Porcini e giallarelle da Vertine

Piove, e quando non piove pioviscola, il che rende le giornate monotone e uggiose, ma in campagna difficile annoiarsi avendo un po’ di inventiva e di padronanza del territorio con le sue bellezze, con le sue virtù, con i punti strategici da gironzolare in cui ci può stare di poter sbarbare un fungo.
Così è: porcini e giallarelle per frittura e per un magistrale sugo per la pasta.

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Vertine che nasce dalla bruma

vertine nasce dalla nebbia

Da una conchiglia di  nebbia, illuminata da un rarissimo raggio di sole, prende vita e forma la sagoma familiare di tanti sassi appoggiati gli uni sugli altri, dando forma di scheletro e osso a un castello rampicato sui poggi.
Alcunchè di Venere bionda o di Monna appollaiata sui davanzali, niente lenzuoli ad asciugare, viti gnude, poche ulive sulle piante, eppure Vertine c’è, rinfrancato nel suo essere dallo spirito comunitario e combattente, forgiato da assedi nel corso dei secoli, siano di aragonesi, spagnoli, papisti.
La nebbia che si dirada, non riesce a rapire la fragranza di rondine, del sangiovese nei tini e la fame felina dei gatti del Pipa.

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Le foglie dorate di Pagliarese

Un panorama bello a vedersi e buono a bersi, quando l’uva di cui si caricano queste magnifiche vigne pennellate d’aureole d’oro come quadri di scuola senese del 1300, termina il proprio corso nei calici di palati fini.

Così come dalle prime bottiglie uscite nei primi anni sessanta fin quasi alla fine del secolo, quando fare vino era sinonimo di umanità e meno ansia e berlo, non era ancora diventato una cerimonia liturgica, quasi religiosa, ma un piacere a tavola facendo due chiacchiere, smanettando il coscio di un pollo o un paio di fette d’arista con le patate, fatte da qualche superlativa massaia di trattoria.

Dall’annata 2015, nuove bottiglie si rivestono dell’etichetta di Pagliarese: le vigne e le viti non sono più le stesse, ma il risultato ha la medesima piacevolezza di un tempo.

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Il museo dell’Imperiale Contrada della Giraffa

Reale, Imperiale e Repubblicana, ovvero gli eventi storici che si intersecano con le vittorie riportate sul tufo di una Contrada di Siena: la Giraffa.

Nel 1878, il Palio del 2 luglio venne spostato al 16 per permettere la presenza di re Umberto I e della regina Margherita, in visita ufficiale a Siena.

Il Palio del 2 luglio 1936, venne dedicato alla conquista dell’impero, sul Drappellone era raffigurata una cartina dell’Africa Orientale.
Il re Vittorio Emanuele III, insignì la Contrada di Imperiale, apponendo la propria firma sul Palio dipinto dal pittore senese Bruno Marzi.
Il 16 agosto 1946, fu il Palio dedicato alla proclamazione della Repubblica, in effige, una immagine dell’Assunta e di Giuseppe Mazzini, opera del pittore senese Irio Sbardellati.
L’opera, porta una firma autografa dell’allora Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi.

Questi tre Pali, di importantissima valenza storica e artistica, sono apposti accanto fra loro di fronte all’ingresso del museo, fra altri cimeli, fra altre importanti opere d’arte.
Spicca fra loro un altro Palio carico di forza e di importanza: il primo dipinto da un non senese, Renato Guttuso, che ha così donato in forma perenne alla città, e alla Contrada vittoriosa del Palio del 16 agosto 1971, una grande prova del suo essere artista.
I 17 Musei delle Contrade sono una galleria di arte contemporanea, che ospitano i più bei nomi della pittura a livello nazionale e mondiale.

Curati e gestiti con amore da volontari e esperti, si aggiungono alle meraviglie espositive di una città le cui opere d’arte sono conservate in interni, le cui meraviglie si incontrano, andando e camminando da porta a porta.

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Lo scoiattolo alcolizzato di Vertine

Al primo albeggiare, per non essere visto, lo scoiattolo scivola via dalle cantine a rotazione dove passa la notte, abbagliato in un sonno profondo dai fumi del vino nuovo e da quello di annate precedenti, che scrocca di nascosto.

Damigiane che calano di livello, assaggiavino da cui pende una lenta gocciolina che svuota il colmatore nell’arco di poche ore.
La soluzione a tutti questi misteri è stato il ritrovamento di peluria fulva accanto ai tini, il lascito di qualche noce accanto le damigiane, per ripagare dell’ospitalità e del vino bevuto.

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Frutti con il sole d’autunno

Cestinata l’estate, messe da parte le polo e i fanatici da infradito, si piglia a varcare la soglia della meno luce e a mettere in dispensa, in cantina, nell’orcio e nel caratello, tutto quello a cui è stata data cura un anno.
Naturalmente bella la colorazione, il sapore delle marmellate, dei funghi, dei marroni nel fuoco, del vino nuovo accosto, di qualche fungo in padella, dei frutti.
Un libro disteso all’ozio alla brace del camino.

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Il Vitarium di foglie rosse di San Felice

Bello a vedersi nel periodo autunnale, i due Vitarium di San Felice, sono il frutto di una ricerca e di una conservazione del patrimonio viticolo toscano, messo in atto dall’azienda negli anni ’80, in collaborazione con l’Università di Firenze.

Affascinante fino all’ultima foglia rossa presente, il tunnel di viti dentro e sotto al quale ci si introduce per un percorso di bellezza, per un percorso di rassegnazione al pensiero che la vita ha un breve contratto a tempo determinato.

Di infinito amore rimane sempre il sorriso di una rondine in volo.

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