Gli Escursionisti della Berardenga nelle trincee di Vagliagli

Con tutto il rispetto per coloro che hanno dovuto vivere sulla propria pelle l’inutile strage della Prima Guerra Mondiale immersi nella mota delle trincee, quando i valorosi Escursionisti della Berardenga sono tornati a Vagliagli dopo aver percoso un anello di 11 chilometri nel diluvio (con alcune case senza tetto) parevano aver finito il loro turno nelle trincee del Carso.
Zuppi fin negli indumenti più intimi, ma felici di aver percorso un percorso epico e bellissimo, con tappe e intermezzi culturali fra un podere e l’altro.
Attendevano il loro felice arrivo dei ricambi asciutti, un ottimo peposo preparato dalla Polisportiva di Vagliagli, una successiva visita alla chiesa di San Cristoforo per rimediare e bilanciare noti modi di dire sotto l’acqua tirata come le funi.

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La Polisportiva Vagliagli

Valentina Corti è una giovane donna che smessa la giacca per i saluti ai partecipanti alla conferenza di studi su Vagliagli, si mette il grembiule da cucina e impugna il mestolo… il modo pratico per continuare a illustrare quanto poco prima detto relativo alla vitalità e all’essere una comunità di persone che si adopera alla socialità e all’accoglienza di chi arriva in questa storicamente ex terra di frontiera.

Un ottimo pranzo in piazza cucinato dai volontari della Polisportiva Vagliagli, un modo stupendo per condividere insieme un momento che rappresenta anche uno stile e un richiamo a una vita (e a una cucina) più semplice e gustosa legata ai sapori di quando c’era meno, ma che quel che c’era era per tutti.

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L’opera del Maestro Massimo Tosi dedicata a Vagliagli

Dopo ogni fine settimana di primavera organizzato dal gruppo “Berardenga Storia e Arte”, sul luogo oggetto di studi e approfondimenti, rimane un’opera d’arte d’importante valore, realizzata dall’architetto e Maestro certaldese Massimo Tosi,che a volo d’uccello riproduce ad acquarello un paese o una zona in un determinato momento storico.
Dopo i pannelli realizzati per il capoluogo Castelnuovo Berardenga, dopo San Gusmè, è la volta di Vagliagli, dove abitanti e visitatori, a breve troverano all’ingresso del villaggio una riproduzione del paese visto dall’alto, immerso nell’ordinata e sgargiante natura circostante.

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Vagliagli terra di frontiera: la conferenza

Ieri 9 maggio, nella gremitissima sala della Polisportiva Vagliagli si è svolta la presentazione dei recenti studi che hanno visto l’estrema – terrtorialmente – frazione della Berardenga oggetto di una radiografia storica, artistica, geografica e amministrativa, condotta sul territorio da valenti studiosi in campi diversi.

Mettere insieme un breve riassunto della conferenza non ha molto senso: poderosa è la mole di dati emersi con curiosità sfiziose, che in un futuro magari non tanto remoto meriterebbero di essere raccolti in un volume a beneficio di studiosi e abitanti di questa antica terra di frontiera tra due stati avversi.

I saluti del sindaco di Castelnuovo Fabrizio Nepi, di Valentina Corti, consigliere comunale nonchè una delle anime della Polisportiva, la dottoressa Patrizia Turrini, ex funzionaria dell’Archivio di Stato, Fosco Vivi, storico della Berardenga e presidente del Gruppo Storia e Arte, il Maestro e architetto Massimo Tosi che ha presentato una tavola ad acqaurello su Vagliagli, Il professor Vito De Meo, il dottor Piero Morbidi grande eserto di numismatica, il professor Duccio Balestracci sulla “Battaglia di Camollia” condotta dalle milizie della Contrada della Torre vittoriosa contro l’esercito fiorentino.
Successivamente una grande desina meritata dai partecipanti e preparata dai volontari della Polisportiva della “Valle degli agli”.

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Enoteca Italiana di Siena lancia “Enoteca culturale”

L’antenato del Vinitaly partì dai bastioni della fortezza medicea di Siena con la “Mostra mercato dei vini tipici d’Italia”, reclamizzata con dei magnifici manifesti futuristi.
Altri tempi, altro mondo, ma le più importanti denominazioni vinicole sono rimaste e si sono proiettate nel mondo, mentre l?Enoteca Italiana ebbe alti e bassi, la mostra dei vini si trasferì sotto il balcone di Giulietta e Romeo e a Siena rimase il blasone e un’ente che finì nei fossi di un certo periodo storico.
Tolta polvere e ragnatele, rinfrescati i locali, primi vagiti di iniziative e poi quest’anno l’Enoteca entra in scena con tre serate d’arte e territorio distribuite nel mese di giugno.

Messaggi in bottiglia, musica e teatro come tre messaggi diversi, ma collegati:

Nada: una voce che ha attraversato generi e generazioni, una figura che incarna l’idea di un ponte tra tradizione e contemporaneità;
Lorenzo Maragoni: la poesia che diventa azione scenica e si apre a nuove forme d’arte;
Magalì Sare e Manel Fortià: la sperimentazione e la ricerca sonora che viaggia dalla penisola iberica alle due Americhe.

Nel Bastione San Filippo, è il momento in cui l’enoteca non è soltanto lo spazio del vino, ma anche quello delle voci e delle storie del presente. Sono messaggi che lasciamo viaggiare, in bottiglia, fino chi vorrà raccoglierli.

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Il mondo visto dall’ex Castello di Selvole

Dalle foto in bianco e nero Selvole (della Berardenga vicino Vagliagli, non quello del Chianti vicino a Radda) non è poi cambiato molto.

Il castello venne costruito intorno all’anno Mille e sue notizie si hanno nelle solite bastonate fra senesi e fiorentini nelle zone di confine.

Nel 1404 il castello venne consegnato al senese Orlando Malavolti e la sua famiglia ne fù proprietaria fino alla fine dell 1800.

Nella locale chiesa di San Martino infatti si trovano le tombe degli ultimi Malavolti che hanno abitato a Selvole.
Rimangono i resti di un bastione, alcuni sotterranei e una torre che vennero restuarati dai proprietari della famiglia Lanfredini (coloro che erigettero quei condomini container all’inizio di Vagliagli).
Selvole è sede di una fattoria produttrice di vino i cui vigneti e olivi sono stati trasformati in specializzati a partire dalla metà degli anni ’70 del Novecento, con una cantina che all’epoca aveva una capacità di circa tremila ettolitri.
Da notare il punto panoramico che si erge sopra la fattoria fra quelle viti rade che ci potrebbe atterrare una astronave senza far danni.
Da quel punto si può osservare tutta la fitta rete di castelli, vigne e cantina che vanno a trovarsi oltre il vecchio confine di Stato che correva – ai tempi – tra Siena e Firenze.

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La sulla salendo verso Torre a Castello

Per chi volesse scattare foto iconiche della Toscana, occorre dedicare un capitolo alla Berardenga che sta per abbracciare il confine con il territorio di Asciano.
Sbalzi sulla di fucsia da ricrescita che colorano e allietano – salendo – il tratto di strada che porta a un punto panoramico pregevole – dove dotati di un modesto binocolo – da un lato si scorgono le persone sulla Torre del Mangia appena riaperta e i piccioni che covano fra le biancane del Duomo di Siena, mentre dall’altra parte c’è una finestra sul Chianti dove domina il castello di Brolio, poi quello di Cacchiano e sul versante Berardenga appaiono il nido dell’aquila di Sesta, la chioma dei pini di Campi, il birillo bianco architettonico della cantina – frantoio di Villa a Sesta e la monumentale antenna televisiva di Monteluco.
Andando con lo sguardo verso Rapolano, compare un podere in disuso: profumo di acacia in fiore, super sulla a chiazze, totale verde di grano ed esce la foto da calendario toscano.

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Passa la volpe spazzatrice dopo pranzi e cene a Vertine

Non c’è buccia di cacio o briciola di pane che non venga aspirata dalla volpe paesana che all’alba e al tramonto viene a ispezionare il paese in cerca di prelibatezze cascate dai tavoli durante qualche pasto degli abitanti che si ritrovano insieme all’ombra dei lecci del Parco o sotto il solicino gaudente della Pista.

E’ diventata un’attrazione per quanti capitano in zona e vedono questa volpe aggirarsi tranquilla fra gli umani di qualsiasi provenienza, alla ricerca di qualcosa di prelibato cascato in terra.
Ha una coda fluente con un puntino bianco in cima, la sfrontatezza e il fisico di chi sa cosa voglia dire patire non per sentito dire, ma con il susseguirsi della bella stagione e di pranzi e cene sotto le stelle o al meriggio, avrà modo di aggiornare il fisico a commendatrice.

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Massima attenzione alla Parisina di Colle Val d’Elsa!

Proprio come nella migliore tradizione medievale e rinascimentale, i solidi, ma soprattutto i liquidi che una casa produceva, venivano allegramente gettati in strada, essendo gli edifici sprovvisti di condotti e di fognature.
Nella parte alta di Colle Val d’Elsa, condotti e fognature sono arrivati da decenni, ma l’antica tradizione di avventare i liquidi di casa sulla strada (in una via che rimanda ad antiche monachelle penitenti) è sempre viva.
La chiameremo Parisina (che nel film “Non ci resta che piangere” devolve secchiate alla strada dalla finesttra di casa ed è mamma di Vitellozzo) la signora che prima lancia e poi si accerta se sotto passa qualcuno.
Ultimemente ne sanno qualcosa due bellissime ragazze lombarde che intente a rimirare la grazia di quella via, si sono trovate addosso una bacinellata d’acqua, per fortuna non da “rigoverno dei cocci”, non da lavaggi intimi o con odori sgradevoli.
A Colle c’è da fare la massima attenzione alla Parisina, la rievocatrice storica di quando i bagni e gli acquai non erano in casa.

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L’urlo dei rondinotti

I rondinotti di nido belli a vedersi non sono, ma hanno un’ugola tenorile che Pavarotti la studiava.
E non per cantare d’opera, ma per farsi sentire dalla mamma per quel principio primordiale della fame e di essere il primo a mettere mano al mestolo e riempirsi il piatto per mangiare.

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