Una colombaia millenaria a San Piero in Avenano

Complesso architettonico in via di estinzione di San Piero in Avenano – comune di Gaiole in Chianti – dove il millenario filaretto di alberese è lì per fare accoglienza a stormi di storni, rapaci, uccelli notturni e tonnellate di ailanto e di edera che finiscono per reggere edifici altrimenti franati.
Tra i particolari della facciata con vista sul castello di Meleto, c’è la tamponatura – a mattoni di fattura manuale -di una finestra che più che essere un affaccio paesaggistico sulla valle sottostante, nel corso dei secoli è diventata una base di atterraggio – sosta – riproduzione per colombi.
Ciò voleva dire una fonte proteica diretta e certa per i pievani che nei secoli si sono succeduti alla conduzione di una delle chiese più antiche del Chianti.
Da decenni lo stato conservativo del villaggio millenario nato intorno alla Pieve è parecchio precario: i piccioni ancora ci sono, il tetto è spiaccicato sul pavimento, la soglia di pietra serena della colombaia chissà dove è andata a finire.

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Matthew Spender

C’è chi nel Chianti ci si è ritrovato e c’è chi coscientemente ha voluto stabilirsi in un podere un po’ in disparte dove trarre ispirazione per lo svilupoo della propria arte.

Professore Ordinario di pittura dell’Accademia di Belle Arti di Firenze e Professore Onorario di scultura nell’Accademia di Belle Arti di Scultura.

Il grande regista Bernardo Bertolucci, scelse 47 sue sculture in terracotta, per il suo film “Ballo da sola” del 1996, presentato al 49° Festival di Cannes, girato fra i dintorni di Brolio e la villa di Geggiano.

Scultore affermato e famosissimo, musicista che spiccava per altezza fra i membri della Banda Musicale della Società Filarmonica”Fortunato Vannetti” di Gaiole.
C’è chi nel Chianti c’è nato, c’è chi c’è voluto venire e lo ha amato tanto.

Fonte: Il Citadino.

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Lacrime in assensa di gravità

Ammare… anche quando lo scorrere del tempo porta a idealizzare le immagini migliori e i momenti più lieti, malinconie di piccole fragilità o splendide e graffianti ironie argute.
Quegli occhi tondi e volpini nati sotto al segno del toro erano sempre di sfondo a un capolavoro di saggezza o di intima fragilità con cui aprirsi a rari momenti e per unici spiragli in un parlare al solletico e fusa di grandi film e ottime letture.
La tua sottigliezza di pensiero manca a questo mondo arido e stitico, pieno di personalismo che non sa gustare neanche la lettura del giornale al tavolino di un bar con un cappuccino, un gelato alla nocciola e al pistacchio, un fazzolettino da collo diverso a seconda dell’occasione.

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Fioriscono i gigli

C’era il giglio e la rosa in quell’istante di maggio sinonimo di sinuosa purezza e di una miscela di saggi profumi che abbagliano i sentimenti.
Tu rosa, in una costellazione di bianco – pieno di polline giallo – che arreca soleggiata carezza, agile altura nei diligenti orti, arti idrolitini di rondine, graffiante purezza.

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Particolari di Monteriggioni

Il fascino di un fascio di forassite ammontnato su una parete, un Cristino senza braccia esposto alle intemperie come se stare appiccicato alla croce fosse una cosa da poco, una tenda strappata, un motore di condizionatore nel mezzo di piazza, fastelli di lenzuola… la cacioteca.
Sembra un grande parco giochi per turisti, ma poi si scorge una coppia mano, nella mano, rapiti tra loro neglisguardi e nell’estraniarsi dalla transumanza di telefonisti e rimettono al centro dei pensieri e dei destini del mondo quel sentiero stretto e un pochino disperso.

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Ritrovo di monache spaiate

E’ la stessa sensazione di quando si apre la lavatrice e si ha la sorpresa di non trovare un calzino che abbia un corrispondente di colore.
Così succede davanti alla Basilica di San Domenico a Siena, dove c’è una concentrazione di suore, che per abito… sono tutte spaiate come i calzini.

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Berardenga, visite all’area archeologica del Pian Tondo

Sono tornati gli studenti francesi dell’Univeristà Cattolica di Parigi, che in collaborazione con il Comune di Castelnuovo Berardenga e l’Università di Siena, hanno ripreso gli scavi archeologici nella terza comunità gentilizia etrusca del Pian Tondo (poco sopra l’abitato di San Gusmè).

Una collina circolare, priva di vegetazione, che pare volutamente spianata, dove sono stati rinvenuti nel corso degli anni importanti manufatti e tracce di un importante insediamento etrusco che va dal IX al I Secolo A.C.

Domenica 31 maggio – dalle ore 10 alle 18 – sarà possibile visitare lo scavo in corso, condotti dagli archeologi che stanno operando e studiando questa collina che custodisce tanti segreti di epoche lontane.

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Radda nel bicchiere 2026

E’ ben chiara l’origine del nome del paese di Radda, che proviene dal germanico “Rada” o “Radi”, nome proprio di persona, storpiato in “Ramda”, in una pergamena del 1041, conservata presso l’abbazia di Coltibuono.

E’ pura casualità che in arabo la parola “Radda”, significa “respingere” e di certo non trae origine dal paese capitale della Lega del Chianti e tuttora capitale del Chianti.
Radda e tutt’alto che “respingente”, al contrario accoglie tutto l’anno tanti visitatori che giungono da ogni parte del mondo, vi trovano alloggio, conforto, ristoro e amano passeggiare per le stradine e sedere nelle panchine guardando la vita che vi si svolge intorno.

Una delle più importanti occasioni per arrivare nella capitale del Chianti è senza dubbio la manifestazione “Radda nel bicchiere” giunta alla sua ventinovesiima edizione, curata magistralmente come ogni anno dalla locale Pro – Loco.
I produttori di vino del territorio, condensano lungo le mura del paese, sotto l’ombra infrancante dei tigli, il lavoro di vigna e di cantina per offrire a una moltitudine di appassionati, vini tra i più rinoomati e dalle altitudini più elevate.
Non è un caso che i vini di Radda godano di profumi e di una freschezza di beva che in territori più caldi e assolati si sono perse più o meno dall’ininzio del nuovo Millennio.
La degustazione congiunta di vini raddesi e di pinot trentini guidata da Clizia Zuin ne è un pratico esempio.

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Quando Gaiole in Chianti non voleva il divorzio

Ne è passata di acqua sotto i ponti del Massellone – Chianti da quella tornata elettorale del 12 e 13 maggio del 1974 quando si votò per il primo Referendum abrogativo nella storia della Repubblica.

Gli italiani, chiamati alle urne per abrogare la legge Baslini – Fortuna – che aveva introdotto il divorzio nel 1970 – si espressero in massa per mantenerla in vigore con un forte consenso del 59.3% a fronte di una percentuale di votanti altissima dell’87.7%.

Ma come andò in quel minuscolo paese disperso tra sassi, boschi, primi vigneti specializzati e tanta guazza generale, fose in pochi lo ricordano.

Nel Chianti in generale e a Gaiole in particolare i grandi avvenimenti della storia hanno sempre sfiorato da lontano l’andamento secolare delle cose.
Ne è una riprova che già dal risorgimento ogni comune della Provincia di Siena ha una via, una piazza, un busto, una statua intitolati a Garibaldi, mentre nei tre comuni del Chianti questo ancora non esiste.
I primi cambiamenti forse si mossero con la Prima Guerra Mondiale, quando i giovanni contadini – in massima parte analfabeti – furono inviati nelle trincee e videro strazi immani e un mondo che avanzava di corsa.per idee e tecnologie nuove.

Tornando al Referendum abrogativo della legge sul divorzio del 1974, Gaiole volle distinguersi con l’esito del risultato elettorale.
Quanti votarono per eliminare dall’ordinamento italiano la legge Baslini – Fortuna furono il 52.7% pari a 1073 votanti, mentre coloro che volevano mantenere la legge furono il 47.3% pari a 963 voti.

Votò il 95.85% degli aventi diritto pari a 2123 votanti su 2215.

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Bottiglie storiche di Chianti Classico

Coricate su ripiani di castagno nel loro riposo al fresco e al buio, riemergono delle bottiglie di Chianti Classico con oltre mezzo secolo dalla vendemmia dell’uva.

Splendide etichette di quando ancora gli stilisti non erano presenti nel vino come merlot e cabernet e neanche le “scarpe a punta” si intravedevano all’orizzonte, queste bottiglie hanno per annata la classica lunetta, mentre Brolio ha l’elegante fascetta sul collo e il gallo sulla curvatura.
Tre nonni di San Felice, uno di Villa a Sesta, uno di Brolio e una bottiglia della Mandria che è più rara e introvabile del portiere Pizzaballa nelle Figurine Panini.
Coclee, pompe a pistoni, diraspatrice ondeggianti, vasche di cemento e legno di rovere di grandi botti la tecnologia di questi vini nei quali era ammessa anche l’uva bianca di malvasia e trebbiano.
Non erano annate africane come in questo ultimo ventennio e le gradazioni in genere non volavano verso l’alto, ma nel caso di queste bottiglie, le viti che le hanno prodotte si trovavano fra i luoghi più santi e rinomati per fare vino di ottima qualità.
Una beva e dei profumi che chi ne capiva riusciva a distinguere la zona di provenienza e il Maestro Giulio Gambelli sapeva riconoscere persino la vigna d’origine e le piante che c’erano intorno…

Quei vini beverini rosso rubino che non tende all’inchiostro, sono un messaggio in bottiglia per chi si ostinava a fare “concentrati d’uva” in epoche successive, mentre ora ci pensa direttamente il clima e la natura a concentrare.

Un pensiero rinfrescante di uve bianche nel sangiovese – mettendo in panchina i bordolesi francesi – non sarebbe quello di fare un ritorno al “vino da mescita” come tante scarpe a punta sostengono, ma un ritorno a beva e piacevolezza per cui il Chianti è stato apprezzato e conosciuto nel mondo.

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