Vertine, la Cena del Sindaco

E’ tutti insieme a tavola in una frescolina sera di giugno che questo Piccolo Mondo Antico si ritrova e prende le sue decisioni più importanti.
Quello che da decenni era sulla carta ora è realtù:Paqualino è stato eletto per acclamazione sindaco del Popolo di San Bartolomeo a Vertine, ricevendo la Fascia Tricolore e la maglia dirigenziale che dovrù sempre indossare nelle celebrazioni ufficialli nel paese e istituzionali in Regione.
Non potrà uscire di casa senza avere indosso le insegne della carica che ricopre, quindi, quando sarù fra le sue amate vigne e olivete con il trattore o il pandino, dovrà troneggiare ai comandi con la Fascia Tricolore. Un ccaro e commosso saluto di Vertine al proprio pregiatissimo Sindaco.

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I vinaccioli etruschi trovati a Cetamura sono d’uva bianca

Quello che oggi è uno dei territori del vino più celebri del mondo per i suoi grandi vini rossi, ha, invece, antiche origini “bianchiste”. 

Nel fango anaerobico di pozzi profondi, a Cetamura del Chianti (siamo nel territorio di Gaiole in Chianti, dormivano da duemila anni semi d’uva capaci di riscrivere la preistoria del vino europeo.

Li hanno risvegliati i ricercatori dell’Università di York, con uno studio pubblicato sul “Journal of Archaeological Science” che rappresenta, per ampiezza e coerenza del campione, la ricostruzione genetica più completa mai tentata su viti antiche provenienti da un singolo sito.

Ottanta semi sequenziati. Un arco temporale che va dal 300 a.C. al 300 d.C. Un insediamento abitato dagli Etruschi, poi dai Romani, poi dall’Italia medievale. E una scoperta che capovolge, con elegante paradosso, l’immagine che il Chianti ha di sé stesso: quella terra di Sangiovese e vini rossi potenti produceva, in epoca classica, uve bianche”, scrive e commenta, a WineNews, lo storico Gianni Moriani.
Che continua: “la dottoressa Oya Inanli, che ha condotto il lavoro nell’ambito del suo dottorato di ricerca, descrive il dato più sorprendente con understatement scientifico: la grande maggioranza dei semi analizzati apparteneva a un’unica varietà identica, trasmessa direttamente dagli Etruschi ai Romani e mantenuta per secoli.

Un clone dominante, dunque, di straordinaria stabilità genetica. E i marcatori hanno rivelato che questo vitigno produceva acini bianchi”. E se in oltre 2.000 anni è comprensibile che lo cose possano essere cambiate anche in maniera profondissima, “per chi conosce il territorio, la notizia – spiega Moriani – ha il sapore della vertigine storica.

Il Chianti Classico, Sangiovese in purezza o quasi, rosso corposo, vocazione alle lunghe macerazioni, discende dunque da una tradizione viticola che era, nelle sue origini documentate, di tutt’altra natura cromatica e probabilmente organolettica”. La professoressa Nancy De Grummond, della Florida State University, che dal 1973 conduce scavi a Cetamura, riporta Moriani,

lo ammette con il piacere di chi viene sorpreso dalla propria terra: “che piacevole scoperta apprendere che il vino rosso di fama mondiale di oggi è stato in realtà preceduto da un vino bianco coltivato e conservato per secoli in epoca etrusca e romana”.
Ma la ricerca, spiega ancora lo storico, non si limita alla dimensione locale. “Dopo la conquista romana dell’insediamento, a Cetamura comparvero varietà di vite completamente nuove, “vitigni d’importazione”, si potrebbe dire con un’espressione moderna, che suggeriscono l’introduzione di materiale vegetale da altre province dell’impero. Più rivelatrice ancora è la parentela genetica del clone dominante di Cetamura con due antichi semi analizzati in precedenza e provenienti dalla Francia meridionale.

Questo dato – continua Moriani – trasforma la scoperta da fatto locale a evidenza sistemica: l’Impero Romano gestiva una rete agricola a lunga distanza capace di standardizzare la produzione vinicola su scala continentale. Non si trattava solo di commercio di anfore e di vinum imbottigliato, ma di circolazione di materiale propagativo, di scambi di marze e talee, di una vera e propria politica viticola imperiale, che il dottor Nathan Wales, coautore dello studio, sintetizza con felice efficacia: “è incredibile pensare che le uve da vino apprezzate dagli antichi romani siano a pochi passi dalle varietà che versiamo nei nostri bicchieri oggi””.
Ma, secondo Moriani, c’è anche “un terzo elemento che la ricerca porta alla luce, e che possiede la forza evocativa propria delle grandi scoperte scientifiche: tra gli ottanta semi analizzati, uno appartiene a una famiglia di vitigni ancora oggi coltivati nell’Europa centrale e orientale.

La sua somiglianza più prossima nel panorama ampelografico contemporaneo è una rara varietà ungherese, la Baratcsuha szürke. Ma il collegamento più straordinario è con la vite di Maribor, in Slovenia: ufficialmente riconosciuta come la vite vivente più antica al mondo ancora capace di produrre frutti, con i suoi quattrocento anni di storia. Il filo genetico che unisce un seme trovato nel fango di un pozzo etrusco-romano a una pianta ancora in vita in una città dell’Europa centrale è qualcosa di più di un dato ampelografico. È la prova materiale che la viticoltura non procede per rotture e ricominciamenti, ma per trasmissione lenta e capillare, attraverso secoli e conquiste, guerre e spostamenti di popoli. La vite sopravvive”.
Ciò che rende questa ricerca particolarmente preziosa per il mondo del vino, e non solo per l’archeologia, è la metodologia adottata. “L’analisi del Dna antico, già usata con successo per ricostruire la storia genetica dell’uomo, si applica ora con crescente precisione alla Vitis vinifera: non soltanto per identificare le varietà, ma per determinarne il colore attraverso marcatori molecolari.

Un passo che trasforma i semi fossili da reperto morfologico a documento genetico leggibile. I pozzi di Cetamura, con la loro oscurità anossica – spiega ancora Moriani – hanno funzionato meglio di qualunque archivio: il fango senza ossigeno blocca la degradazione batterica e conserva intatto il materiale biologico. Fonte: Wine News

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Terme San Giovanni: raccogliti e scaccia ogni pensiero

Calde – e fresche – sane acque termali di Rapolano che qualche buongustaio si gode in un’immersione sospesa tra la lettura e fra gli elementi naturali in attesa del tramonto e degli inservienti che dicono che è giunto il momento di cavarsi dall’organo.

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Il violoncellista del Duomo di Montepulciano

Mentre i russi stanno all’Aiola, la scena turistica dell’annata è stranamente occupata da una valanga di americani che si sono riversati nel senese.
Si nota e si sente bene il loro continuo scagnare alla luna tra loro, quei furgoni neri condizionati che li trasportano, quel meravigliarsi di poco o niente, di avere una concentrazione pari e attiva per almeno dieci secondi netti.
Ma meno male che in tutto questo c’è un violoncellista sulle scale del Duomo di Montepulciano che con le sue note di musica classica o di colonne sonore di film, riconcilia con la pace e le vere essnze della vita.
Nessuno ascolta, una foto con il telefono, un “Wow” e un “MY Good” e via verso il trenino elettrico che li scarrozza per il paese o per un più confotevole bicchierino arancione seduti nei bar lì vicino.
Lo sguardo ironico del musicista accompagna tutti questi riti infantili, poi quando suona mezzogiorno, li saluta con una veloce versione di “Bella Ciao” e va a desiina.

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L’Aiola dal russo inizia a parlare cinese

Un imprenditore cinese è intervenuto in soccorso della Fattoria dell’Aiola, grande tenuta vitivinicola del Chianti da anni al centro di controversie legate a investimenti russi in Italia. L’azienda, in forte crisi finanziaria e di fatturato, è stata indicata da diverse inchieste come riconducibile all’ex presidente della Federazione russa Dmitrij Medvedev tramite società cipriote e presunti prestanome. La società ha sempre respinto qualsiasi legame diretto con il politico russo.

Le voci che circolavano tra i produttori toscani — da ipotesi come «i cinesi hanno fatto un mega-ordine all’Aiola» a «Medvedev ha trovato i soldi in Cina» — trovano ora riscontro in documenti societari. Dopo anni di scarsa trasparenza contabile, i documenti, secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, mostrano sia le difficoltà economiche dell’azienda sia l’apporto finanziario e commerciale proveniente dalla Repubblica Popolare Cinese.

Nei documenti viene citato «l’accordo raggiunto con un distributore del mercato cinese per un corrispettivo di € 1.200.000 nell’arco temporale di due anni (2025 e 2026) con l’erogazione di significativi anticipi finanziari su future forniture». Gli anticipi sarebbero già stati incassati, mentre gli effetti economici veri e propri sono attesi nel 2026, quando sono previste le prime consegne.

Gli articoli continuano su: Fonte:Corriere di SienaCorriera della Sera

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Nespole

Quest’anno raccolta abbondante di nespole, quel frutto dalla buccia di color giallo intenso e dalla pianta che fiorisce d’inverno riempiendo l’aria di un profumo celestiale.
Serve la scala perchè la pianta è enorme: acquose, asprine e con dentro un seme molto particolare.

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Il Museo di Casa Vasari ad Arezzo

“[…] Iniziai col comprare una casa ad Arezzo nel sobborgo di S.Vito, dove si respira l’aria più buona di questa città […]”: con queste parole Vasari descriveva la sua casa, acquistata nel 1541, oggi sede del museo omonimo.
Giorgio Vasari (1511 – 1574), storico dell’arte e artista poliedrico, autore de Le Vite, fonte imprescindibile della storiografia artistica, fu sempre molto legato alla sua città natale, come testimoniano le importanti e numerose opere dislocate su tutto il territorio aretino.
Nonostante vi soggiornasse solo per brevi periodi, il suo pensiero si rivolgeva spesso alla casa aretina, considerata un rifugio dove ritemprarsi al suo ritorno dai numerosi impegni.
Vasari realizzò personalmente le decorazioni delle sale del piano nobile, che testimoniano l’intenzione di avviare un preciso programma iconografico di celebrazione del ruolo dell’artista, utilizzando riferimenti mitologici, biblici e allegorici riproposti sia nei dipinti su tavola che decorano i soffitti a cassettoni, che sulle volte e sulle decorazioni parietali della casa.
Le opere esposte nella quadreria allestita agli inizi degli anni ‘50 del XX secolo provengono in gran parte dalle collezioni delle Gallerie Fiorentine, una rassegna di dipinti cinquecenteschi riferibile in particolare ai “pittori dello studiolo”, ovvero quegli artisti che intorno al 1570 collaborarono insieme a Vasari alla decorazione dello Studiolo di Francesco I de’ Medici in Palazzo Vecchio. Tra questi si annoverano Alessandro Allori, Perin del Vaga, Giovanni Stradano, Santi di Tito ed altri di ambito aretino e fiorentino.
Accanto alla casa si estende il giardino pensile all’italiana, che in origine era più esteso e comprendeva anche gli orti.
All’interno di Casa Vasari, escluso dal percorso museale e non aperto al pubblico, si conserva il prezioso Archivio vasariano che contiene la corrispondenza dell’artista aretino e documenti quali le Ricordanze e lo Zibaldone. Fonte: Musei di Arezzo.

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Vertine con le foto di Lorenzo Prodezza

Alla radente luce del tramonto rigiungono fra i sassi delle vecchie mura quanti nel giorno si erano dispersi fra campi, cantieri e orti, con in più la voracità dei gatti di Vasco che reclamano la cena. più la volpe cittadina in cerca di quache coscio di pollo arrosto e avanzi.
In questa luce crepuscolare arriva in moto un fotografo professionista da Arezzo che ha alle sue spalle mostre e scatti importanti con un acume ottico di rilievo e con il fatto che ha sempre sentito parlare e letto di Vertine, ma senza esserci mai stato.
Le sue foto – a piedi o con il drone – hanno il pregio di far sobbalzare di emozione come una cosa mai vista anche chi da sempre pesticcia queste zolle.
Dopo un breve giro in cui gli è stato spiegato storia, storie e contesto, Lorenzo Prodezza riesce a catturare gli effetti aromatici e armonici che fanno sobbalzare di fresca novità anche gli abitanti che qui poggiano e coltivano tutti i loro sentimenti.

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Buddleja, il fiore che attira le farfalle

Queste infiorescenze a pannocchia – che virano dal bianco all’azzurro o al viola intenso – dal delicato profumo che rimanda vagamente alla Felce Azzurra, sono tra le piante da giardino che maggiormente attirano le farfalle.
Ai primi di giugno quando i fiori esclamano la loro presenza, intorno a essi ci sono delle danze continue, oppure la tenacia che hanno le farfalle nel voler rimanere attaccate alla buddleja chidendo le ali per contrastare il vento forte, il perderci la testa arrivando a farsi toccare tanto sono prese dalla delizia del profumo e dalla delizia di essere lì.

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Il centenario della Fonte della Grotta a Brolio

C’è una vena importante che alimenta la Fonte della Grotta dato che per tutto l’anno il getto dell’acqua mai si arresta anche negli anni più torridi e siccitosi.

Da notare che le fonti sono due – sia pur a breve distanza tra loro – la prima è una piccola vasca incassata nel muro che ha più la caratteristica di un abbeveratorio e reca la data del 1921, l’altra – la più imponente sotto tutti i punti di vista – è un bell’esempio di costruzione a filaretto, con dietro un deposito e uno strabocco per non tenere l’acqua ferma.
Porta la data di costruzione del 1928 e entrambe hanno una targa che riporta la scritta “fonte privata”.

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