San Gemini, dove l’acqua è più buona

L’acqua che serviva alla preparazione delle pappine e farine lattee dei pupi che adesso hanno i capelli brizzolati e veniva venduta in farmacia, nel paese di San Gemini, sgorga identica come nelle bottiglie, direttamente nella fontana al centro della piazza.

Leggera, appena mossa, piacevole, depurativa, ma con l’avvertenza che con la fontana nel centro del paese, c’è un rubinetto malmesso non cambiato da anni e se non si ha occhio per bere, ci vuole l’ombrello per ripararsi dal getto.

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La finestra con i centrini di uncinetto

Come quando d’inverno, le nonne, davanti al camino o al cospetto della stufa, innanzi alla luce di una finestra, di un lume a olio, poi di una piattina, passavano ore mentre c’era da raccatizzare il fuoco da sole, o a chiacchiera con qualche collega d’età.
Un’epoca conviviale di fattura artigianale per ravvivare casa con un oggetto unico fatto a uncinetto, quando il tempo non era quotato in borsa e i sentimenti non erano impressi a caldo come un codice a barre e destra e sinistra non erano la stessa fogna comunicante.

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La rosa combattente

Chi rimane, ha il dovere di difendersi e soprattutto di combattere le avversità della maleducazione, dell’ignoranza, della prepotenza.

Presa controverso inalbera le spine, guardata con rispetto, è una cosca di petali color del cuore, commossa di pioggia come una rosa a dicembre.

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Il cane e la sigaretta al merdolo

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Una storia di senso civico corredato di galateo: una signora che nelle tenebre e nel giorno, porta il proprio cane a fare i bisogni davanti la porta di casa, dove entrano altri condomini.
Se dalle ante delle finestre o dietro le persiane scorge un’ombra, una sagoma, il dubbio che qualcuno veda la scena, raccoglie elegantemente con le mani nude il lascito dell’animale, lo posa delicatamente nel cestino, si pulisce le mani alle pietre della torre e si accende una meritata sigaretta: al merdolo.

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Il tappeto di foglie di acero

Giacciono in terra trascinate dalla volontà direzionale del vento i ricordi dell’estate, che in quel tempo erano di un intenso verde assetato, e ora, a guardarle bene, son foglie staccate, che come i sogni, si rinnovano ogni anno.

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Sexy Siena, set del film “Quel movimento che mi piace tanto”

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Assai poco noto, magari anche sottaciuto, il fatto che i vicoli, le piazze, i palazzi ed addirittura le basiliche della città del Palio siano stati teatro di una commedia sexy all’italiana. Un genere assai in voga negli anni Settanta ed al quale, nel tempo, sono stati appiccicati il bollino rosso e l’aggettivo “trash”, soffermandosi molto sull’involucro (scene piccanti, nudi femminili, equivoci e battute magari di bassa lega) non sempre sulla valenza artistica di certi suoi interpreti, fra i migliori Renzo Montagnani, Mario Carotenuto, Lando Buzzanca, Lino Banfi o Carlo Giuffré. Proprio quest’ultimo, pupillo in gioventù di Eduardo De Filippo e oggi quasi novantenne, era il protagonista di Quel movimento che mi piace tanto”, pellicola che il regista senese Franco Rossetti ambientò nel 1975 sulla pietra serena senese, giocando sin dal titolo sul doppio senso erotico/politico che ne caratterizzava la trama.

VOLTAFACCIA Giuffré interpretava il deputato Fabrizio Siniscalchi, parlamentare moderato che per ragioni di opportunismo politico e su consiglio del fratello Salvatore (Enzo Cannavale, altro “big” della commedia italiana) era sul punto di cambiare radicalmente appartenenza e “buttarsi a sinistra”: un copione ben contestualizzato nello scenario che, siamo alla vigilia del voto del 1976, teorizzava il sorpasso del Pci ai danni della Dc, e che si snodava attraverso tutta una serie di cambiamenti, voltafaccia e rinunce, iniziando col recidere la storia d’amore clandestina fra Siniscalchi e la nobildonna senese Livia Bonoli Serpieri, interpretata da Martine Brochard. La ripicca di quest’ultima, grazie all’intercessione del marchese fiorentino Cecco Ottobuoni, nei cui panni figurava il grande Renzo Montagnani, provocherà di lì a poco uno scandalo dietro l’altro, con l’obiettivo di mandare in frantumi la reputazione del deputato, spinto fra le braccia della giovane e avvenente, ma anche chiacchierata, Anna (Cinzia Monreale): paradossalmente, però, i due convoleranno a nozze, un beffardo lieto fine che si celebrerà, e si girerà, all’interno della chiesa senese della Santissima Trinità. L’oratorio cioè della Contrada del Valdimontone.

PALIO & PALPEGGIAMENTI – Sulle note di una colonna sonora scritta da Manuel De Sica, il primo ciak di “Quel movimento che mi piace tanto” poco aveva da invidiare al tipico documentario sulle bellezze di Siena. Panoramica sui tetti, sui campanili e sulle torri cittadine, oggi si parlerebbe di skyline, e poi veduta, da Piazza del Duomo, della facciata gotica della Cattedrale: non esisteva il Consorzio per la Tutela del Palio, a metà degli anni Settanta, che oggi forse avrebbe bloccato la serie di insert (tutti girati dalle stanze di Palazzo Sansedoni) sul corteo storico, sulla mossa e sul primo giro del Palio del 17 agosto 1975, utilizzati per creare suspense nel bel mezzo di una serie di palpeggiamenti fra Giuffré e la Brochard, con una crescente passione che, mentre si vede il Montone scappar via sotto la spinta di Canapino e Rimini (ma quel Palio lo vincerà la Chiocciola, con Aceto e Panezio), giunge al culmine con in sottofondo, inequivocabile, lo scoppio del mortaretto di…fine corsa.

SAN DOMENICO HOT – Incontri amorosi e accoppiamenti si susseguono esilaranti, tipico di ogni commedia sexy, ma di pari passo non cessa il leit motiv delle vedute senesi. Si scorge una Porta Romana bellissima nel suo essere completamente libera dal traffico (in compenso le auto abbondano nei pressi del Duomo), c’è ancora Piazza del Campo e c’è l’interno del Palazzo Comunale (davanti all’Affresco del Buongoverno, Giuffré si lascia scappare un doppio senso non gradevolissimo ma che rientra nel tenore del film), in via del Poggio si ambienta un tentato scippo in motorino, i protagonisti passeggiano lungo la Galluzza, dentro il Castellare, in via Cecco Angiolieri. Si tocca pure il cortile dell’Accademia Chigiana prima di arrivare al momento più sconvolgente della pellicola, quello in cui la Monreale viene sbirciata sotto la gonna nell’atto di arrampicarsi sopra il pilastro adiacente la Cappella di Santa Caterina ed accendere una candela: pur in piena epoca di liberazione sessuale, i dettagli di quella scena non erano stati anticipati dalla troupe a chi le aveva aperto le porte della basilica di San Domenico e scatenarono momenti di tensione, risentimento e polemiche, senza peraltro che questo intralciasse più di tanto il risultato finale.

DOPPIA VERSIONE – Alcuni di quei frames, ed altri assai più spinti girati all’interno di alcove ricostruite dentro ville e palazzi storici cittadini (narra la leggenda di rimostranze abbastanza pesanti da parte dei proprietari, famiglie senesi particolarmente in vista tra l’altro, una volta compresa la piega che prendevano le riprese) furono infatti tagliati nel montaggio destinato alla versione italiana del film ma rimasero intatti in quella distribuita all’estero, oggi tranquillamente rintracciabile su piattaforme di video-sharing. Per completare questo “tour scollacciato” della città, Cinzia Monreale, sempre lei, si ritroverà con il seno scoperto anche appoggiata alle pareti di Fontebranda, oggetto delle carezze e dei baci appassionati di Giuffré, cullati entrambi dal rumore delle acque dell’antica fonte medievale.

LA “PRIMA” DI VERDONE – Nella scena in cui Giuffré e Cannavale si concedono un caffè appoggiati al bancone della Conca d’Oro (gli arredi e le vetrine della storica caffetteria di Banchi di Sopra sono un tuffo al cuore per chi ha superato gli –anta), tra gli avventori si scorge il volto, giovanissimo, di Carlo Verdone. Una fugace apparizione per l’allora poco più che ventenne aspirante attore, che era stato chiamato da Franco Rossetti (amico di vecchia data del babbo Mario) per farsi le ossa come assistente alla regia: guadagnava settanta mila lire a settimana, Verdone, in una condizione psicologica di imbarazzo continuo (lui stesso lo ha candidamente ammesso più volte, nelle interviste che ripercorrevano i suoi esordi col mondo de cinema), costretto com’era a suggerire le battute agli attori mentre questi recitavano, nudi come mamma li aveva fatti, ad appena una manciata di centimetri di distanza dal suo copione.

SENESI SUL SET – Un piccolo ruolo in “Quel movimento che mi piace tanto” lo aveva il bravo Paolo Lombardi, allora poco più che trentenne, divenuto negli anni a venire interprete e soprattutto doppiatore fra i più richiesti. La schiera di facce note in città era comunque nutrita: fra gli altri Tambus, al secolo Bruno Tanganelli, con un cammeo che inframezza la suddetta scena ambientata in Fontebranda e che lo vede interpretare un voyeur visibilmente ubriaco, ma anche Germano Mazzini (civettino purosangue, proprietario del non più esistente albergo La Toscana e, per hobby, telecronista su Televideosiena delle partite della Mens Sana), riconoscibile sia nella scena girata dentro la biblioteca degli Intronati, sia in quella conclusiva del ballo che si tiene all’interno della Sala degli Specchi, dentro l’Accademia dei Rozzi.

IL REGISTA – Nato a Siena il primo ottobre 1930, montonaiolo, una laurea in legge chiusa nel cassetto a favore della passione per la cinepresa, Franco Rossetti è stato sceneggiatore di “spaghetti western” di successo (il più celebre dei quali “Django”, interpretato nel 1966 da Franco Nero), oltre ad aver collaborato, sotto lo pseudonimo Fred Gardner, alla stesura di “Zabriskie point”, firmato nel 1970 da Michelangelo Antonioni. Il suo esordio come regista nel 1967, dirigendo “El desperado”, poi il giallo “Delitto al circolo del tennis” (dall’omonimo racconto di Moravia) e a seguire una serie di commedie sexy, un paio delle quali autoprodotte e ambientate in luoghi per lui certamente familiari. Sì, perché prima di “Quel movimento che mi piace tanto”, nel 1972 Rossetti aveva girato alcuni ciak di Una cavalla tutta nuda” (film appartenente al filone cosiddetto decamerotico, creato anni prima da Pier Paolo Pasolini) a Poggibonsi, Chiusdino, San Gimignano, Monteriggioni e, ovviamente, Siena. Anche “Una cavalla tutta nuda” si può comodamente rivedere su youtube. Non c’è traccia, nelle scene senesi, delle curve di Barbara Bouchet, ma l’arrivo a cavallo nel Vicolo dei Percennesi di Renzo Montagnani e di Don Backy, ed il dialogo che i due hanno sulla scalinata dei Servi, con alle spalle l’inconfondibile profilo della città, sono vere e proprie chicche. A prescindere dal contesto che le caratterizza.

Matteo Tasso

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Mercatino di Natale nella Berardenga con il calesse del grande babbo che viene dal nord

Tutto pronto a Castelnuovo per le Festività Natalizie. Le associazioni paesane ASSINFESTA con il supporto dell’Amministrazione Comunale hanno organizzato per sabato 9 e domenica 10 Dicembre i Mercatini di Natale. Oltre 60 standisti affolleranno le vie del paese; tra questi, artigiani, artisti e produttori delle eccellenze enogastronomiche del territorio con la possibilità di farsi confezionare i cesti natalizi.

SABATO 9 Dicembre alle 15:30 aprono i mercatini i ragazzi della scuola di musica dell’Associazione Pietro Guideri, segue l’inaugurazione di Via Fiorita, tratto del centro storico recentemente riaperto dopo un importante intervento di restauro. Alle 18:00 direttamente dal Polo Nord arriva il grande protagonista, Babbo Natale che raccoglierà le letterine dei bambini.

DOMENICA 10 Dicembre la giornata inizia molto presto con la passeggiata organizzata dal Gruppo Escursionisti della Berardenga alla scoperta del territorio della Berardenga con partenza alle 8:00. Nel pomeriggio tornerà Babbo Natale con il suo calesse pronto a far scoprire a bambini e genitori le meraviglie del Parco di Villa Chigi. Chiude l’iniziativa il grande spettacolo di musica Gospel “Pray for Change Gospel Choir”. Sarà una giornata da non perdere anche per i buongustai che potranno sia pranzare in piazza nell’ormai tradizionale pranzo della Polenta con il Cinghiale sia gustare i prodotti di eccellenza dei ristoranti del territorio negli stand in Piazza Marconi.

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