Berardenga, la zona industriale di San Felice

Cambia radicalmente l’assetto del paeaggio sul lato sinistro del piccolo villaggio di San Felice (già San Felice in Avane) citato tra le solite contese territoriali fra i vescovi di Arezzo e Siena già nell’anno 714.

Possedimento della famiglia Del Taja – che nella Berardenga aveva estensioni sterminate – si fa strada come marchio e etichetta di un vino riconoscibile e saporito, con una distribuzione capillare negli anni ’70 del Novecento.

Da qui nascono i due “cubi verdi”, edifici costruiti per la produzione e affinamento della grande quantità di vino che l’azienda produce.

Ora è ben visibile un nuovo edificio chiaro – contornato dagli immancabili cipressi piantati fitti – dal tetto sgargiante e rossissimo di quei coppi e tegole non invecchiate e che mai invecchieranno, che anche nelle aree non particolarmente di pregio, vengono fatte rimuovere per fini estetici ogni volta che viene messo mano a un tetto.
Ma tutto lascia intendere che il nuovo edificio non sarà il solo a essere innalzato: una grande voragine che si apre dal bucolico roseto a cascata dell’Orto Felice, si inerpica sulla collina fin quasi a ridosso dei “cubi verdi” della cantina, dove si stanno allestendo le fondamenta di qualcosa che a prima vista appare di dimensioni monumentali.

Le necessità strutturali delle grandi aziende vinicole non sono un tabù: la campagna è da sempre un continuo movimento di necessità abitativa, di trasformazione e conservazione dei prodotti agricoli, di allevamento, ma per secoli tutto questo ha avuto un’armonia che si è incastrata magistralmente nel contesto paesaggistico, tanto che quelle case rurali sparse nei territori, sono un esempio di architettura pratica, ma di gran gusto.
Sono questi lineamenti dolci conferiti alla scultura del paesaggio il risultato di un lavoro che è durato secoli e che ha reso questi territori di una bellezza abbagliante che produce sogni in tanti viaggiatori.
Nel Novecento l’edilizia ha preso il sopravvento e basta guardarsi intorno per vedere che quando è stato innalzato poco ha preso dall’esempio armonico dettato dagli antenati e anche accanto al villaggio che già esisteva durante il Regno Longobardo nell’Alto Medioevo, molto sta cambiando in corso d’opera.

Fonte: Il Cittadino

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Siena di nebbia e mimosa

Da dietro la cucina della mensa universitaria di Sant’Agostino, si ha uno dei panorami più gratificanti sulla città di Siena, con il Duomo e il Facciatone sull’estrema sinistra, la Torre al centro, San Martino, la chiesa dei Servi all’estrema destra palazzi e abitazioni a tappare i buchi di un’armonia medievale rotta – da questa vista – solo da un osceno palazzo anni ’60, che si nota come un prete nella neve.
Una mattina vaporosa di nebbia senza meta e fretta di struggersi, che nasconde il rossore e il marmo della Torre e poi riappare, riempiendo di goccioline tuttel le piante dell’Orto de’ Pecci, i tetti e i sellini delle moto.

Struggente vista alla quale si aggiunge la monumentale mimosa fiorita sul lato di un palazzo, pianta gialla e meravigliosa che lo sopravanza in altezza.

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Farfalla alla stufa dei poveri

La stufa dei poveri consiste in un muro di pietra ben esposto al sole e al riparo dal vento dove i non abbienti erano usi trovarsi e scambiare due parole confortati dal calore di ritorno delle pietre.

Lo stesso fa la farfalla in queste giornate altalenanti: si ricarica del calore che il ciottolame di alberese incorpora e in questo piacere si fa quasi toccare, incurante dei pericoli.

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Una vecchia insegna del Totocalcio

Il sogno a buon mercato per quanti cercavano un colpo di fortuna era legato al fare “13” al Totocalcio.

Partite del campioonato di Seria “A”, alcune partite del “Campionato di Serie B”, qualche mina vagante legata a partite del “Campionato di Serie C”.
L’iconica serie di “1, X, 2” per le vittorie della squadra di casa, il pareggio, la vittoria in trasfera e poi tutti il giorno dopo – il bello era giocare la schedina nella tarda notte del sabato – ad ascoltare alla radio lo svolgimento delle varie partite e poi aspettare “90′ Minuto” per vedere i gol in differita e avere la vera consacrazione dei risultati anche nei campi di gioco più astrusi.
Fine della poesia e dei sogni a buon mercato da quando entrò in scena il Superenalotto e quei grattini scorbutici dei gratta e vinci che pelano le famiglie.
Questa insegna ancora vigente si trova a Colle Val d’Elsa.

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il sottobosco di marzo

Non è il tempo della nobiltà da padella, ma l’ultimo mese umido rende rigoglioso di ritrovamenti il sottobosco che si anima di piccole lame e forme strane, lingue e costruzioni asburgiche sopra i tagli di vecchie piante, colonizzando i tronchi fradici.

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Il pecorino di grotta del Caseificio La Fonte

La quantità prodotta è poca, ma il piacere è tanto: un soggiorno in frotta di alcuni mesi e il pecorino ne prende il profumo, rende più compatta la grana e si raggiunge una leggera piccantezza.
Quel leggerissimo retrogusto di muffe il suo pregio che molti intenditori ne approfittano per consumarlo con un altro che di muffe pregiate se ne intende: il vinsanto.

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Gli anemoni di Vasco

Mentre opposti imbecillismi si prendono vicendevolmente a missilate – nel prato del Coltalebolle non arato dai cinghiali – sono rinati dal proprio seme gli anemoni dei venti Zefiro e Borea.
Rari i rossi e i lilla, più tenaci e cardiologicamente presenti i turchesi che tendono al biondo.
Sembra cosa da poco, ma sono beate le menti e gli animi che si rallegrano.

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Edera e infiltrazioni al cimitero di Villa a Sesta

Tanto ha fatto l’Amministrazione Comunale di Castelnuovo Berardenga per il paese il cui circolo ha suggerito il nome al figlio di Harry e Megan – Arci – nobili inglesi che tanto sono legati all’armonia culturale e culinaria di un villaggio che pare quello di Asterix.

I lavori sotto il suolo e quelli per la nuova pavimetazione – inaugurati recentmente – hanno rimesso a lustro efficacemente la parte viva e inarrestabile di Villa a Sesta per i secoli a venire.
Ma alzando lo sguardo verso un breve corridoio di cipressi, si scorge l’edificio del riposo e della pace con una sciarpa di edera invadente su un lato e il tetto della cappella infiltrato dalle pioggie che corrono sui muri e allagano il pavimento.
I travicelli ancora reggono, ma l’acqua e il legno sono elementi naturali che nell’ediliza si detestano.

C’è da mettere in un piano futuro (non tanto lontano nel tempo) di levare l’edera e di mettere mano al tetto della cappella prima che venga in terra.

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L’Oriente Express delle Crete Senesi fra gli agnelli

Il treno più snello, i cui binari accarezzano il passaggio fra dune coperte da chicchi di grano o papaveri ondulanti al sentire del vento.
Un elettrico sottofondo con i vetri che scintillando di sole, annunciano il passaggio del treno più piccino del mondo, immerso in un paesaggio tra i più belli del mondo… ora pieno di agnelli.

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Il Museo del Cristallo di Colle Val d’Elsa

Aperto nel 2001, il Museo del Cristallo di Colle di Val d’Elsa, unico del suo genere in Italia, si trova nell’area dell’antica vetreria Boschi, motore dell’economia colligiana tra gli anni Venti e i primissimi anni Cinquanta del XX secolo.
Attraverso un originale percorso articolato su due livelli che si sviluppano sotto la ciminiera della vetreria, il museo traccia la storia dell’industria vetraria locale, a partire dall’inizio del XIX secolo, fino alla definitiva affermazione della miscela del cristallo al piombo (1963), che ha caratterizzato tutta la seconda metà del Novecento e che ha reso Colle nota nel mondo come la ‘Città del Cristallo’.

A partire dall’esposizione di alcuni reperti di età medievale riferibili alla produzione dei cosiddetti ‘gambassini’ (a Colle sono note vetrerie fin dal 1331), il racconto inizia nel 1820, quando il vetraio Francesco Mathis aprì una fabbrica di ‘cristalli’ in Piano, a fianco della chiesa di Sant’Agostino.

La produzione, rilevata successivamente da Giovan Battista Schmid, ben presto si distinse in Italia per l’alta qualità e la purezza del vetro bianco. Già in questo momento gli articoli erano sottoposti a seconde lavorazioni, realizzate attraverso le tecniche della molatura e dell’intaglio.

Ancora oggi il cristallo rappresenta per Colle una tra le più importanti realtà produttive, tanto che nella città si è arrivati a produrre il 15% del cristallo di tutto il mondo ed oltre il 95% di tutto quello italiano. Le nuove esigenze di mercato e una diversa sensibilità ambientale, hanno spinto le aziende verso una importante innovazione: produrre una miscela senza piombo, ma con le stesse caratteristiche di lucentezza, trasparenza e sonorità, una ricerca green che pone l’industria colligiana all’avanguardia in fatto di sostenibilità, attenzione alla salute e all’ambiente.

Il percorso del museo, totalmente rivisto nel 2023, pone l’accento non solo sulle produzioni e sulla storia del vetro e del cristallo, ma soprattutto sulle persone, sugli uomini e sulle donne che hanno reso possibile questo sviluppo: per questo, dopo la narrazione storica, che è raccontata nel primo livello e che si conclude con l’ampia sezione dedicata al design, il secondo livello è dedicato totalmente alle figure professionali che popolano le fabbriche, o meglio le ‘piazze’, gli spazi prossimi ai forni dove prendono forma gli oggetti. Attraverso video, testimonianze e attrezzi d’uso, il visitatore è portato all’interno della vita dei maestri vetrai. Il mondo del cristallo si anima, raccontato dagli stessi protagonisti in un video documentario. Fonte: Fondazione Musei Senesi

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