La marmellata di fichi e mosto di malvasia

Fichi e malvasia bianca, compagni di maturazione nel mese di settembre e per questo vicini nelle fruttiere delle famiglie o nei quadri famosi di natura viva su tela.
E con il mosto della malvasia (che finisce  nel caratello per il vinsanto) e i fichi nel tegame, ripuliti dalle bucce, si riesce ad avere una marmellata grandiosa con il solo zucchero della frutta di stagione. Il mosto di malvasia è un’ottima base zuccherina per fare marmellate.

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La vendemmia del merlot con i caprioli

Poco prima delle otto si aprono i cancelli del bunker di rete che protegge il merlot dalla voracità dei soliti quadrupedi immortalati dalle maledizioni di centinaia di agricoltori.
Si cercano i panieri, si pigliano in mano le forbici, si inzia al primo filare a recidere i raspi e a sentire il suono ritmico dei grappoli accolti nella plastica rossa con i manici.
Poco sopra la vigna, in una piccola scarpata con un po’ di vegetazione allo stato brado, con dentro qualche ginestra, macchia e un pesco arrivato chissà come, ciondola una giovane coppia di caprioli uniti nell’amore per l’uva e per alzarsi tardi la mattina.

Abituati al silenzio, le voci poco distanti e il vagito del trattore, schizzano per aria e vanno verso la parte del recinto a loro più congeniale (cioè quasi tutta) fanno un saltino, escono fuori e pensano che il sangiovese non è ancora pronto per la raccolta e per esserne convinti, domani lo riassaggiano.

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Il murales di Skim a immunoterapia oncologica

Nel reparto di immunoterapia oncologica dell’ospedale di Siena (famoso anche per un recente furto di fiori), l’artista Francesco Forconi, in arte Skim, dona un murales con un magnifico uso di colori, con oggetti in uso quotidiano dell’andare, che, forse tendono a sottolineare quanto la gioia delle piccole cose sia da assaporare in ogni istante al cospetto mentale delle turbe dell’avere, al cospetto di quelli che sono i problemi reali che lasciano un solco  profondo e interiore.

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Giovanni Ticci disegna lo speciale a colori per i 70 anni di Tex

Non è da tutti disegnare a memoria i cavalli in ogni loro posa e proiezione e questo riesce da sempre a Giovanni Ticci, senese, da cinquant’anni segno distintivo di Tex che compie ben settant’anni e diventa il Ranger più longevo e amato della storia delle nuvole parlanti su cui generazioni di persone si sono lasciate dondolare in un mondo fantastico nel quale il bene si impone sempre sul male anche se con il fiele di chi odia la cattiveria e l’ingiustizia e a volte deve ingoiare frustate, prima di giungere all’azzeramento del prepotente di turno.
Da persona priva di fronzoli e dal tratto raffinato ,Giovanni Ticci sovrintende al disegno dal tratto lieve di un eroe che non vuole esserlo ma che la fantasia da cui scaturisce impone di essere ciò che in natura quasi non più esiste.

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La scelta dell’uva da vinsanto e da vino bianco con la panda

Tempo di forbici e di uva, di quell’anteprima di vendemmia che più tardi porterà alla raccolta di sua eccellenza il sangiovese.
Adesso è il momento di passare fra i filari per stilare la lista dei grappoli da conservare nelle cassette per l’appassimento e riservare il resto per fare un bel vino bianco di malvasia e di trebbiano con una vigna piantata durante i mondiali di calcio del 1970.
La particolarità, che rende quel vino pregevole, non sono i lieviti selezionati, le tecniche di cantina, le boiate corredano una bottiglia di vino esondate da un qualsiasi commerciale, ma il pregio di vendemmiare con una panda di oltre trent’anni di vitalità.

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Il pavimento del Duomo di Siena

“Il più bello…, grande e magnifico… che mai fusse stato fatto”. Così Giorgio Vasari definì il pavimento della Cattedrale di Siena, frutto di un programma che si è realizzato attraverso i secoli, a partire dal Trecento fino all’Ottocento.

Neroccio di Bartolomeo, Guidoccio Cozzarelli, Matteo Di Giovanni, Domenico Beccafumi, il Pinturicchio, Luca Signorelli, Giovanni Di Stefano, Francesco Di Giorgio Martini, Benvenuto Di Giovanni, Pietro Del Minnella, Alessandro Franchi, Neroccio di Bartolomeo de’ Landi, Baldassarre Peruzzi, parte degli artisti che nei secoli hanno lavorato alla realizzazione di questo capolavoro assoluto.
Tutti artisti senesi tranne Bernardino Di Betto, il Pinturicchio che soavemente, realizza nel cinquecento l’immagine della fortuna a petto scoperto e con una bella trippetta, che posta all’interno di una cattedrale qualche anno prima dell’arrivo del bacchettonismo fradicio dei Medici, mostra quanto la luce splendeva prima della scesa delle tenebre granducali.
Qui il riquadro della lupa senese che allatta i gemelli Senio e Aschio, circondata nel tondo dagli animali totemici che rappresentano le città alleate, risalente al 1373, ma rifatto nell’800 per la consuzione. Resti originali sono conservati nel Museo dell’Opera.
Guardando con un soave sguardo laico all’intera serie di marmi e di immagini, sorvolando su temi e aspetti religiosi che determinano le scene, ciò che sta ai piedi alle pareti e al cielo, di questo edificio, non è l’ansia bacchettona di accondiscendere quel tal signore, quell’altro tal cardinale di casata nobile, qualche tronfio esemplare di bottegaio, poi banchiere, poi in divenire di nobiltà a fiorini, ma la fresca e limpida aria della libertà delle genti e delle arti, del benessere fisico e morale che si nutre di idee e di bellezza aperta a tutti.
Ora il pavimento, come il Duomo, sono gestiti da “Opera Laboratori Fiorentini”, che per entrare richiedono non un fiorino, ma otto euro.

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Gaiole vuole adottare via Gaiole a Roma

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Non sono più i tempi di Spartaco e neanche quelli di Targhini e Montanari, del satiro Pasquino, del sindaco Nathan del “non c’è trippa per gatti” e di Saffi, Armellini e Mazzini, di Goffredo Mameli o dalla floreale brezza Porta Pia suonata dalla carica della tromba del bersagliere senese Niccolò Scatoli o dei sonetti di Fabrizi o di Trilussa.
Neanche sono i tempi di quel profumo di mosto in ebollizione delle giunte Petroselli e dell’urbanista Antonio Cederna o dello storico dell’arte Giulio Carlo Argan o le poesie balistiche di Paulo Roberto Falcao.

Stasando lo spurgo del tempo dei vent’anni che almeno avevano un architetto in gamba e con uno stile (Piacentini) i gargarismi di acqua santiera, le galoppate insane del Freddo e del Teribbile, dei franchi evangelisti e degli sbardellati o delle più recenti suburre delle vie di mezzo, ecco che ti esce la timida Virginia Raggi, che si trova a sedere sulla punta di un vulcano da innaffiare con la gomma dell’orto.
Via Gaiole in Chianti a Roma versa in condizioni di degrado e il sindaco del paese del Chianti (Storico) Mischele Pescini, scrive una lettera alla collega per chiedere se può dare una mano nella gestione onorevole della via e per invitare la collega stellata nella piana guazzosa di ottobre in occasione dell’Eroica e bere insieme un bicchiere di sangiovese.

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