Il suono del silenzo nell’Eremo Le Celle di Cortona

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Essendo Paola le cose succedono

A Dit’Unto appena terminato, un pensiero sulla Primo Cittadino di Villa a Sesta, forma pratica e vivente di come volendo tutto è possibile.

Dedizione, ironia, estro, riunioni fiume, tanto correre rimboccandosi le maniche non dimenticando di tralasciare i propri impegni, ma tutto per dare un senso plurale a un modo di andare che l’indolenza e il rinchiudersi nei propri (comodi) egoismi salottieri a Villa a Sesta sembra proprio non voler attecchire.

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Il Dit’Unto 2026 a Villa a Sesta

L’anticiclone del Bigi di Villa a Sesta ha permesso una tipica giornata di maggio incoronando ottobre, donando quel calore che non ha snaturato – bensì reso più sgargianti – i colori delle foglie tenui come i violini d’autunno.
Nel magico villaggio gallico di Asterix in piena Berardenga, fin dalle prime ore del mattino, si è riversata una quantità immane di persone che ordinatamente e in letizia si sono messe in fila per degustare le prelibatezze che i tanti chef si sono adoperati a comporre per proporre raffinatezze che non sono proprio da tutti i giorni.

Sembra impossibile che una piccola comunità di persone come Villa a Sesta sia riuscita a mettere in moto una così grande e articolata manifestazione, suscitando così tanta partecipazione e interesse, generando voglia di esserci e tornare, cerchiando di rosso nel calendario la seconda domenica di ottobre.
Una piccola comunità coesa che durante l’anno crea e inventa una miriade di iniziative ludiche, culturali o della memoria, che si rimbocca le maniche – curando i più piccoli dettagli – e accoglie sempre con un grande affetto equamente corrisposto a tutti i partecipanti.
In giro per l’universo ci sono tante manifestazioni gastronomiche, ma Villa a Sesta è riuscita a coniugare il buono e il bello racchiuso nell’unicità di un bocciolo aggomitolato di sentimento.

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Il buon Natale del panettone a ottobre

Schiavi del marketing e della pesante industria turistica, sono comparsi i primi pandori e i primi panettoni nelle vetrine dei negozi.
Questo fin dall’inizio di ottobre a confortare l’opionismo che distilla perle di saggezza quotidiana fra cui la principale massima:” Non esistono più le mezze stagioni”.
Difatti per l’ultimo dell’anno in tante piazze italiane sono previste cocomerate e secchiate di acqua per tutti.

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Le soavi Dame del Nicchio

Che il Nicchio ha vinto il Palio del 18 agosto ultimo scorso, ormai lo si sa dal Nebraska, passando da Barbischio (dove non starebbe neanche Cristo), per finire alla Groenlandia, ma quello che non si sa è che le dame dei Pispini girano per la città con un vestito di un blu intenso marcato di corallo per promuovere il “Numero unico”… la pubblicazione che celebra un’attesa lunga ben ventotto anni.
Oggi la cena della Vittoria dove è prevista la presenza di 3.500 persone, con il tema del viaggio di Ulisse che dopo tanto vagare torna a Itaca.

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La mattina nell’Aquila vittoriosa

Trentaquattro anni dall’ultima vittoria, non sono pochi… ci sono almeno un paio di generazioni che non avevano mai assaporato il gusto della vittoria, ma conoscevano bene il sapore della sconfitta.
Fa parte della vita e dell’andare un percorso pieno di amarezze fino al raggiungimento di uno spiraglio di luce che lascia intravedere un riscatto che lava via tutti i dispiaceri alla Contrada che ha le bandiere che ricordano un vino bianco di carattere che ha sostato sulle bucce e fermentato nel rovere.

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I Vitellozzi che vengono di buio a Vertine

Vertine è un luogo accogliente e ben curato dagli abitanti, pieno di fiori colorati che accompagnano i visitatori nel giro del paese, un luogo vivo e romantico aperto al mondo.
E’ in questo spirito di accoglienza che ci sono sedie, panchine, panche e tavolini, affinchè chiunque goda di un momento di pace e di benessere.
Ed è normale che la sera arrivino dei ragazzi con la voglia di fare due chiacchiere fra loro al riparo dal fresco nel casotto (con recente imbiancatura e manutenzioni) all’ingresso del paese con la mole della torre davanti e la quiete tutta intorno.
Quello che non è normale è lasciare i resti delle serate gettati in giro con le sedie sparse e con tutta l’area coperta di cicche, lattine e carte… Vertine non lo merita.

Fate un torto a voi stessi a non rispettare un così bel paese pulito e curato che vi accoglie e mette a disposizione sedie, panche, libri nella vetrinetta, cestini a due passi sempre disponibili e svuotati, un vaso pieno di terra dove riporre le cicche.
Non è bello quasi ogni mattina trovare quello spazio da ripulire dalle vostre belle serate.

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Radda e Coppedè: 1926 – 2026, cento anni di stile

Una lunga ricerca di archivi e di testimonianze raccolte fra i discendenti condotta da Simone Sirocchi (storico dell’arte di Parma con radici raddesi) ha portato a conoscenza degli stessi abitanti della capitale chiantigiana un capitolo importante della sua storia recente finita nel dimenticatoio.
Si sapeva che il grande architetto Adolfo Coppedè aveva progettato i lavori per il Monumento ai Caduti, i giardini, la facciata della chiesa e della Piazza Ferrucci con relativa fontana, ma non si ricordavano i contorni e quanto aveva portato alla ridefinizione di spazi e edifici.
Subito dopo l’immane tragedia della Grande Guerra e dei lutti che non risparmiarono alcun piccolo o microscopico angolo d’Italia, a Radda c’era una grande voglia di reagire nonostante non si navigasse nell’oro e nell’agiatezza.
Venne contattato il grande architetto fiorentino (il come e il perchè sono nel libro) e molta parte della popolazione donò quel che poteva affinchè venissero realizzati i lavori.
C’è addirittura chi ricorda – per racconti familiari – che iniziarono i lavori di costruzione del Monumento ai Caduti e a un certo punto si interruppero perchè erano finiti i soldi.

La popolazione di Radda si rimise in moto fornendo quanto serviva in risorse economiche per la manodopera e materiali per arrivare alla conclusione del cantiere.
Pochi lavori Pubblici, possono essere definiti Pubblici come questi di Radda, dove la collettività donò come poteva quel che poteva.
La chiesa da un semplice tetto a capanna venne arricchita della facciata, con sulla facciata un dipinto che il tempo ha cancellato e di cui sono rimaste solo alcune sfumature.
Il grande lavoro di Simone Sirocchi ha portato alla ricostruzione storica e grafica di quelle figure che con un grande gioco di video – mapping con la colonna sonora di “Creola” (straziami… ma di baci saziami) sono ricomparse per tre giorni sulla facciata della chiesa, unitamente ai nomi dei cittadini che contribuirono fattivamente alle opere.
Da questo studio condotto da Simone Sirocchi, si è appena celebrata una tre giorni dedicata al centenario dei lavori (nella fontana di Piazza Ferrucci la data 1926, corrisponde – nei documenti rinvenuti – al primo pagamento ricevuto da Adolfo Coppedè) il cui culmine è stato la presentazione del libro “Radda e Coppedè 1926 – 2026, cento anni di stile” fatto stampare dall’Amministrazione Comunale in elegante formato dalla Casa Editrice Mandragora di Firenze.

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L’Eroica 2026, Paolo Virgolini il pittore che ritrae Castelnuovo

C’è chi arriva nelle terre senesi fornito di camere d’aria di scorta, borraccia e bicicletta d’epoca e c’è chi segue un gruppo di amici che partecipano all’Eroica munito di colori, tela e cavalletto per dipingere scorci di ineguagliabile bellezza lungo il percorso.

Paolo Virgolini arriva da Forlì e mentre i suoi amici si impolverano sulle strade bianche pianta il cavalletto di fronte alla Macelleria Pini e si mette a dipingere ciò che il grande architetto senese Agostino Fantastici concepì all’inizio dell’Ottocento con la nuova piazza e la chiesa dei Santi Giusto e Clemente.

L’opera lentamente prende forma con dovizia di particolari e in una rapida successione di llinee, colori e colpi di pennello compare su tela una perfetta visione di Piazza Matteotti, comprese le due macchine (bianca e azzurra) parcheggiate propro davanti alla chiesa.

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L’Eroica 2026, Vasco (il Pipa) e il gatto Fastidio

Come quando sul Monte Sante Marie a pochi metri dalla vetta finirono le energie e lì erano schierati decine di fiografi e operatori e rimase in equilibrio e immobile sui pedali per trenta secondi prima di finire in terra e folgorò i presenti con la celebre battuta: “Mica mi avrete fatto una foto?” suscitando una risata collettiva.

Un grande ciclista, un rinomato giocatore di bocce e di scala, un grande battutista accompagnato dall’umiltà di chi la fatica e il divertimento li conosce da vicino e con una serenità d’animo rara.
Vasco di Vertine – il Pipa – il decano dei ciclisti del Chianti, seduto sul muricciola del Parco di Vertine in attesa dell’imbarco per scendere a Gaiole mentre solletica il suo gattone Fastidio… un nome, una garanzia.

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