Alla ricerca del tartufo marzuolo

tartufo marzuolo vertine

Alzarsi presto, permette di vedere il diradarsi delle tenebre e farsi largo della luce, con il sole che celermente inizia a sbadigliare dal Valdarno.
Si alzano per aria i primi vapori di guazza evaporata al calore, si fanno due chiacchiere con le dame splendide che fanno due passi con cadenza da atleta.
Si mettono a fuoco le viti di due anni da potare come si deve, e poi arriva un sigonre, con il cane Rocco che fra le querciole lungo strada, non ha fermezza.
In meno di dieci metri scava come una talpa e consegna al padrone riconoscente una decina di pepite che grattate sull’uovo o sulla pasta, pigliano il nome di tartufi marzuoli.

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Acquedotto del Fiora: niente acqua per le piscine

piscina

Dal primo giugno al 30 settembre sarà vietato l’utilizzo dell’acqua potabile per le piscine degli agriturismi in provincia di Siena, per i comuni serviti da Acquedotto del Fiora. In pratica l’acqua con cui si riempie la piscina a fine maggio, dovrà restare la stessa fino ad ottobre, senza possibilità di approvvigionamento da acquedotto pubblico per il consueto rabbocco o riempimento. Inoltre, l’obbligo di svuotamento annuale delle piscine private ad uso collettivo (previsto dalla norma regionale), altro problema per gli operatori agrituristici.
Lo sottolinea la Cia (non l’agenzia di spionaggio civile americana, ma gli agricoltori senesi) che dopo un incontro con i suoi associati dice che si tratta di una situazione assurda, mentre Acquedotto del Fiora dice che “Il provvedimento serve per salvaguardare la risorsa idrica e garantire il pubblico servizio”
Considerando che il ricambio di acqua giornaliero per una piscina è del 2% del suo volume, in 4 mesi, il ricambio è pari ad una vasca e mezzo, che moltiplicato per le 1200 strutture turistiche della Provincia (la grandissima parte dotate di tinozze da nuoto) il consumo di acqua per uso ludico, è notevole.
La normativa della Regione Toscana che prevede il totale svuotamento della piscina, con il ricambio di acqua, una volta l’anno, la ciliegina sulla torta, per un consumo sano e consapevole di un liquido così indispensabile prezioso.

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La prima rondine, coccinella e vite che piange

La prima rondine sembra che balli un valzer per aria, ma è solo un modo irriverente per prendere bene la mira e sganciare sulla tesa del cappello, ciò che si fa fatica a credere possa contenere tutto insieme nel suo piccolo corpo.
Dispettosa, creativa nello sberleffo e nel manifestarsi. Poco dopo, nella quiete sotto l’ombra di un ulivo maestoso per un panino, giunge l’alter ego coccinella sulla camicia e si ferma, osserva, punta sguardo negli occhi, percorre la manica della camicia come una carezza e torna in cielo.
Più avanti, guardando i capi piegati di una vigna a guyot (capo e razzolo) ce n’è una di sangiovese (di vite vecchia che la sa lunga) che inizia a lacrimare, forse conscia del dono prezioso di donna mai perduto.

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Il Beato Sorore

beato sorore santa maria della scala

Bellissima la leggenda tutta senese che vorrebbe un semplice “ciabattino” quale fondatore di uno degli ospedali più antichi del mondo: il Santa Maria della Scala. Molto più interessante (anche se con meno fascino) è capire come, intorno ai primi decenni del quattrocento, fosse nata l’esigenza di inventarsi di sana pianta la storia di questo personaggio, mai esistito realmente, ma la cui figura fu al centro di una delle più importanti operazioni di Marketing di quel secolo.

Partiamo, nonostante il filtro dei secoli, da ciò che è rimasto impresso nell’immaginario collettivo dei senesi e da quanto le rappresentazioni pittoriche e le scritture hanno volutamente influito e corrotto la memoria di una città intera. Secondo la leggenda, l’ospedale di Santa Maria della Scala fu fondato da un povero ciabattino di nome Sorore che, addirittura nel IX secolo, cominciò ad operare e dispensare carità nella sua piccola bottega davanti al Duomo. Grazie alla stima che aveva acquisito tra i suoi concittadini si creò intorno a lui un nucleo di volenterosi che poi diedero vita al grande ospedale senese. Secondo le fonti cinquecentesche si conoscerebbe anche la data della sua presunta morte, che risalirebbe addirittura all’anno 898.

In realtà, il documento più antico che ci parla dell’Ospedale di Siena (detto solamente di Santa Maria), risale al marzo del 1090, anche se la sua fondazione risulta precedente ed in quell’anno la sua amministrazione e la sua gestione era già in mano ai Canonici del Duomo (tale Alberico è definito appunto prete e canonico del Duomo – AOM, 1090, marzo 29). Nei secoli successivi l’Ospedale si affrancherà dal clero e riuscirà a mantenerne le distanze. Alla fine del 1200 e inizio del 1300 il Santa Maria subirà una duplice pressione esercitata in primis dal Vescovo di Siena per le “presunte decime” a lui non versate e poi dal Comune che ne voleva assumere il controllo gestionale. Il Governo di Siena infatti aveva capito che, dietro i lasciti e le “oblazioni” di molti personaggi ricchi e blasonati, l’Ospedale si era reso complice di una grande frode ai danni del Comune e delle casse pubbliche legittimando di fatto l’evasione fiscale. Fu così che nacque nel luglio del 1305 il primo Statuto dell’Ospedale di Siena che iniziava proprio con una dichiarazione di fedeltà al Governo dei Nove: “…d’amare el Comune de Siena e de non frodarlo e di non lassarlo frodare” ed una serie di rubriche (sessanta) che intendevano dimostrare come oramai l’ente avesse acquisita una organizzazione tale da meritare rispetto ed autonomia.

Nonostante i grandissimi problemi di dissesto (seguirà un secondo statuto nel 1318) ed alcune forzature a cui fu costretto (l’apposizione dello stemma della balzana sulla facciata), l’ospedale riuscì tuttavia a mantenersi in piedi districandosi e dimenandosi in un difficilissimo equilibrio.

Ma passiamo al XV° secolo. Fino al 1441 nessun documento scritto e nessuna immagine parlano del “Beato Sorore”. La prima notizia è infatti legata ad un affresco di Lorenzo di Pietro (detto il Vecchietta), realizzato nel Pellegrinaio del Santa Maria della Scala su commissione del Rettore Giovanni di Francesco Buzzichelli, in carica dal 1434 al settembre del 1444, anno della sua morte. Fu proprio il Buzzichelli a voler raffigurare per primo la “Storia di Sorore” e probabilmente ad ideare un personaggio che potesse incarnare al meglio la laicità dell’Ente.

Così cominciò la “costruzione” della nostra leggenda per fini squisitamente “politici”. Al pennello del Vecchietta venne affidato il compito di rappresentare il sogno rivelatore della madre di Sorore che aveva avuto una premonizione prima del parto ed aveva visto il “futuro” del figlio (ancora non venuto alla luce). Secondo questa rappresentazione, il beato scende e sale da una ipotetica ed infinita “scala” che va dalla terra al cielo e dove, una volta a destinazione, consegna uno dei tanti “gettatelli” (orfanelli) dell’Ospedale, affidandolo alla madre divina. La “scala” a tre gradini era ormai divenuto da tempo il simbolo, lo stemma del Santa Maria. Niente di storicamente più falso poiché, se la morte del Sorore fosse avvenuta effettivamente nel 898, in quel tempo l’Ospedale, ammesso che già esistesse, era ancora lontano dall’essere accostato al famoso simbolo. Nel documento più antico (1090) ancora era chiamato semplicemente “di Santa Maria” e solo più tardi, per la sua collocazione davanti ai gradini del Duomo, fu appellato come ospedale di Santa Maria “ante gradus”, cioè “davanti ai gradini o agli scalini” del Duomo. Solo nel secolo successivo prese definitivamente e più semplicemente il nome di Santa Maria della Scala e di conseguenza la “scala” (a tre gradini sormontata da una croce) divenne il suo simbolo.

L’idea di dipingere tutto l’ospedale con opere pittoriche di costosa e rilevante importanza fu una delle più grandi operazioni di marketing del Rettore Buzzichelli con la quale pubblicizzò i compiti svolti dal suo ente (carità, investimenti, elemosine, cura degli ammalati, assistenza degli orfani) e nello stesso tempo volle ribadire la sua laicità intesa come autonomia nei confronti della Chiesa e del Comune. In questo contesto si inserì anche il bisogno di creare il mito di una “fondazione laica” e quindi il Sorore diventò un mezzo di emancipazione e di riscatto per l’Ente, ma anche di “sentita vicinanza” con la popolazione senese provenendo da un ceto povero. Nacque così il cosiddetto “Ciclo del Pellegrinaio” e cioè quella serie di affreschi dipinti nell’ospedale (tra cui quello citato del Vecchietta), che vide in Domenico di Bartolo Ghezzi, il maggiore “dipendente” agli ordini del Buzzichelli dal 1440 al 1444. Anche a lui venne commissionato di dipingere il Beato Sorore in quella che poi divenne famosa come la “Madonna del Manto” (terminata nel 1444), perché eseguita nella omonima cappella. In origine, come emerge dai pagamenti, l’opera si chiamava “nostra Donna di Misericordia”. Ai lati di questa vergine protettrice della città di Siena, oltre al Sorore, compaiono anche i ritratti del Rettore e di sua moglie intenti a pregare.L’anno dopo, sempre il Vecchietta, ritrarrà di nuovo il Sorore nella famosa Arliquiera che fu collocata nella medesima cappella, mentre risale al 1461 il beato impresso nella cornice della Madonna della Misericordia in Palazzo Pubblico.

Ormai la divulgazione iconografica era stata lanciata, ma le fonti scritte? Secondo il preziosissimo contributo del professor Michele Pellegrini (26/11/2010 in “Atti della giornata di studi Attorno alla leggenda di Sorore: invenzione della memoria e uso della storia nell’ospedale di Santa Maria della Scala”):“Quel nome, sulla scelta del quale ci si è più volte interrogati, fa infatti la sua prima apparizione nelle fonti scritte contestualmente alla realizzazione da parte del Vecchietta della prima rappresentazione iconografica del personaggio, cioè la prima scena affrescata sul lato sinistro del pellegrinaio (primo nella cronologia dell’esecuzione oltre che nella collocazione fisica e nella successione logica delle scene). Quella che potremmo dire la ‘fede di battesimo’ di Sorore, cioè la prima attestazione positiva del suo nome nelle fonti scritte ancora conservate, la rintracciamo perciò, ad oggi, proprio nella nota di paga-mento di quell’affresco contenuta, alla data del 30 novembre 1441, nel “libro Rosso del dare e avere, segnato “N” che raccoglie la contabilità ospedaliera di quei decenni”. Ed ancora: “Risale al 1477 la prima menzione del nome di Sorore in uno scritto di natura non documentaria ma letteraria: l’autore è prestigioso ed il registro è elevato, trattandosi dell’orazione funebre pronunciata dal cancelliere della repubblica, Agostino Dati in lode del rettore Niccolò Ricoveri; ma la menzione di Sorore è in quel testo del tutto incidentale, e nulla aggiunge all’ancor vago profilo biografico del personaggio”.

Dalla cronaca di Allegretto Allegretti sappiamo che nel maggio del 1492 venne ritrovato nella chiesa dell’ospedale un cadavere quasi incorrotto, ma nessuno ipotizzava, anche allora, che si potesse trattare minimamente del Beato Sorore. Fu solo qualche anno dopo, durante i lavori effettuati per la decorazione della cappella del Manto (1513-1515) che si decise di associare a quel cadavere, la memoria fisica del fondatore e di metterlo in mostra proprio sotto l’altare della Madonna del Manto.

Nel 1575, nell’occasione della visita pastorale del Bossio al Santa Maria della Scala si trova la descrizione di questo altare che ospitava e permetteva di vedere “corpus, ut asserunt, beati Sororis”. La leggenda del Beato Sorore non aveva ancora tuttavia raggiunto la diffusione voluta, quindi era giunto il momento di dare una ulteriore spinta a ciò che era già presente nell’immaginario collettivo, almeno iconograficamente. Così nel 1585 venne dato alle stampe il libro del “molto reverendo” fra Gregorio Lombardelli: “La vita del beato Sorore da Siena, fondator del grande ospitale di Santa Maria della Scala in detta sua patria”.

Una ricostruzione dettagliata della vita del fondatore (stavolta per iscritto), in cui lo scrittore giustificava, incastrava gli elementi e colmava ogni lacuna sulla figura storica del Sorore, naturalmente senza prove concrete, ma appoggiandosi ad elementi familiari e riconoscibili. Citando ancora Michele Pellegrini: “Il trattamento che Lombardelli riserva alla leggenda di Sorore non è diverso da quello applicato a centinaia di altre figure reali o fittizie del passato cittadino, pur essendo forse, il lavoro in cui più scoperta è la disinvoltura con cui l’autore costruisce da sé le proprie fonti. Caso esemplare, dunque, di un impegno agiografico che, promovendo quella che è stata definita una “beatificazione di massa” del ceto nobile senese e dell’intero corpo politico cittadino risponde, a cavallo tra Cinque e Seicento, a precisi obbiettivi politici, oltre ché pastorali”.

Ormai il Sorore era per tutti ufficialmente il “fondatore” dell’ospedale ed anche due celebri fonti iconografiche come la pianta del Vanni (1597) ed il dipinto “il pantheon senese” di Ventura Salimbeni (1611) lo consacrano. Nel sei e settecento poi, una voluta strategia culturale e pastorale tesa a ricattolicizzare gli ambienti popolari di Siena, avrà tutto da guadagnare dal rinforzare la leggenda del Beato Sorore che troverà addirittura posto nelle guide, nei “ragguagli” e nei testi relativi alle cose della nostra città come la “Siena ricercata et esaminata” di Curzio Sergardi o in una nuova agiografia del 1668 di Marsilio Mariani. Anche lo scrittore ufficiale del Santa Maria della Scala del diciassettesimo secolo, Girolamo Macchi, morto nel 1734, fu convinto devoto del Beato Sorore e divulgatore erudito di quella leggenda. Fonte: Augusto Codogno.

La questione del personaggio-mito, cominciò ad incrinarsi per la prima volta solo a metà del settecento quando il Pecci sollevò le prime perplessità sul toponimo “Sorore”, effettivamente inconsueto, presagendo una natura “artificiosa”. Un altro illustre studioso (il Banchi), che fu costretto a diffondere la notizia del rinvenimento del corpo incorrotto trasmessa dalla cronaca dell’Allegretti, insinuò che il nome fosse stato adottato per aver voluto individuare il corpo del fondatore in quello contenuto “in un’urna sepolcrale con le parole B. Soror”

Vorrei aggiungere qualcosa di personale sulla possibilità dell’esistenza di una scritta sepolcrale con la parola “Soror” o “Sorore” che avrebbe confermato “erroneamente” il ritrovamento del cadavere del nostro fondatore. Questa iscrizione, potrebbe essere stata effettivamente rinvenuta in quanto appartenuta ad una “infermiera” del XII/XIII° secolo sepolta nel nostro ospedale (ricordiamoci che la struttura aveva un adiacente cimitero).

Anche anticamente infatti, lavoravano al Santa Maria le cosiddette “donne ospedaliere” che operavano nei reparti femminili e poi (successivamente) con i bambini “gittatelli” affiancando le Balìe. Queste donne, specie quelle appartenenti agli Ordini monastico-equestri (come l’Ordine Ospedaliero di Altopascio ad esempio) erano spesso chiamate “Sorores”. Numerosi atti infatti citano le “donne ospedaliere” come “sorores”, in particolare quelle appartenenti al sopra detto Ordine di Altopascio o del “Tau”, nato nell’omonima cittadina lucchese e propagatosi in tutta la penisola (ed oltre) già alla fine del XII secolo e presente anche nella nostra città. A Siena gestirono ben due piccoli ospizi sulla Francigena, uno vicino a Piazza Paparoni (Via di Camollia) ed uno fuori Porta Romana vicino a San Mamiliano e non è da escludere la loro presenza anche nell’ospedale più grande della città. (Augusto Codogno)

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Vasco: “Mettimi in folle il telefono”

vasco nuti vertine

Vasco, alle prese con i soliti problemi impellenti: stile il non essere pimpante di corpo e avere sempre il telefono pieno di messaggi e di chiamate perse perchè lui è da una parte e il telefono perso per il mondo, una volta messo persino in frigorifero, nel mezzo di una cartata di salsicce e buristo.
Il telefono intasato rimane però al centro dei problemi, tanto da dover essere spesso messo in folle, per sapere quando il corriere del pesce congelato gli arriva a casa e per sapere quando il postino gli arriverà a casa per sistemare definitivamente il nuovo telefono preso con le Poste.
In mezzo alle piantine dell’orto da mettere, l’aglio che non vuol nascere e i gatti che gli mangiano tre chili di croccantini il giorno, oggi Vasco compie gli anni, pur essendo sempre un ragazzo di Vertine.

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La benedizione dell’ulivo, sabato 1 aprile

La messa delle messe, la celebrazione più sentita e importante di un paese ancora a vocazione agricola che credenti o anche parecchio meno, avvertono come momento di pausa e di ritrovo.
Sabato 1 aprile alle ore 15.30, nella chiesa del Popolo di San Bartolomeo a Vertine, messa delle palme, con conseguente benedizione dell’olivo, ammazzettato con gioia, dalle potature delle tante piante che stanno intorno al paese e gli danno un brivido paesaggistico verde argento, che a novembre diventa olio.

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Lenzuolata di anemoni

La ninfa Anemone, viveva alla corte della dea Flora, era così bella che gli dei del vento, Zefiro e Borea, si innamorarono di lei, facendo ingelosire la dea Flora, che la trasformò in un anemone, fiore bello e fragile, sinonimo di un amore difficile e tormentato.
Gli anemoni sono la chiave di accesso alla primavera.

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Lecce, 21 marzo 2011

pesciolino-rosso

La zia sosteneva con forza che eri bellissimo. A guardarti bene, in quella piccinezza di schermo del telefono, avevi più l’aspetto di un ranocchio che di un pesciolino.
Contraddire la zia, non è mai stato salutare, specie in un momento nel quale il vento girava nel senso opposto al normale andare.
Lei che ha sempre avuto uno sguardo lungimirante e rivolto al futuro, sapeva, in cuor suo, che il suo piccolo grande uomo sarebbe cresciuto in altezza (non come lei) radioso (come lei) gioioso di vedere e vivere ogni giorno con le spalle protette da tre grandi donne: soleggiato Alessandro.

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Il censimento di Vertine del 1841

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Nel 1841, il Granducato di Toscana, governato da Leopoldo II di Lorena, realizzò un primo censimento per descrivere le consizione demografiche e economiche della popolazione.
Vennero realizzati degli appositi registri, suddivisi per comunità e parrocchia, infatti furono i parroci a redigere il censimento.
All’Archivio di Stato di Firenze, è conservato il volume che riguarda il Popolo di San Bartolomeo a Vertine, uno stato delle anime, redatto da Don Gregorio Rapaccini, parroco di anni 34.
Sul registro, sono riportati i nuclei familiari e la loro composizione, la professione, il titolo di studio e l’età, il numero delle case e delle famiglie.
La popolazione del Popolo di Vertine nel 1841 era di 401 persone, suddivise in 59 famiglie e 54 case.
I maschi celibi 155, ammogliati 58, vedovi 10. Le donne celibi 112, maritate 58, vedove 8.
I celibi in così alto numero, denotano un età media base molto giovane in nuclei familiari grandi.
Dopo il prete che redige l’atto, viene la famiglia Visconti, all’epoca la più importante del paese tanto per la posizione di possidenti, tanto per essere di Visconti Viviano la torre all’ingresso del paese, restaurata nel 1972 da Alberto Bruschi.
Le professioni, a parte pochi possidenti, sono poche, per la maggior parte coloni, coloni giornalieri, serve, garzoni, guardiani di bestiame, sarta, calzolaro, tessitrice, una guardia campestre.
Scrutando i cognomi dei residenti del 1841, molti hanno un ricordo di trasferimento recente, altri sono ritrovabili nel monumento ai caduti (basando la presenza familiare anche nei poderi intorno) altri si sono dispersi nel ricordo.
Di cognomi presenti nel censimento del 1841, come nel veloce censimento del 2023, risultano i Nuti e i Baldi, i primi entro le mura, i secondi, per secoli, hanno abitato il podere Le Piana.

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Pizzicati i materassai girovaghi di Gaiole

materasso del chianti

Onore al merito alla Polizia Municipale del comune chiantigiano, che con caparbietà, solerzia e tanto spirito di servizio, ha rintracciato due persone che hanno abbandonato due materassi in una piazzola sul bordo di una strada.
Tanta incivilà è stata premiata con una sonora sanzione e l’obbligo di rimozione e conferimento del materiale abbandonato presso il locale centro di raccolta.

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