Arezzo, saldo amore di Josè Saramago

Le parole semplici, non sanno ingannare, scriveva il grande poeta portoghese Josè Saramago, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, innamorato della città, in gran parte rimasta semplice e spontanea, al cospetto di altre realtà con l’aureola di supponenza, che vanno a formare la gran parte della Toscana.
Anche il vento qui è scaltro e pungente: il vento aretino scava nelle sciarpe e nelle giubbe per arrivare a pizzicare nelle parti più vive, cogliendo al volo ogni opportunità diretta.
Splendidi ricami biondi, con le raffinate espressioni di Cimabue e Piero della Francesca, la Giostra, rievocata nel periodo nerello, l’intimità sotto le piante ai bordi della piazza di San Donato, rigattieri, scorci di film di Benigni, pasta a mano tirata sotto ai portici, la chiesa della Badia, i terrazzi alla medievale sospesi in piazza Grande e, come disse la supposta al missile: “Beato te che vè ‘n cielo”.

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Il massaggio, l’agliatura e salatura del prosciutto

Per il maiale un po’ meno, ma in ogni podere e in ogni famiglia, da gennaio a febbraio era una festa, perchè il quadrupede per un anno allenato a ghiande, erbe e rifinito a castagne, era il momento di suddividersi in diversi tagli dai nomi che neanche i sacri testi dell’antico testamento suscitavano delle visioni così mistiche.

Salsicce, salame, rigatino, gota, capocollo, rostinciana o costoleccio, spalla, soppressata e buristo, arista, sua maestà il prosciutto.
A quel tempo, non c’era rischio di colesterolo, non c’era rischio che si buttasse via niente, non c’era il rischio che il sostentamento della famiglia facesse venire in mente che fosse anche raffigurato nel Buongoverno del Lorenzetti negli affreschi di Palazzo Pubblico o in appendice a momenti che si chiamano alta cultura.
Il massaggio al prosciutto, come non è capace neanche il fisioterapista del Real Madrid, un mortaio pieno d’aglio da pestare con ramerino, pepe, poi aceto a bollore che disinfetta la ciccia prima di essere coperta dal sale. Un giorno per ogni chilo di coscia, prima del pepe.

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Il restauro della fonte di Vertine del 1552

Iacopo Neretti, al presente Podestà di Radda, insieme con ser Giovan Baptista di Pietro Turillazzi da Vertine, sindaco e consiglieri del terzo di Sotto.

Noi adunque, podestà prefato insieme con dito ser Giovanni Baptista el nostro ufficio execercitando et la decta ragione riverendo, troviamo essere pervenuto nelle mani di decto Archangelo piazzaiuolo li introscrpti danari, coè:

Dal provento della decta piaza et per li sopra decti due anni lire 50.

Delle quali lire 50 troviamo al dicto Archangelo avere pagato a più homini et persone per le introscrpte ragioni et cagioni li introscripti danari cioè:

A Febo di Piero da Vertine per rasectare la fonte di Vertine, bencè non s’è mai rassectada, perchè per decto popolo non s’è mai deliberato decto aconciamento.
Fonte: Antonio Casabianca, Note storiche sui principali luoghi del Chianti, Multigrafica Editrice 1941.

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Ermetica bellezza malinconica

Un manifesto programmatico di bellezza ermetica e malinconia chiazzeggiata.
Uno stato d’animo di foschia che nasce dalla terra in una mattina di sole, che prende la parte interiore, come una lacrima, di chi è sensibile alle foglie.
Una foto in bianco e nero apre la mente meglio di un milione di parole.

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Il vino sciamanico

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Dove regna il vino, non regna il silenzio e in un’intervista televisiva al TG Regionale della Toscana, l’organizzatore di una rassegna celebrata proprio in questi giorni dedicata a “vini prodotti in territori difficili o ai margini di dove può essere coltivata la vite”, dice che: “Da una vigna di 120 in Messico, viene prodotto un vino sciamanico”.
A parte il linguaggio, a parte le pose e le sorti del mondo che dipendono dalla litania del parlare di vino invece di berlo, la definizione di vino sciamanico è il culmine degli antani più antani, di quanti vogliono fare gli alternativi alle scarpe a punta e non si sa chi, dei due raggruppamenti, sia il più scintillante.

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Dal Facciatone del Duomo Nuovo

Nel 1348, gli sconvolgimenti demografici causati dall’epidemia di peste nera, provocarono la rinuncia della costruzione di una nuova cattedrale, che avrebbe dovuto inglonare il Duomo esistente, tanto da farlo diventare il transetto della nuova costruzione.
Le enormi perdite umane, e il calcolo di costi per la realizzazione dell’opera che vennero giudicati enormi, definirono l’abbandono del progetto e lasciarono come testimonianza dell’incompiuto, il Facciatone, fin lì realizzato.
Si accede a questo magnifico punto panoramico attraverso il Museo dell’Opera del Duomo, da lì la città sottostante, la Torre del Mangia e la Piazza più in basso, la disposizione della città, le chiese sparse, la cattedrale, vista quasi allo stesso pari.

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La Regione Toscana acquista l’Archivio Alinari

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Onore al merito della Regione Toscana che acquisisce l’Archivio Alinari, un patrimonio storico e artistico, composto da oltre 5 milioni di immagini (che ritraggono personaggi, luoghi, vita quotidiana, mestieri scomparsi) realizzate dalla più antica fabbrica di immagini al mondo, nata nel 1852 a Firenze.
Il rischio era che un tale forziere di immagini fosse smembrato e ceduto a privati.
Il palazzo della storica sede, in Largo Alinari, di fronte a Santa Maria Novella, nell’estate scorsa era stato venduto a una società immobiliare, intenzionata alla realizzazione di appartamenti di lusso all’interno della vecchia sede.
Tutto il materiale era stato imballato e conservato (ben 15.000 scatole) presso una società specializzata di Calenzano.
La Regione Toscana, oltre ad aver acquistato il notevole Archivio, gli ha trovato casa e sarà visibile al pubblico quanto prima, all’interno della Villa Fabbricotti a Firenze.

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