La bontà del lesso rifatto

Se un pentolone di lesso e conseguente brodo con i tortellini si gusta piacevolmente anche nell’epicentro dell’estate, figurarsi quale possa essere l’impatto sulla tavola del lesso rifatto con le cipolle e qualche pomodoro.

I più giovani storcono la bocca sia nella prima che nella seconda versione, poi con l’età si hanno i primi approcci e si capisce che con la salsa verde o la maionese fatta in casa il lesso è una delizia, poi rifatto è fra le cose più buone del mondo.

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Il neo – realismo di Colle Val d’Elsa

Si parte dal presupposto che Colle Val d’Elsa (alta) sia uno dei luoghi più romantici del creato dove però la cacca di storni e piccioni non atterra al suolo ma si ferma sui tetti delle macchine di cui è coperta Piazza del Duomo.

Passando da via delle Romite c’è da fare attenzione alla Parisina che scarica bacinellate d’acqua sui passanti in ogni stagione, ma al contempo – scampato il pericolo della doccia fredda – non manca lo spunto idilliaco di un baio scambiato ai lati di un ortensia o di fiorellini che abbelliscono con grazia le finestre di molti incantevoli palazzi.

Caffè e colazione alla rinomata pasticceria Barone è un classico piacere da non rinunciare anche se si ha fretta, la signora della tabaccheria che tiene cartoline retrò meravigliose, il Museo dell’arte del cristallo e quello di arte sacra con ritratti dove la bellezza femminile è la debolezza maschile del cavallo che si affaccia alle imposte di una casa chiusa.
Ma è costume, storia, vita vissuta: accidenti sempre al velo di ipocrisia (che a differenza della nebbia non si scioglie mai al primo sole del mattino) intasa tutto di conformismo.

E poi un uscio chiuso di vetro e legno stinto, cassetta della posta ancora funzionamente e non sigillata, una seggiola di paglia, una facciata scrostata e stinta, il cartello con il passaggio dei bambini a corsa con la cartella di scuola.

Fiorellini sospesi e un paracarro di pietra serena nell’angolo: arrivassero Sandokan, Re Artù, Giacomo Leopardi, Lucio Battisti, Don Chisciotte o Fabrizio De Andrè, farebbero di Colle alta la loro fortezza di reistenza a questo mondo intriso di rabbia, ignoranza e violenza.

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Il programma della Festa a Vertine 2026

Il programma della Festa a Vertine di sabato 12 settembre 2026:

Ore 8: Santa Messa nella chiesa del Popolo di San Bartolomeo a Vertine

Ore 9.30: Camminata a cura dell’Associazione “Radici in Chianti”

Ore 10.30: Colazione contadina al rientro dalla camminata

Ore 10: Apertura del Villaggio dei Mercanti dei produttori locali

Ore 12: “Pic nic sotto ai lecci”

Ore 16.30 Spettacolo per bambini di fronte al Palazzo

Ore 18: Conferenza a cura di “Radici in Chianti” storie e curiosità su Vertine – di fronte al Palazzo –

Ore 18: Aperitivo con musica dal vivo con i “Wild Cat Hendriks” & “New Nothing”

Ore 20: Cena tradizionale sotto ai lecci

Ore 22.30: Coktail Bar, balli e musica dal vivo con i Bcube a seguire Djey Set fino a note tarda.

Si raccomanda ai partecipanti di utilizzare i numersi cestini presenti per le vie e piazze e di avere rispetto per il millenario paese.

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A Villa a Sesta c’è un cartello nuovo e un cartello sbiadito

Non sarebbero esistiti scrittori quali Ortensio Lando, Zenone di Elea, Giovannino Guareschi oppure Oscar Wilde (maestro moderno degli aforismi) se non fosse esistito il paradosso, oppure Sciascia, Pirandello e Camilleri che dalla Sicilia hanno narrato vicende costruite nell’illusione ottica di un gioco di specchi dove la realtà non è mai quella che sembra e la soluzione al problema è sempre un raffinato gioco di sponda per arrivare alla meta.

Da qualche mese il nuovo cartello stradale di Villa a Sesta rientra nel materiale perfetto per questi grandi scrittori dato che in un mondo normale – essendo stinti e illeggibili sia quello in entrata che in uscita – sarebbero dovuti essere sostituiti ambedue.

Ma per chi procede in direzione del Chianti si trova un pimpante cartello nuovo con sopra tutte le indicazioni del caso, mentre invece per chi procede in direzione del capoluogo della Berardenga il pannello resta il medesimo stinto.
E’ anche vero che con le moderne diavolerie elettroniche non c’è viottolo di campagna che non venga segnalato nel proprio telefono su mappe efficentissime, ma togliere il sublime fascino statale di fare le cose a mezzo senza neanche farci caso, è come togliere le basi all’ironia e alla letteratura.
Cambiare un cartello si e uno no non è per leggerezza o per burocrazia avvitorcolata su se stessa: ha un senso letterario e poetico, serve a ricordarci che l’indolenza è una virtù…

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Quando San Donato in Perano era romantico

Una vecchia cartolina degli anni ’90, ricorda come fosse quella fattoria cinquecentesca realizzata dalla famiglia Strozzi sui resti di un castello.

C’era la stradina che si inerpicava in salita tra una breve fila di cipressi e passava davanti all’ingresso principale, c’erano delle costruzioni armoniche quali un paio di capanne, c’erano delle case poderali.

Sia il nucleo centrale che gli annessi agricoli e le case poderali sono state rimaneggiate e rese molto, molto diverse da come si vede in questa immagine.
Erano anni nei quali tutto andava a gonfie vele e la rivista Forbes vantava il fatto che “qui si sta bene e tutto diventa possibile” e si prodigava per fare arrivare in zona un buon numero di vitellozzi americani.
Poi – chi ha memoria – si ricoda bene come è andata.

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Il girarrosto di San Bartolomeo

La celebrazione del Patrono San Bartolomeo è da sempre la ricorrenza più sentita che porta con se un crescendo nel portare a compimento delle arguzie culinarie, ma al culmine porta con se anche una velata malinconia dato che si riprendono le normali attività, iniziano i pensieri di scuola, di campo, del fare quotidiano che metteranno questa divertentissima estate nell’albun mentale dei ricordi piacevoli.
Il divertimento che sta nel costruire la giornata in cui sua eccellenza il girarrosto viene messo in moto è insieme presente e gusto del ricordo: di chi ci ha insegnato a stare insieme senza mai voler primeggiare, del fare le cose per il gusto di farlo, di voler continuare a voler bene e tenerci caro questo piccolo mondo antico che si ha nel cuore in ogni suo sasso. L’arrosto è venuto una delizia.

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Le pecore e il trenino delle Crete Senesi

Oltre che per ondulazioni che si sussuegono, le Crete sono famose anche per la loro scarsa vegetazione e per il fatto che trovarvi un po’ d’ombra rinfrescante sotto a una pianta, è cosa ardua.
Per i vari gruppi di pecore che pascolano in zona è cosa dura sia trovare un filo d’erba fresca che un po’ di refrigerio.

Raggruppate per indole e coperte di lana per natura, le pecore si fermano solo quando passa il treno nel fondovalle, singolare caso di due motrici attaccate insieme in senso opposto.

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“Borgo”: quando la storia diventa una cartolina noiosa

La parola “borgo” sembra innocua. Anzi, nel linguaggio della promozione turistica è diventata quasi obbligatoria, richiamando autenticità, silenzio, pietra antica, campanili, colline, una Toscana rassicurante e apparentemente sottratta al tempo.

È una parola che vende bene.

Proprio per questo occorrerebbe usarla con qualche cautela.

Il problema non è soltanto terminologico. È, prima di tutto, storico.

Sotto l’etichetta indistinta di “borghi” finiscono infatti realtà profondamente diverse per origine, funzione, assetto topografico, forma del popolamento e vicenda istituzionale: castelli signorili, terre murate, centri comunali, villaggi di fondazione, insediamenti rurali, frazioni, nuclei sviluppatisi in età moderna o contemporanea.

Mettere tutto insieme significa rinunciare a capire.

Un castello non è una terra nuova; una terra nuova non è un villaggio; un centro comunale non coincide con una frazione rurale, né con un piccolo nucleo moderno cresciuto attorno a una strada o a un’attività produttiva.

Dire “borgo” può essere comodo, ma è quasi sempre poco informativo.

E, nella maggior parte dei casi, serve più a produrre un effetto di atmosfera che a restituire la realtà di un luogo.

Qui sta il punto.

Il termine “borgo”, così come viene oggi impiegato, tende a trasformare storie complesse, lunghe e spesso conflittuali in un marchio.

Al posto della conoscenza si propone un repertorio di formule: “autentico”, “senza tempo”, “gioiello nascosto”, “dove il tempo si è fermato”, “sospeso nel Medioevo”.

Espressioni che rassicurano, ma non spiegano nulla.

E che, soprattutto, suggeriscono un’idea falsa; cioè quella di paesi rimasti immobili, miracolosamente preservati da una modernità che li avrebbe sfiorati appena.

Non è andata così.

Nessun luogo storico è immobile.

I nostri paesi sono il prodotto di costruzioni e demolizioni, di abbandoni e ripopolamenti, di conflitti, riconversioni, ampliamenti, crisi economiche, rifunzionalizzazioni, restauri e adattamenti.

Sono il risultato di decisioni politiche e rapporti sociali, di economie agrarie e commerciali, di poteri signorili, comunità locali, istituzioni comunali, enti ecclesiastici, famiglie e gruppi di lavoro. In altre parole: sono storia, non fondali.

Un paese non è interessante perché “il tempo vi si è fermato”. È interessante perché il tempo vi ha agito sopra, lasciando tracce diverse e non sempre conciliabili. Le mura, una torre, una chiesa, una piazza, una casa apparentemente modesta, un vuoto edilizio, una strada che cambia direzione raccontano una trasformazione.

Ma questo racconto richiede strumenti, comparazioni, fonti, archeologia, lettura delle stratificazioni. Non basta una didascalia da brochure.

C’è poi un aspetto ancora più importante.

La retorica del “borgo” tende a sottrarre questi luoghi al presente.

Li presenta come paesaggi da visitare, fotografare e consumare rapidamente, mentre sono comunità abitate — o che faticano a restare tali.

Dietro l’immagine pittoresca ci sono problemi concreti: spopolamento, invecchiamento della popolazione, rarefazione dei servizi, difficoltà abitative, lavoro precario o assente, manutenzione del patrimonio, fragilità idrogeologica, pressione turistica. Nessuna di queste questioni scompare perché una strada è lastricata o perché una torre medievale offre una bella fotografia.

Naturalmente non si tratta di vietare una parola, né di negare il valore culturale, paesaggistico e affettivo dei piccoli centri.

Si tratta di evitare un uso pigro e indistinto di un’etichetta che appiattisce le differenze e sostituisce la storia con il marketing.

Valorizzare non significa rendere tutto più vago; significa rendere riconoscibili le specificità.

Se vogliamo davvero prenderci cura di questi luoghi, dobbiamo anzitutto imparare a distinguerli e a raccontarli per ciò che sono: castelli, terre murate, centri comunali, villaggi, frazioni, paesi rurali, nuclei moderni.

Dobbiamo riconoscere che il Medioevo è una parte importante della loro storia, ma non l’unica; e che ogni fase successiva — moderna e contemporanea — ha contribuito a produrre il paesaggio che vediamo.

La comunicazione più rispettosa non afferma che “il tempo si è fermato”.

Racconta, al contrario, chi ha costruito, chi ha abitato, chi ha lavorato, chi ha trasformato e chi continua oggi a curare questi territori.

Solo allora smetteremo di consumare “borghi” in una gita domenicale e ricominceremo a vedere paesi veri: luoghi vivi, differenti, stratificati, talvolta fragili, ma ancora capaci di avere una storia — e, auspicabilmente, un futuro.

Fonte: Marco Valenti – Professore di Storia Medievale all’Università di Siena e Assessore alla Cultura di Monteriggioni.

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La cena del lesso… e del lesso rifatto

Niente di meglio per sollevare il morale di una sera d’agosto di un bel bollito misto cotto per svariate ore, accompagnato con salsa verde e maionese fatte dalle grandi massaie di Vertine (con le uova di gallo del sindaco) e una bella pentola di cappelletti in brodo fumanti.
La Teresa diceva sempre che il lesso è il mangiare dei vagabondi perchè basta mettere una pentola sul fuoco carica di verdure e qualche tocco di osso e di ciccia e mettersi a guardarla per ricavare un ottimo brodo e un bel secondo senza impazzire.

Di questa stagione a tanti parrà un abominio sentir parlare di brodo, tortellini e salsa verde ma la mole dei villeggianti passati durante le fasi di cottura – richiamati dal profumo del brodo in formazione – si sarebbero fermati volentieri a cena… e il giorno dopo la grande specialità della cena del lesso rifatto con le cipolle.

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Berardenga, è arrivato il Postamat!

C’era da tempo immemore agli uffici postali di Arbia e di Pianella, mentre adesso ha fatto la sua comparsa anche all’ufficio di Castelnuovo – e pur essendo ancora privo di collegamento e funzionante – riempie con la sua presenza quello spazio di luce a vetro che faceva spaziare entro l’orizzonte interno delle sedie di attesa.

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