delle reti pubbliche e private, ma risulta essere un dato di fatto, visto che si può guardare già dai bordi delle strade, nelle scarpate dei boschi, intorno ai cassonetti o nelle piazzole più disparate.
Troppa televisione fa male, specie se presa alla lettera: non è che fisicamentela televisione – spazzatura, in quanto tale, va lasciata sui bordi delle strade o nelle piazzole, è solo quanto lo schermo riversa nelle case e, come il calcare nelle lavatrici, si deposita nei cervelli. La SEI è già stata avvertita per la bonifica dell’area.

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