Il compleanno di Reinhard

Arriverà da Monaco di Baviera anche Reinhard per festeggiare a Vertine il suo compleanno e sarà un giorno di festa doppia perchè oggi compie gli anni anche il mitico Vasco.
Piace vederlo felice come in questa foto fra le sue rose speranzose e cariche di profumo persistente.

Sono più di quarant’anni che Reinhard ha preso casa a Vertine affascinato dal luogo, dai suoi abitanti e dal nome beneaugurante del suo alloggio che si chiama la “Casa della Fortuna”… perchè era di una signora che per l’appunto si chiamava Fortuna.
Quando arrivò aveva due bambini piccini, poi ne arrivò un terzo e ora ha una nidiata di nipotini.

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Compleanno di Vasco

Oggi si è tutti felici perchè il più giovane e il più battutista di Vertine compie gli anni saltellando con allegria fra l’orto, la cura dei gatti, il pallinaio e il taglio dei legni dietro casa.

Una tempra inossidabile, uno spirito libero e giocondo a cui vanno gli auguri di tutti i vertinesi sparsi nel mondo.

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La colza di Sant’Ansano e Casetta

E’ il colore primaticcio con cui si adorna la primavera prima di passare a sfumature più intense, ma è anche il pronto soccorso delle api che bottinano questo nettare ricostituente per l’arnia dopo le magrezze invernali.
Uscita di Casetta della Siena – Bettolle e parte questa spianata ronzinante e profumata dove le mamme appena diventate portano i loro batuffoli al primo corso olfattivo della loro vita e mentre dormono o sorridono assorbono le cose più importanti della loro esistenza.
Spianate di giallo con rilievi sospesi come isole nel cielo, chiesa esagonale del Martirio di Sant’Ansano che spunta come un fungo di mattoni fra i fiori rosa di pesco.
Qui servirebbe un buon libro per non pensare più a niente.

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Vertine, una trina giallo forsizia

Piantate sotto al Parco della Rimembranza alcuni anni fa da Pasqualino lungo il tratto iniziale della strada che conduce all’antica fonte, alcune forsizie sono al massimo del loro splendore e cavano dal ghiaccio imbarazzante e ventoso, una luminaria di giallo che si stende come una trina sotto al profilo della torre e della chiesa.

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Zona ospedaliera fare silenzio

Per chi rammenta il vecchio ospedale Santa Maria della Scala posizionato in Piazza del Duomo, con vari reparti posizionati in Piazza della Selva – a lato dell’ingresso del Museo di Contrada – ricorderà anche quei cartelli messi in alto agli ingressi di via Franciosa e di via dei Fusari che avvertivano le persone che si trovavano in una zona ospedaliera dove era opportuno mantenere un certo contegno.
C’è il ricordo di qualche infermiere che era uscito per dire a dei ragazzi di smettere di giocare a pallone perchè davano noia ai malati.

Bei tempi quando bastava un invito bonario a far smettere una partitella fra ragazzi e a far tornare la quiete.

Alle Scotte – in versione moderna – in una giornata normale, c’è la stessa baraonda come quando il cartaginese Annibale varcò le Alpi con gli elefanti.
Incroci e rotonde con le auto accatastate, una sinfonia di suonerie e di accenti fin dall’ingresso che con cura capillare si protrae fin dentro ai reparti dove fra chi urla per informare il mondo di quanto aveva mangiato bene la sera prima, qualche mamma logorroica sulle vicende dei bimbi, ma soprattutto di scodinzolate ed evoluzioni di canini, porte di ascensore che sferragliando si aprono e chiudono frenetiche, giovani che guardano e ascoltano video musicali a tutto volume, invio di messaggi vocali enciclopedici: “Ma, ti volevo dire, però, non so, ma, secondo me, ovviamente però…” senza arrivare a un dunque…
A volte le attese sono estenuanti, ma invece di narrare i fatti propri a una folta platea di “pazienti” che si fanno sempre più “pazienti”, ci sarebbero giornali da sfogliare, libri da leggere, cruciverba da svolgere e riempire, o anche parlare con chi sta accanto, che non nuoce alla salute e inganna il tempo.
Quei cari, vecchi, rugginosi cartelli di “Silenzio zona ospedaliera” quanto sarebbe bello che fossero rimessi… ma stavolta dentro ai reparti. Fonte: Il Cittadino.

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Berardenga, le vigne arancioni come i capelli di Trump

Per chi volesse vedere come nasce e cresce il vino dell’annata, questo è il momento giusto per farlo perchè le pioggie, la luce e il calore fanno prosperare il verde e la crescita dell’erba fra i filari.
Ma se nell’interfila, il colore si presenta arancione, non è per fare un omaggio alla chioma e alla strana abbronzatura del presidente americano, bensì per un intervento umano e meccanico che ha ben poco di naturale. Fonte: Il Gazzettino del Chianti

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Don Amos Fallaci, per cinquant’anni parroco di Vertine

Il 19 marzo del 1891, nasceva nel villaggio di Tregole presso Castellina in Chianti il piccolo Amos che fin da subito mostra un’interesse per la natura e per lo studio.

Matura anche una vocazione al divino, il che lo porta a entrare in seminario e uscire intonacato di nero.

Arriva a Vertine all’albore degli “anni ruggenti” (i Venti del Novecento) e da giovane ufficiale del regno dei cieli e agente terreno di Papa Ratti, Pio XI, si fa subito notare presso quella che era il Regio Ufficio delle Belle Arti per un abuso edilizio che riguardava la chiesa di San Bartolomeo a Vertine.

I lavori che definirono lo stato attuale dell’edificio rispetto al tetto a capanna precedente, non erano autorizzati e un carteggio è conservato presso l’Archivio della Soprintendenza con la minuta grafia di Don Amos che non se la piglia più di tanto.
Anni neri e irrequieti in un Popolo di pecorelle non proprio remissive, ma confortato da lunghe passeggiate, Rogazioni e dal suono del pianoforte nel salottino con l’affresco cinquecentesco di “Vertine dalle Sette Torri“.
Una commovente lettera inviata al Vescovo di Fiesole, redatta nell’agosto 1944, venti giorni dopo il pesante cannoneggiamento: ” La guerra ha distrutto la chiesa di Vertine con tutte le sue suppellettili, ha danneggiato gravemente la canonica e resa inabitabile la casa colonica beneficiaria che dovrà essere ricostruita dalle fondamenta. La popolazione civile ha avuto 5 morti e 15 feriti”.

La gente di Vertine si prodigherà più delle benedizioni e dello Spirito Santo a rimettere insieme gli edifici danneggiati impastando lacrime e orgoglio.

Le recite che i bambini dell’epoca ricordano nitidamente, stando nel ballatoio del piano superiore e poi scendendo le scale nel salottino, quel grande camino sempre acceso in cui don Amos amava sedere con le spalle al caldo, quel magnifico acquaio di graniglia alla finestra, le api nell’ortino davanti casa, gli immensi tini di legno che aveva in cantina.
Al catasto si conserva ancora la cessione di una porzione di orto dietro la chiesa all’antiquario Alberto Bruschi che restuarò la torre nel 1972.
Il ricordo personale della celebrazione di un Mercoledi delle Ceneri, dove era in uso cospargere la fronte dei fedeli con un pizzico di cenere: la sua mano trinchellante mi riempì perfettamente un occhio.
Sempre presso l’Archivio della Soprintendenza sono conservati i carteggi per la richiesta di informazioni su degli arredi scomparsi, sul restuaro e sulla riconsegna del Trittico di Bicci di Lorenzo (che voleva fare alienando alcuni oggetti presenti in chiesa ma la Soprintendenza si oppose) i verbali di presa in consegna della “Madonna della Misercordia” dalla Pinacoteca di Siena, anni dopo attribuita senza dubbio alcuno al grande pittore Simone Martini.
Quei bastoni con la cima di cartapesta che contenevano un lumino che ognuno portava in processione per le vie del paese e quella grande escursione del lunedi di Pasqua, quando il pesante Crocifisso veniva portato fra boschi ed erte verso San Bastiano e ritorno… un martirio per chi lo trasportava.

Sua la prima televisione del paese disposta nella torretta di piazza, ma subito limitata dalla concorrenza della televisione del circolo presa con un metro di cambiali e ripagata in pochi mesi con le caramelline che servivano a finanziare l’impresa.
Don Amos è scomparso nel 1977: “Per oltre cinquant’anni parroco esemplare di Vertine” recita la sua lapide al cimitero.

Siamo riimasti tre gatti (anzi il Pipa da solo ne ha dieci) e la redazione di questo articolo in una ventosa e freddissima domenica di marzo unisce la malinconia del giorno festivo recluso, al ricordo dei volti e delle voci del paese stampate a inchiostro indelebile dei ricordi.
La zia Angiola sempre con la mezzaluna del battuto in mano, intenta a mescolare con mestoli di legno enormi poderose pentole sul fuoco e nonna di tutti i giovani Morrocchi, amava ripetere che: “Quello che c’è, è per tutti”.

Saggio slogan rurale di giustizia e eguaglianza che ha reso Vertine sempre un po’ speciale.

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Sfuriata d’azzurro contemporanea

Belloccia è la guazza che la notte scende a coprire lacrimevolmente il creato durante il suo riposo.
I primi sbadigli al chiarore sono fatti di vapore e di piedi molli per chi pesticcia fra l’erba.
E’ un giorno partoriente venuto alla luce con virtuoso ottimismo, con occhi di un raro grigio che sfuma in una sfuriata d’azzurro contemporanea.

Nel prato ancora indolenzito dall’inverno, gli anemoni, millantatori esili dei vento Zefiro e Borea, sono lì che dondolano a specchio in chi trae saldezza traendo energia dalle piccole cose minute.
Pannelli solari che friggono bomboloni e bollono marmellata di more.

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La Chianti Ultra Trail a spasso fra sovescio e diserbante

Fra strade bianche, boschi, vigne e castelli medievali, sono ben 5.200 i partecipanti alla manifestazione podistica “Chianti Ultra Trail” – con partenza e arrivo a Radda in Chianti – provenienti da ben 84 paesi del mondo.
Una festa della primavera con il Chianti (dal 19 all 22 marzo) che si sta risvegliando dal lungo letargo invernale ed è pronto ad accogliere culture e sensibilità diverse in uno fra i territori più rinomati e conosciuti per la bontà dei suoi vini che finiscono sugli scaffali e sui tavoli dei locali più prestigiosi dei cinque continenti.
In alcuni tratti del percorso gli atleti troveranno una perfetta sintonia cromatica fra le strisce di stoffa arancione che sono appese a segnalare il tragitto, con le rette parallele che si trovano sotto alcuni vigneti.

Sarà imbarazzante spiegare loro che ai lati delle leguminose seminate per azotare e nutrire naturalmente il terreno e dare colorazioni romantiche durante la fioritura, quell’arancione sgargiante non è altro che il frutto dell’azione del diserbante.

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Il pozzo rinascimentale e il suo gemello moderno

Sul davanti di un edificio rurale di elevato pregio, risalente intorno al XVI Secolo, in epoca moderna, a seguito di un frazionamento fra più unità abitative, la cisterna dell’acqua coeva al palazzo costruita in mattoni e coperta da un raffinato piano di travertino chiuso da un coperchio di ferro, ha trovato il suo gemello.

L’esempio da prendere su come costruire era poco distante ma si sa che il gusto e la sensibilità sono soggettivi e invece di fare bene è sempre meglio fare alla svelta e spender poco.
Sembra di vedere la scena: qualche mattone, una carretta dove impastare la calcina, alcune tavelloni a uso copertura, una bella e sana impiastricciata di cemento e il pozzo rinascimentale ha il suo gemello parecchio diverso.

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