Vertine, il 17 luglio 1944 vissuto da Ugenio

Eugenio era il primo figlio maschio della famiglia Nuti, a quel tempo aveva tredici anni e aveva trovato rifugio presso una famiglia di Rietine, paese che si trova su una collina di fronte a Vertine.
Avere tredici anni significava già conoscere da tempo la fatica e prevedeva l’essere deportati in qualche campo di lavoro al servizio delle truppe tedesche.
Da Rietine si vede bene Vertine (a quel tempo non c’erano i fitti boschi come ora) e quel pomeiggio infuocato di luglio Eugenio vide bene il paese dove viveva la sua famiglia sotto il bombardamento tedesco.
Venne colto da un malessere profondo e trattenuto e consigliato di non mettersi subito in viaggio per vedere cosa fosse successo..
Arrivò qualche tempo dopo nascosto in un carro di balle e vide il disastro nella parte alta del paese e seppe e vide i feriti (15) e i morti (5) tra cui c’era Valerio, il fidanzato di sua sorella Clara.
Per una piccola comunità quel giorno fu traumatico, segnò la Liberazione,, ma venne pagata a un prezzo altissimo.
La storia è nota: arrivarono le truppe neo – selandesi con dei carri armati all’ingresso, Mariano riuscì a spiegare loro che dentro il paese non c’era nessun tedesco, ma questi erano anocra alla casa del Vallone e vedendo quel movimento di truppe e vedendo gli abitanti che erano nascosti nel rifugio alla chiese e che Don Amos Fallaci invitava a uscire perchè tutto era finito, iniziarono a cannoneggiare. Fu un disastro.
Ottantadue anni dopo gli eventi, questa mattina all’alba e con un grande magone sarà messa la bandiera al Monumento ai Caduti, poi per tutto il giorno ognuno di noi conviverà con un’uggiosa malinconia interiore, un vento ghiacciato che all’interno di uno strazio come la Seconda Guerra Mondiale è niente, ma per un poggetto racchiuso dall’alberese con poche case e poche anime, è sempre una ferita.
Perchè se ancora non si fosse capito la violenza è sempre una pura follia.

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Fabio, il sosia di Elio Zamuto

La chiamata di Vasco nel mezzo della siesta pomeridiana, non lasciava presagire niente di buono.
Quando di notte guarda l’ora sul telefono e scende da letto o gli parte un messaggio o un paio di squilli prontamente spenti, si ha la notizia che il Pipa sta per andare in bagno.
Stavolta è stato diverso: una chiamata a quell’ora del giorno e non della notte lasciava presagire le brutte notizie in arrivo da Forlì.
All’imbrunire degli anni ’70 la RAI trasmetteva vari poliziotteschi e sceneggiati dove brillava un giovane attore siciliano dalla grande abbronzatura, il capello e baffo nerissimi, una imponente presenza scenica e una voce magnetica: Elio Zamuto.
Quando a Vertine arrivava una 127 verde bottiglia e scendeva in piazzetta un giovane ben piantato, dai baffi e capelli nerissimi e di pelle moresca, pareva che fosse arrivato Alberto Argento, il capo della sezione rapine del Commissariato di Roma del poliziottesco “Qui squadra mobile” e se ne aveva un certo timore nonostante nel film avesse un caratte gioviale e scherzoso.
Solo che a sentirlo parlare non aveva per nulla un netto accento siciliano, ma lo stesso accento che avevano certi ruspisti che all’inizio degli anni ’70 erano calati dalla Romagna per fare le prime vigne specializzate.
Fu chiaro che non era l’attore Zamuto pur assomigliandogli parecchio e veniva a trovare la fidanzata Gabbriella che poi avrebbe sposato e portato a Forlì tornando sempre in mille occasioni nel paesello ospiti del fratello Pipa.

La notizzia ratrrista e rabbuia tutto il Popolo di San Bartolomeo a Vertine, da cui arrivano le più sincere condoglianze a tutta la famiglia.

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Berardenga, il nuovo cimitero di San Felice

Il centralino del comune non riesce più a reggere le chiamate dei previdenti locali o villeggianti – innamorati della bellezza dei luoghi – che intendono prenotare una serie di loculi o sapere se vi sia la possibilità di inserire cappelle private affrescate all’interno del monumentale edificio che si trova sullo stesso piano collinare del millenario paese di San Felice.

Per un eterno riposo il posto è ameno con velature di romanticismo: i vigneti intorno splendidamente tenuti, la presenza del ciuchino Gennaro all’Orto Felice, il canto del gallo e il sole radente del tramonto tiepido nei mesi invernali, sgargiante di rossore – come le viti del Vitarium – nei mesi estivi.
L’imponente struttura di fresca realizzazione (accanto a una voragine di cantiere che sarà presto riempita a dovere) con il suo tetto rosso di tegole non invecchiate, l’intonaco tenue e quei cipressi disposti intorno a meriggiare un lungo riposo, invitano a essere previdenti per tempo.
Ma c’è un equivoco: quel fabbricato di edilizia con pochi varchi di luce e contornata di cipressi che poco ha preso dai filaretti di pietra e dall’armonia che ha intorno, non è un nuovo e capientissimo cimitero, bensì un luogo di recezione, ristorazione, cantina.
C’è l’illusione ottica che sia un grandissimo camposanto… ma non lo è.

Quindi è inutile intasare i telefoni del comune per prenotare un loculo, lì al massimo si potrà prenotare un tagliere di caci e affettati con una degustazione di vini.

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Mai senza una lampada da tavolo a Torre di Pisa

Le mitiche gite di un giorno degli anni ’70 avevano il gusto dell’uscita dalle mura paesane e il carico di una serie di aneddoti da ricordare nelle veglie e fra i ricordi più cari.
Quelle foto di costumi ascellari fatti all’uncinetto o con i ferri da calza, quelle improponibili piagiate di persone nella “500”, quelle ciotole di pastasciutta portate da casa o quelle fettine impanate in trattoria con cocomerata generale.
In quelle foto non c’era un’allegria inventata per la fotocamera, c’era quella vera, spensierata armonia che si alluzzava con un mangia dischi, qualche alzata di sottana o il russare in spiaggia per non spendere quei due soldi in qualche pensioncina appollaiati gli uni sugli alri.
Non c’erano facce tristi e scontente… bastava quel poco che era sempre tanto e prima di ripartire, non poteva mancare il dono per i parenti o per i ragazzi.
Decine di palle di vetro con la neve dentro, qualche cartolina e per chi aveva la fortuna di andare a Pisa, non poteva mancare la mitica torre pendente di plastica con la lucina dentro, da mettere sul comodino.

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I girasoli intorno all’antenna delle Balze di Caspreno

Un po’ ovunque si cerca di mimetizzare la presenza delle utili – ma non belle – antenne per la telefonia in posti un po’ in disparte che non ne pregiudicano il funzionamento.
Nella Berardenga si espongono in prima fila in luoghi affascinanti, neanche fossero i Bronzi di Riace.

Un camion al cospetto della nuova antenna pare il nano Mammolo, ma tutto intorno c’è una poesia redatta con il profumo del miele e della paglia al sole – fatta a zollette – orfana del grano appena tagliato.
Caspreno è uno dei più antichi toponimi del territorio della Berardenga, nei cui dintorni sono stati rinvenuti resti di insediamenti risalenti al IV – I Secolo A.C, mentre il “Cartulario della Berardenga” cita Caspreno e le sue Balze in tanti e delicati momenti storici.
Una visione dipinta dal lavoro dei contadini che per secoli hanno arato queste zolle argillose traendone alimento e modellando un paesaggio fra i più significativi della Berardenga e della Provincia di Siena.
Un’armonia di paesaggio che tanto si ostenta – porta benessere – ma poco si mantiene.

Fonte: Il Cittadino.

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Parcheggiare i carrelli alla Basilica di San Domenico

Sembra che riappropriarsi della moneta da un Euro immessa nel carrello della spesa non sia più un valido motivo per riportare diligentemente il cestello ruotato una volta completati i propri acquisti.
Ne è riprova il carrello lasciato all’ombra di un cipresso nei giardini della Basilica di San Domenico.
Probabilmente proviene dall’ex garage Busi – poco lontano – trasformato pochi anni fa in supermercato… alle brutte potrebbe tornar comodo ai frati per trasportare i ceri alla loro vendita diretta.

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Il Consorzio di Bonifica e la manutenzione del torrente Chianti

Il Consorzio di Bonifica è arrivato con i migliori intenti, armato di motoseghe, scavatori con il granchio e macchina cippatrice per levare tutto il legno alto più di mezzo metro dalle sponde del torrente.
Le carte dell’Istituto Geografico Militare antecedenti al periodo bellico, hanno fatto loro penare nel trovare l’esatto letto del torrente a partire dalla sorgente.
Poi hanno domandato – verificato – e cambiato in corsa gli utensili: al granchio è stata sostituita una benna, alle motoseghe sono arrivati i decespugliatori, ai cippatori, sono arrivati i camion che hanno raccolto la mota dell’anno, rammontata agli archi dei ponticelli e nell’alveo.
Ora pare un borro tirato a lustro con la cera, ma di cippato non ne hanno fatto senza indebolire la retta degli argini, che per fortuna, qui sono di pietra. Fonte: Il Cittadino.

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Berardenga, un solco di zinnie all’Orto Felice

Le zinnie sono fra i fiori più luminosi dell’estate e un solco dai colori sgargianti fra le verdure coltivate dai ragazzi dell’Orto Felice a San Felice, sono un tocco di classe all’interno di un progetto importante.
Sono il simbolo di amicizia, semplicità e ricordi felici… all’Orto Felice.

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L’attendente Farina a zonzo per Castelnuovo Berardenga

L’attendente Antonio Farina ha momentaneamente lasciata sola Vassilissa ad occuparsi del ristorante nell’isola di Magisti con il supporto poco pratico del sergente Lo Russo e del Tenente Montini – uno che va sempre di fretta perchè gli si secca il colore -.
A quei due non basta una mezza giornata per affettare un paio di melanzane, ma per fortuna c’è il senso spiccio e pratico di Vassilissa che sa come mettere in riga anche un generale.
Dopo vent’anni di noia e lpoi a guerra pareva che ci fosse il verso che tante cose potessero migliorare e dare un po’ di luce e di speranza, ma a forza di tonache e processioni, servi e arlecchini, fu subito chiaro che l’illusione di infrangere il conformismo rimaneva tale.
I personaggi interpretati dai grandi attori rimangono nel cuore degli spettatori e in quello stupendo film che è Mediterraneo (Premio Oscar 1992) la figura del mite soldato Farina che si nasconde nel barile delle olive pur di non tornare in Italia e non perdere il suo amore è rimasta scolpita.
Giuseppe Cederna, attore.

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I bombi al pascolo sul fiore di carciofo

La felicità è quella cosa che quando si prova, distrae da tutte le altre cose che accadono intorno.
I bombi a ruzzare in quel parco giochi del polline del fiore di carciofo ne sono una dimostrazione.

Si tuffano, girano, raccolgono polline con tutto il corpo, si inebriano di quel delicato profumo in un bagno al colore delle vecchie etichette di Felce Azzurra.

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