Angelo Infanti di Bianco, Rosso e Verdone

Un signore brizzolato su una splendente Mercedes decappottata e in testa sale immediatamente quel motivetto di Ennio Morricone di “Bianco, rosso e Verdone” quando quel sogno d’uomo di Raul (interpretato dal grande Angelo Infanti) si para alla povera Magda alle prese con quel degustatore di farmaci e lettore di bugiardini del “tranquillo” Furio.
La storia è nota, un colpo d’occhio e parte il film improvviso.

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Solo il figlio del Perozzi mette l’impermiabile alla macchina

Laicissimo pellegrinaggio alla casa di Giorgio Perozzi – l’unico che ha un figlio che mette l’impermiabile alla macchina e quando pensa alla carne della sua carne diventa subito vegetariano – e in via de’ Renai al Bar – Trattoria Necchi, ritrovo di partite a biliardo e punto di partenza per zingarate varie.

C’è tanto di cambiato intorno a questi luoghi e di certo non c’è più Birillo che all’alba era a pisciare – sennò inonda la casa – con il Melandri riottoso e assonnato a traino del cane bovino.

Una città senza più stragi di mondane brutalmente assassinate e con baristi a cui non viene tolta la licenza perchè si scaccolano il naso dietro alla macchina del caffè.
Andare a ripescare il conte Mascetti in un albergo mentre innesca “il rigatino” per non pagare il conto al giorno d’oggi sarebbe arduo in una città che è tutta un albergo, come sarebbe difficile cornificare il fornaio mentre è a cuocere e impastare o far dormire Lucianino senza il rumore che giunge dalla strada di giorno come di notte e la mattina il bimbo dovrebbe andare a scuola.
Film amarissimo “Amici Miei”, ma per fortuna viene in soccorso il Perozzi con la sua vena disincantata che gli viene dalla penna e dal lavoro in redazione ogni notte al giornale: “Di nuovo le stelle.. Come le ho viste la notte scorsa e tante altre notti: notti, giorni, amori, avvenimenti.. Ho già sulle spalle un bel fardello di cose passate. E quelle future? Che sia per questo, per non sentire il peso di tutto questo che continuo a non prender nulla sul serio? Oppure che abbia ragione mio figlio? Mah.. però è stata una bella giornata: bella, libera, stupida, come quando s’era ragazzi. Chissà quando ne capiterà un’altra”.

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Siena Awards Photo Festival 2026

Da un’idea di Luca Venturi – con Sonia Pallai Assessore al Turismo – nasce nel 2015 un Festival con il chiaro intento di portare i grandi nomi della fotografia a Siena e far diventare la città un luogo di mostra e di incontro a livello internazionale.
Gli autori che si sono succeduti e le mostre itineranti che il Siena Awards produce ogni anno sono la chiara rappresentazione di un’impresa riuscita.

Quest’anno le opere si snodano in un percorso tra la Città del Palio e alcuni comuni limitrofi come Sovicille e Castelnuovo Berardenga.
A Siena presso l’Area Verde di Camollia, Il Museo di Storia Naturale, il Teatro dei Rozzi, il Liceo Artistico “Duccio di Buoninsegna”, l’ex Distilleria dello Stellino e Le Logge del Papa.
A Sovicille nel centro storico e al centro culturale ” La Tinaia”, a Castelnuovo Berardenga presso il Museo del Paesaggio.

Ugur Gallenkus, Pierpaolo Mittica, James Nachtwey, Jasper Doest, Cinzia Canneri, alcuni degli autori presenti. Per iinformazioni e biglietti Siena Awards Festival.

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Il francobollo del Centenario della Fiorentina

Per i filatelici e i tifosi viola, le Poste Italiane hanno emesso un francobollo celebrativo del centenario della Fiorentina con il primo piano di una maglia sgargiante con i lacci modello Cagliari dello Scudetto.
Sportivamente garrisce poco al vento il labaro viola, ma il secolo di vita è una tappa importante e per molti la Fiorentina resta sempre un atto di fede… se non di vita.

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Le bandiere stinte e stracciate degli edifici pubblici

C’è tutto un burocratico regolamento di pesi, misure e posizioni che sovrintende all’esposizione delle bandiere negli edifici pubblici che toccano sia la tela che l’asta che l’ordine, ma al solito si inciampa nelle bucce di banana perchè la semplicità operosa non è mai stata burocraticamente codificata.
Basta alzare lo sguardo al cielo e sovente capita che la bandiera esposta sia una copia di quella della cara e fraterna Repubblica di Irlanda con quel verde, bianco e arancio…che il sole e l’acqua hanno stinto e di cui nessuno si è accorto.

Ma ciò che rende unici gli edifici pubblici oltre alle “Pallide bandiere” sono quegli stendardi sormontati dai brandelli di stoffa che mulinano al vento.
Che non è la nobile bandiera a due triangoli del Nepal, ma un palo con attaccato un cencio.

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“Io mi rifiuto”, la mostra di Edoardo Malagigi a Pienza

La mostra si sviluppa in vari spazi pubblici – sia all’aperto che in esterni – nel centro storico di Pienza, con opere che sono frutto del riciclo di materiali frutto della nostra dissennata ebbrezza consumistica, nella città nata in splendido equilibrio fra architettura, paesaggio, lavoro dell’essere umano.
Non che distolga lo sguardo dalla ricerca spasmodica di cibo e lettiere alla moltitudine di passanti alla ricerca dei cipressini del Gladiatore e il dire di esserci stati come meta nei racconti d’ufficio o di ritratti di fronte ai palazzi o agli scorci più affascinanti, ma queste opere disposte nella città di Pio II sono di un raro splendore che induce a una seria riflessione.
Le bugie del potere (di qualunque origine sia: politico, economico, non laico e feudale) e le false illusioni a buon mercato che esso offre, concedendo qualche frenetica gitarella fuori porta con la sola fissa del dove mangiare per placare i succhi gastrici e sentirsi appagati.
Un mappamondo fatto di reggette da pancali, un Pinocchio fatti di trucioli di plastica ricavati da oggetti fatti per durare un barlume, lo stesso dicasi per un Premio Oscar non d’oro ma di scarti.

È da questo punto che prende forma IO MI RIFIUTO. Il titolo materializza una presa di posizione: rifiutare l’indifferenza, l’idea che il mondo esista soltanto come risorsa da sfruttare e che le conseguenze delle nostre azioni siano sempre altrove, lontane dalla nostra responsabilità.

Allo stesso tempo, significa riportare il rifiuto al centro dello sguardo, riconoscendo che ciò che viene scartato non scompare, ma continua ad agire sugli ecosistemi, sui corpi e sulle relazioni.

Pinocchio, figura ricorrente nella ricerca di Malagigi, diventa uno strumento attraverso cui mettere in dubbio ciò che siamo abituati a considerare vero.
Una grande mostra organizzata dall’Amministrazione Comunale di Pienza, visitabile camminando per la città, visitabile fino al 18 novembre.

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Eugenio Giani in tuta da lavoro

Non è un boccone da ghiotti fare il Presidente di una Regione dove ogni due chilometri si trovano storie lontane e diverse fra rivalità contrapposte che covano sotto la cenere da secoli a cui basta un venticellino da niente per ridare fiamma, con il rinnalzare muri conseguenti.

Si sa che i toscani in due parlano, ma da tre in su riescono bene a litigare

Oppure il dovere di rappresentanza a varie iniziative spante sul territorio regionale per i dodici mesi che spaziano dalle corse di biciclette d’epoca nel Chianti, al tuffo nell’Arno da Ponte Vecchio con il costumino intero a strisce orizzontali bianche e rosse il primo giorno dell’anno o alla festa del vino poco fuori dal Chianti, del fungo e del tartufo, della battitura del grano, convegni, seminari, cresime e comunioni… le poche soddisfazioni con la squadra del cuore Viola.
E poi c’è la parte amministrativa, il Consiglio Regionale, l’ascolto di assessori, enti comuni, aziende dove ognuno più o meno si attende miracoli o finanziamenti… la sanità che da alcune parti zoppica.

Conosce a memoria il CAP di ogni località della Toscana, ma molto saggiamente, ogni volta si muove ridà una ripassatina alla storia del paese da visitare e poi vuole trovare il tempo per scrivere qualche gustoso libro di storia come l’ultimo su Pietro Leopoldo di Lorena.
Tutto questo comporta che la sera spesso veda il letto tardi e la mattina la sveglia bussi presto e il giorno fino alle due non abbia ancora fatto desina.
In blu elettrico metallizzato e scarpina elegante nera a punta per le vie di Firenze mentre si relaziona con le ultime grane d’ufficio che piovono al telefono prima di varcare – con classe e fame famelica – la soglia del ristoro di mezza giornata.

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La signora in carota

Si pensi alla rivoluzionaria Marylin vestita di bianco con un turbine d’aria da sotto che solleva il sottile panno della gonna nel film del 1955 “Quando la moglie è in vacanza” o agli anni più ruggenti e spavaldi della “Signora in rosso” che per il medesimo turbine da sotto immortala una sequenza di Kelly LeBrock che con questa interpetazione è diventata un “manifesto culturale e politico” degli anni ’80.
Il carota è un colore terribile da indossare se non si hanno eleganza, magnetismo, fascino e ironia, ma quando lo si indossa avendo in se questi accessori, la signora in carota con un paio di sandali, una leggera cinturina alla vita, un sobrio spacco alla gonna, capelli raccolti e il sorriso offerto come un dono a chi con lo sguardo le dice che è bellissima… sbanca ogni diva del cinema ma si avvicina alla maestà di Claudia Cardinale o di Katharine Hepburn.

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La Bulletta Bike compie trent’anni

In questa storica foto dal repertorio della Bulletta ci sono due grandi sportivi ai lati: Don Vezio con la “borraccia dell’acqua santa” e Vasco Nuti (Il Pipa) con la borraccia piena della miracolosa acqua della Fonte di Vertine.
Sono passati ben più di trent’anni dalle prime zingarate in bicicletta partendo da Castelnuovo per andare al mare e sono passati ben sei lustri (1996 – 2026) dalla fondazione della “Bulletta Bike” e per questo sabato 24 ottobre alle 17.30 nella Villa Chigi Saracini ci sarà l’incontro “Per ricordare il passato e il presente”, al termine del quale ci sarà un ricco buffet per tutti i partecipanti.

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Franz Brunner ospite del Gruppo Escursionisti Berardenga

Commuove come Franz Brunner parla delle proprie montagne nella catena delle Dolomiti, con un trasporto e una conoscenza che non è il frutto di quella presunzione di essere nato nel luogo più bello del mondo e gli altri no, ma perchè in simbiosi a prova di livella di quella natura e di quella storia, con la consapevolezza di dover pestare delicatamente erba e neve perchè le montagne e la natura restano e gli uomini hanno la vita suddivisa per capitoli piuttosto brevi.
Due ore e mezzo di intervento introdotto da Alessandro Maggi e Metella Refini – dello stato maggiore del Gruppo Escursionisti della Berardenga – con l’Auditorium della Villa Chigi stipato nei posti a sedere e in piedi con tutti gli intervenuti incantati dalla narrazione di un raccoglitore di storie e di incastri che la montagna – la vita, la morte – la Grande Guerra hanno scritto su pagine di gelo, strapiombi, l’ossido di ferro che attira i fulmini e colora al tramonto la montagna trafitta da mine di quintali di esplosivo sia savoiardo che asburgico che hanno cambiato per sempre i connotati delle cime e reso sepolcri tutte le cime con divise di vari tagli e pezzature.

La cengia (sporgenza laterale che taglia una parete ripida) che gli alpini italiani al comando del Maggiore Ettore Martini comandante del 3° Battaglione Alpini Val Chisone (composto da Valdesi delle valli piemontesi e incazzosi minatori amiatini) occuparono sul Piccolo Lagazuoi fin dai primi giorni di guerra contro l’Impero Austro – Ungarico come spina nel fianco, ma anche come ossessione dei tiri, delle bombe, delle varie mitraglie, candelotti di dinamite che ogni giorno la fantasia degli ufficiali degli Alpenjager del caro Cecco Beppe di Vienna, inviavano a saluto delle care “Penne nere”.
Dall’inizio della guerra alla rotta di Caporetto del novembre 1917, il maggiore Martini tenne la posizione sulla parete rocciosa sotto alle postazioni austriache guadagnandosi il rispetto dei sottoposti e il timore dei rivali, salvando la vita più volte dalle esplosioni provocate dai “vicini” nelle viscere delle montagne e ricambiando il fallimento dell’impresa con un concerto di strumenti improvvisati per far sentire i commilitoni lontani che erano ancora vivi e per prendere per le mele i rivali.
La guerra non è un pranzo di gala e a ogni movimento scomposto poteva corrispondere un buco in testa o un arto spappolato dai colpi dei fucilieri avversi… la rabbia e gli ordini erano chiari.
Finita la guerra nel 1918 con il grado di colonnello, l’anno successivo Ettore Martini venne congedato dall’Esercito con il grado di Generale di Brigata e si trasferì a Siena in una casa che all’epoca non era coperta dalla mole della Coop delle Grondaie o in una casetta nella zona di Castellina.
Si recò a trovare i suoi sottoposti che nel frattempo erano tornati al lavoro in miniera nelle gallerie scavate nelle viscere del Monte Amiata (dopo aver perforato di gallerie e reso “abitabili” le viscere delle Dolomiti) e di fronte a un soldato che diceva al suo vecchio comandante che non era sicuro cosa ci fosse dopo la morte, ma che se avessero ragione i preti, in quel lembo di cielo avrebbe potuto incontrare le persone che aveva ucciso in guerra ma che non gli avevano mai fatto niente per meritarsi questo.
Al Generale Ettore Martini, marchigiano di nascita, ma senese d’adozione, nel 2023 viene dedicata una lapide a ricordo di questo ufficiale rimasto umano e che aveva dato il suo nome a una “piazzola” sospesa sul niente se non sul sacrifico e sull’umanità: la “Cengia Martini”.
Resoconto frettoloso e lacunoso di una serata che ha tenuto tutti i presenti con il fiato sospeso fino alla parola “Fine del racconto” decretata da Franz Brunner.

Un grazie infinite al “Gruppo Escursionisti della Berardenga” per aver organizzato la serata, per aver risvegliato vecchi racconti di combattenti sul Carso che magivano e bevevano ciò che facevano per sopravvivere, per ricordarci come i comandanti di allora non era chiaro se avevano più sul gozzo i nemici o le plebi che mandavano all’attacco contro a un nemico che non sapevano che cosa gli avesse mai fatto mentre coglievano l’uva o battevano il graano.

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