Le pecore e il trenino delle Crete Senesi

Oltre che per ondulazioni che si sussuegono, le Crete sono famose anche per la loro scarsa vegetazione e per il fatto che trovarvi un po’ d’ombra rinfrescante sotto a una pianta, è cosa ardua.
Per i vari gruppi di pecore che pascolano in zona è cosa dura sia trovare un filo d’erba fresca che un po’ di refrigerio.

Raggruppate per indole e coperte di lana per natura, le pecore si fermano solo quando passa il treno nel fondovalle, singolare caso di due motrici attaccate insieme in senso opposto.

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“Borgo”: quando la storia diventa una cartolina noiosa

La parola “borgo” sembra innocua. Anzi, nel linguaggio della promozione turistica è diventata quasi obbligatoria, richiamando autenticità, silenzio, pietra antica, campanili, colline, una Toscana rassicurante e apparentemente sottratta al tempo.

È una parola che vende bene.

Proprio per questo occorrerebbe usarla con qualche cautela.

Il problema non è soltanto terminologico. È, prima di tutto, storico.

Sotto l’etichetta indistinta di “borghi” finiscono infatti realtà profondamente diverse per origine, funzione, assetto topografico, forma del popolamento e vicenda istituzionale: castelli signorili, terre murate, centri comunali, villaggi di fondazione, insediamenti rurali, frazioni, nuclei sviluppatisi in età moderna o contemporanea.

Mettere tutto insieme significa rinunciare a capire.

Un castello non è una terra nuova; una terra nuova non è un villaggio; un centro comunale non coincide con una frazione rurale, né con un piccolo nucleo moderno cresciuto attorno a una strada o a un’attività produttiva.

Dire “borgo” può essere comodo, ma è quasi sempre poco informativo.

E, nella maggior parte dei casi, serve più a produrre un effetto di atmosfera che a restituire la realtà di un luogo.

Qui sta il punto.

Il termine “borgo”, così come viene oggi impiegato, tende a trasformare storie complesse, lunghe e spesso conflittuali in un marchio.

Al posto della conoscenza si propone un repertorio di formule: “autentico”, “senza tempo”, “gioiello nascosto”, “dove il tempo si è fermato”, “sospeso nel Medioevo”.

Espressioni che rassicurano, ma non spiegano nulla.

E che, soprattutto, suggeriscono un’idea falsa; cioè quella di paesi rimasti immobili, miracolosamente preservati da una modernità che li avrebbe sfiorati appena.

Non è andata così.

Nessun luogo storico è immobile.

I nostri paesi sono il prodotto di costruzioni e demolizioni, di abbandoni e ripopolamenti, di conflitti, riconversioni, ampliamenti, crisi economiche, rifunzionalizzazioni, restauri e adattamenti.

Sono il risultato di decisioni politiche e rapporti sociali, di economie agrarie e commerciali, di poteri signorili, comunità locali, istituzioni comunali, enti ecclesiastici, famiglie e gruppi di lavoro. In altre parole: sono storia, non fondali.

Un paese non è interessante perché “il tempo vi si è fermato”. È interessante perché il tempo vi ha agito sopra, lasciando tracce diverse e non sempre conciliabili. Le mura, una torre, una chiesa, una piazza, una casa apparentemente modesta, un vuoto edilizio, una strada che cambia direzione raccontano una trasformazione.

Ma questo racconto richiede strumenti, comparazioni, fonti, archeologia, lettura delle stratificazioni. Non basta una didascalia da brochure.

C’è poi un aspetto ancora più importante.

La retorica del “borgo” tende a sottrarre questi luoghi al presente.

Li presenta come paesaggi da visitare, fotografare e consumare rapidamente, mentre sono comunità abitate — o che faticano a restare tali.

Dietro l’immagine pittoresca ci sono problemi concreti: spopolamento, invecchiamento della popolazione, rarefazione dei servizi, difficoltà abitative, lavoro precario o assente, manutenzione del patrimonio, fragilità idrogeologica, pressione turistica. Nessuna di queste questioni scompare perché una strada è lastricata o perché una torre medievale offre una bella fotografia.

Naturalmente non si tratta di vietare una parola, né di negare il valore culturale, paesaggistico e affettivo dei piccoli centri.

Si tratta di evitare un uso pigro e indistinto di un’etichetta che appiattisce le differenze e sostituisce la storia con il marketing.

Valorizzare non significa rendere tutto più vago; significa rendere riconoscibili le specificità.

Se vogliamo davvero prenderci cura di questi luoghi, dobbiamo anzitutto imparare a distinguerli e a raccontarli per ciò che sono: castelli, terre murate, centri comunali, villaggi, frazioni, paesi rurali, nuclei moderni.

Dobbiamo riconoscere che il Medioevo è una parte importante della loro storia, ma non l’unica; e che ogni fase successiva — moderna e contemporanea — ha contribuito a produrre il paesaggio che vediamo.

La comunicazione più rispettosa non afferma che “il tempo si è fermato”.

Racconta, al contrario, chi ha costruito, chi ha abitato, chi ha lavorato, chi ha trasformato e chi continua oggi a curare questi territori.

Solo allora smetteremo di consumare “borghi” in una gita domenicale e ricominceremo a vedere paesi veri: luoghi vivi, differenti, stratificati, talvolta fragili, ma ancora capaci di avere una storia — e, auspicabilmente, un futuro.

Fonte: Marco Valenti – Professore di Storia Medievale all’Università di Siena e Assessore alla Cultura di Monteriggioni.

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La cena del lesso… e del lesso rifatto

Niente di meglio per sollevare il morale di una sera d’agosto di un bel bollito misto cotto per svariate ore, accompagnato con salsa verde e maionese fatte dalle grandi massaie di Vertine (con le uova di gallo del sindaco) e una bella pentola di cappelletti in brodo fumanti.
La Teresa diceva sempre che il lesso è il mangiare dei vagabondi perchè basta mettere una pentola sul fuoco carica di verdure e qualche tocco di osso e di ciccia e mettersi a guardarla per ricavare un ottimo brodo e un bel secondo senza impazzire.

Di questa stagione a tanti parrà un abominio sentir parlare di brodo, tortellini e salsa verde ma la mole dei villeggianti passati durante le fasi di cottura – richiamati dal profumo del brodo in formazione – si sarebbero fermati volentieri a cena… e il giorno dopo la grande specialità della cena del lesso rifatto con le cipolle.

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Berardenga, è arrivato il Postamat!

C’era da tempo immemore agli uffici postali di Arbia e di Pianella, mentre adesso ha fatto la sua comparsa anche all’ufficio di Castelnuovo – e pur essendo ancora privo di collegamento e funzionante – riempie con la sua presenza quello spazio di luce a vetro che faceva spaziare entro l’orizzonte interno delle sedie di attesa.

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A Siena è vietato dire buongiorno ai baristi

Chi è normalmente dotato di un minimo di educazione parte svantaggiato rispetto a chi direttamente dalla strada o sull’uscio del bar ordina cosa serve e subito viene accontentato.
E’ severamente vietato entrare in un bar e dire buongiorno ai baristi, perchè questa antica perdita di tempo comporta alzare lo sguardo verso il cliente… rispondere (o perlomeno annuire) e poi chiedere cosa possa servire, per cui questa “desueta consuetudine” è stata abrogata e si fanno passare avanti le persone che da dietro ordinano, in modo da consumare e pagare senza perdite di fiato.

C’è chi entrando dice: “Buongiorno” e rimane fermo davanti al banco nell’aspettare un minimo di considerazione e c’è chi irrompe da dietro e chiede se il bagno è libero – mentre ordina un caffè normale e un decaffeinato – c’è chi va verso l’area dei gelati e vengono subito accontantati, c’è chi entra appena e ordina un paio di calici arancioni con il contorno di patatine, c’è chi sorpassa a destra e vuole da bere.
Evitare i preamboli. Evitare di dire buongiorno per essere serviti, altrimenti attendere cinque minuti – essendo ignorati – poi salutare cordialmente per la “squisita gentilezza” e andare alla ricerca di altri locali dove ancora un briciolo di accoglienza e buone maniere sono rimaste.

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La volpina impertinente

Un po’ è la curiosità che desta a una giovincella lo svolgersi delle cose e degli incontri quotidiani il suo modo di avvicinarsi, guardare, capire, farsi un’idea, un po’ sono l’astuzia e il bisogno, per cui serve fare la carina e divertire per sopperire alla mancanza di acqua nelle pozze e ruscelli.
Ha grandi occhi neri e vispi, una bella voglia di giocare, forse capisce a pelle chi ha da temere per la sua incolumità e a chi invece può avvicinarsi.

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A Vertine la rappresentazione del Rosario vivente

Questo piccolo paese mai storicamente espugnato da prepotenti di ogni sorta, ben si presta a qualsiasi manifestazione ludica e culturale e stavolta si è aperto alla bravura scenica e agli accurati costumi e scelta delle opere pittoriche rappresentate dal gruppo dei Presepisti di San Regolo.
La prima sofisticazione vinicola della storia – Le nozze di Cana – in cui l’acqua diventò vino, l’ultima cena, il Battesimo nel Giordano e altre scene sacre sono state reinventate nelle piazzette del paese con una grande maestria scenografica, coinvolgendo all’ultimo istante anche tutti i piccini presenti felici di gioia nel diventare attori per un paio di ore.
Si parte dalla pasta al forno di Chef Roasio, si continua tra prosciutto e salame e poi la magia delle luci spente, dei lumini accesi disposti ovunque e Piero Cavaciocchi – signore del bagliore e del chiarore – che illumina improvvisamente le scene rappresentate dai presepisti.

Struggente rievocazione di persone che si vedono e parlano terminata a tarda notte fra fette di cocomero e panello con l’uva.

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Le delizie di Monte San Savino

Il giardino delle rose è una grande delizia, così come il cisternone dell’acqua, le Logge dei Mercanti – dove si trova l’ufficio postale – la chiesa di Sant’Agostino e la Sinagoga, come il fatto che vi siano molti negozi di rigattieri che conservano gli oggetti di un passato creativo e manuale e sono rimaste insegne di negozi non scolpite dal neon… il Museo della Prima Guerra Mondiale.

Ma c’è il record da Guinness dei Primati della “Porchetta più lunga del mondo” realizzata nel 2010 dai grandi stilisti del settore che qui covano una lunga tradizione.
In particolar modo Aldo, che dal 1960 non ha mai smesso di infornare e di insaccare.

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Via Gino Strada a Villa a Sesta

Villa a Sesta è grande quanto il villaggio gallico di Asterix e anche qui circola una pozione magica che rende il paese inossidabile al qualunquismo dei tempi e sempre vispo e attivo nel produrre iniziative di tipo ludico, culturale o mangereccio.
Ha fin da subito intitolato una via a Gino Strada, quel chirurgo che scelse di non esercitare in qualche clinica privata, ma di gettarsi nel mondo a ricucire i danni di coloro che guardavano ai bilanci.

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Il campanaro della Torre del Mangia

Tutti lo sentono, ma nessuno alza lo sguardo al cielo per vedere che il campanone meglio conosciuto come “Sunto”, non viene innescato da un automa come avveniva un tempo, ma da un signore con le cuffie e la certezza che non soffre di vertigini.
Il terrazzino che accoglie la campana da come la sensazione di essere sospesi nel niente e il tocco fitto e continuo sul bronzo rauco della torre civica avviene a quasi cento metri da terra e a un mezzo mignolo dal cielo.

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