Fare il vin santo

Tre mesi di appassimento in una stanza ventilata hanno asciugato quasi del 50% il peso iniziale della malvasia e di un filo di sangiovese, raccolti a settembre.

Abbrunata, rugosa, con i chicchi integri, senza un filo di muffa, con il raspo, l’uva, viene messa in una macina manuale e rotta.
Il poco liquido denso e carico di zucchero, esce a piccole gocce dalla gabbia di legno della pressa, lentamente diventa un filo quando le zeppe di legno iniziano a premere.

Saltano i sigilli dei caratelli dell’annata 2014, il colore è quello, il profumo anche, il sapore tende più al secco che all’abboccato.
Il mosto viene messo nei caratelli dopo averli svuotati dalla fondata, rimessi i sigilli, ci sono da passare quattro anni prima di rimuoverli.

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Chiude la barberia Matteini

luigi-matteini

Il giorno in cui Calogero comunicò al commissario Montalbano la decisione di chiudere la nota trattoria, fu un trauma di quelli difficili da sopportare.
Per anni, ogni giorno, si era lasciato irretire dalle delizie della cucina di Calogero, senza mai porsi il problema che un giorno potesse chiudere l’attività.
Il dramma di quella saracinesca chiusa fu, per il commissario, dilemma di notti insonni e sapori mai più riproducibili, dilemma, di chi mai sarebbe potuto essere all’altezza della cordialità e del piacere fin lì assaporato.

Poco innanzi non fu difficile imbattersi con Enzo in una sfida – corrida per dimostrarsi ad ognuno vicendevolmente di essere all’altezza dell’altro.
Fin qui quando si parla di riempire il corpo e di ristorazione, ma quando si tratta di barbiere e del mondo che gira intorno a una bottega, la cosa cambia di parecchio, perchè già fin nell’arredo anni ’70, la cordialità dei modi, il passo felpato da anni di balera e ballo liscio, nel cambiare angolazione del viso, il discorso cambia.
Dopo 58 anni chiude la barberia Matteini per il meritato riposo del suo gestore e padrone di casa Luigi Matteini.
Chiude un’attività storica che ha visto cambiare nel suo piccolo Montevarchi e nel suo grande l’Italia. Chiude l’abbonamento alla radio uno dei pochi che mai lo avesse fatto.
Punto di capelli, barba e d’incontro di tante persone, punto dove il pettegolezzo non era di casa, ma lo erano il garbo e l’ironia, oasi sempre più rara.

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Lo Spelacchio del Natale di Siena

Un girotondo dei cittini delle Contrade in Piazza del Campo, un coro univoco di voci bianche sulla supremazia di Siena sulle altre città, una sensazione ossessiva sul senso di appartenenza che non ha sfondi di comprensione e di apertura al mondo.
Un albero di Natale, che nei comunicati doveva essere fatto dai piccoli delle Contrade, e così è stato: un componibile di legno stile svedese, delle piattaforme dove imbullonare i Barberi con i colori delle 17, alcune lucine intermittenti, qualche foto di nipote accosto alla biglia di appartenenza, e un senso di leggero e di appannato di un angolo bigio con poche idee in cui pare che esista solo il Palio.

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A Renzo Centri il Clante d’Oro 2018

francesca, renzo e alberto centri

Renzo Centri non è persona usa a levarsi la sete con il prosciutto, anche se è un grande artista nel tagliare a mano il nobile insaccato.

Instancabile movimentatore culturale che si alterna nella creazione della sentieristica del Chianti, portando in giro meravigliati incursori a piedi fra tanta bellezza ai più sconosciuta il rinvenimento di tombe etrusche portate alla luce con tanto entusiasmo insieme a ragazzi di ogni età, la ricerca di miti, santi e leggende sul territorio, con una bella pubblicistica a riguardo, il tramandare canti e movimentare la brace in ogni forma di cultura per non accovacciarsi al gelo di imprecazioni quotidiane dietro un settebello, una boccia in fallo, una messa delle cinque o una battuta al cinghiale.
Riceve oggi il “Clante d’Oro”, (massima onorificenza comunale, assegnata a quanti si elevano con attività a favore della comunità alle ore 18 presso le ex Cantine Ricasoli) alla presenza del sindaco Michele Pescini e della Banda Musicale.

Ne dà notizia su Chianti Sette in edicola, l’ottimo Claudio Coli.

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Il sabato della Coppe

coop foto da caffeina magazine

“Questo di sette è il più gradito giorno, pien di speme e di gioia , è un giorno d’allegrezza pieno, giorno chiaro, sereno”.
Il sabato del villaggio, scritto da Giacomo Leopardi nel suo ultimo periodo a Recanati, nel 1829, dove descrive un sabato sera in attesa della gioia della festa e della delusione per non avere mai un piacere raggiungibile.
Errore del poeta, questo piacere è stato raggiunto: la “Coppe” del sabato sera piena di luci, banchi, donnine, pandori, dadi e ossibuchi in offerta.
Passarci le giornate, far finta di aver fretta, riempire il carrello di ogni inutile cosa, iniziare con il rito mattutino del lavaggio e della pulizia interna della macchina, sbattere i tappetini e mettere l’alberino profumato.
Pettinarsi bene, vestito buono, raccattare la famiglia, perdersi in quel mare di carrelli per riempirli di acqua, croccantini del gatto e lettiere, dame di olio a tre euri al litro.
Starci fino a buio, passeggiando fra una barca di pandori e una piramide di Aperol.
Com’è dolce naufragar in questo mare, con la tessera dei soci.

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I passi di Wanda nella neve del Chianti

Neanche un dettaglio interrompe il silenzio mentre i pettirossi grufolano le penne nella neve, quando tutto si è fatto bianco.
Da Vertine in poi ogni quercia, ghianda, oliva o rosa fa da piedistallo ai fiocchi notturni e ogni cosa si esalta di bellezza. Anche una carretta rivolta al cielo.
Solo un leggero movimento di passi, con i bastoncini attutiti dalla neve testimoniano un evento quotidiano in ogni stagione: la camminata di Wanda, che, con i soli occhi scoperti ammira l’incanto, di come, coperto di bianco, diventa il Chianti.

Fonte: Il Gazzettino del Chianti

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Montalcino dei poeti

Da Montalcino ne sono passati di poeti, fra i primi a compiere due passi per le stradine sono due emeriti tromboni, il primo artefice della sottomissione e poi decadenza del paesaggio toscano: Giosuè Carducci: “Mi tersi con il vin d’Argiano, il quale è buono tanto”, come scriveva all’amica contessa Ersilia Caetani Lovatelli, proprietaria di Argiano.

Il secondo Gabriele D’Annunzio, che nel suo perdibile libretto “La Beffa di Buccari” racconta: “Un altro è di Montalcino, alto, svelto e duro come una torre della sua rocca. E stando egli in piedi con una berretta da podestà, scopro dietro di lui la cruda terra senese, vedo lo sfondo della Val d’Orcia mutula e severa, con le sue crete, con le sue rupi, con i suoi cerri”.

Alfonso Gatto, grande poeta salernitano, scrive“un paese così antico che suggerisce per la sua pace la notizia del quotidiano e il bisogno dell’essere, è un paese che ha una libertà endemica. È un paese di confidenza e insieme un davanzale per l’apocalisse”.

Dario Fo descrive Montalcino come “una città intatta, inalterata, pulita nelle forme, rimasta nel medioevo. E la Fortezza è il simbolo dell’affascinante storia della città del Brunello”.

Dice qualcosa anche Vittorio Sgarbi, ma non è il caso di perderci tempo, mentre Saul Bellow: “non ho mai avuto un debole per i panorami, ma la bellezza di una vista tanto ampia penetrò nella corazza della mia anima novecentesca, tanto ostile ai paesaggi”.

Mentre una rondine di passaggio certifica che Montalcino, quando non c’è nessuno ha lo stesso fascino che ha il mare d’inverno. Fonte: Montalcino News.

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