Le fave del Pd aumentano la produttività delle vigne

Il comunicato stampa emesso dal Presidente della Regione Enrico Rossi, è di quelli sugosi come il sangiovese che in questi momenti è sottoposto alla pratica della sfogliatura per aumentare l’esposizione al sole dei grappoli, favorirne l’asciugatura nei casi di pioggia e di nebbioni, facilitarne e velocizzarne la raccolta.
Alcune statistiche diramate da qualche scarpa a punta di settore, dichiarano che nelle vigne della Toscana si registra una produzione superiore al 10% della media normale delle uve, e questo, secondo il Rossi, è merito della politica di sburocratizzazione messa in atto dall’ente e del rinnovo dei vigneti grazie ai contributi comuntari elargiti dalla carta, marca da bollo, code e viaggi infiniti agli sportelli per ottemperanza agli ingegni propedeuci del favino da sovescio comminato nei terreni.
Non che una stagione favorevole, aumenta la qualità e la quantità delle uve, come il cinghiale e il capriolo la diminuiscono a loro appetito piacimento, senza che la Regione in questo a parer loro, sia di competenza e quindi muova un dito.

Quando la vigna, per bravura certo di chi se ne occupa, ma anche grazie alle condizioni climatiche aumenta la produzione, il merito è certo delle politiche regionali.
Quando i cinghiali e i caprioli, saltano le recinzioni, il demerito è di chi non ha realizzato bunker di rete e di elettricità alti sei metri per parare, quello che loro, non hanno voluto mai pigliare in considerazione e risolvere nel rispetto di una corretta attività venatoria e di un’agricoltura compatibile con la massificazione ungulata.

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Il castello di Albola

Per avere notizie di Albola, bisogna andare a Pavia, nella data dell’8 giugno 1010, dove l’arcivescovo di Milano, Arnolfo, concede a  un messere di nome Gherardo, per la somma di 2o soldi d’argento e per 29 anni, il terreno che per statistica, poteva coltivare con una coppia di buoi, sufficente a nutrire una famiglia.

Dell’antico castello, rimane il cassero con una costruzione adiacente più bassa, risalente al XII secolo, restaurati intorno alla fine degli anni ’80 da Rudiger von Pachelbel, un nobile  tedesco che vi risiedeva.
Allo stato attuale si presenta come un imperiosa costruzione che emerge dai boschi in un punto di confine fra il Chianti e il Valdarno.
Visto da vicino, non si discosta molto da un qualsiasi luogo storico munito di cancello, di soliti noti cipressini piantati di recente, telecamere e punto di ricovero e di conforto per munifici americani alla ricerca del “Chianti più vero”.

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Il Chianti che aspetta la vendemmia e L’Eroica

Vasco freme e non sta più nei pedali, cerca in tutti i modi di entrare nella muta da ciclista eroico dell’anno precedente e sospende per qualche tempo la speciale dieta in bianco con base di rigatino e soppressata, concentrandosi sui fichi.
Teo non se la piglia e giace nei mattoni freschi all’ombra, mentre Pasqualino, munito si seggiola si siede a ore in contemplazione davanti ai suoi filari di sangiovese, guardando il sole che carezza l’uva e sentendo il grado zuccherino che aumenta.
Poco più avanti, nelle vigne giardino della Tenuta Perano, è tutto un raspare: una corsa contro il tempo per sfogliare l’uva e metterla al sole, farla asciugare in caso di intemperie, con eolatico movimento dell’aria.
A sole appena alzato l’arrivo di un gruppo di ciclisti bolognesi, meravigliati dal fatto di aver trovato un indigeno a piedi che fa il turista a casa propria.

Da qui a ottobre, il Chianti è pronto a incendiarsi in una mattanza spropositata di colori.

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San Gusmè vince il Palio delle botti 2019

Il Palio delle Botti di Città del Vino, se lo aggiudica San Gusmè, fra la salita e il giro intorno alle mura antiche del proprio borgo, durante la famosa e ambita festa annuale del Luca Cava.

Gli spingitori sangusmeini di tonneaux da cinque ettolitri, volano nella salita amica e  incentivati dal prendere il sognato Palio e la sognata medaglia al posto della confezione di vino, volano come Mercuri nella salita che porta al paese.
La tenerezza di Vezio, la signora in cucina a badare alla cottura dei fegatelli che si spande nel borgo, la bravura del gruppo musicale delle “Cornamuse del Drago” di Bolsena che riempino le vie di suoni antichi e diversi, il Luca che para le vergogne nei sui bisogni affaccendato, una rondine che beatamente e lieta vola su questo magnifico borgo non del Chianti, ma della Berardenga.

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Sulle strade della California Berardenga

Il tenente Mike Stone e l’ispettore Steve Keller, della Police Patrol di San Francisco della Berardenga, hanno consumato l’equivalente pneumatico di un Gran Premio di Formula 1, all’inseguimento di una compatta nera, ma soprattutto dell’imprendibile Pandina Cremisi, che sguiscia dappertutto e si presenta ogni giorno nei luoghi più impensabili della sosta ai margini, in ogni angolo della contea.
Lo Stato della California Berardenga, ha promesso una promozione e un paio di buoni ingresso presso i musei della zona, agli agenti che riusciranno a lasciare un pizzino bel ricordo sul vetro anteriore.
Allettati dai biglietti omaggio a questi luoghi imperdibili, gli agenti saranno di giorno e notte all’inseguimento della berlina vinaccia.

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La valle dei girasoli giganti

Una semina in ritardo, un’evidente irrigazione, la struggente colonna sonora di un film di Vittorio De Sica protagonisti Sofia e Marcello in un amore travolgente, poi lontano, poi sopito, con le braci indolenzite, pronte però sempre a infiammarsi.
Tutte strade che percorrono curve e gragnolischio di breccino e portano inevitabilmente agli occhiali appannati di una rondine bella.

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Arcimboldo del Chianti

Composizione fotografica dello stato delle cose nel Chianti: maturazione lenta e costante del sangiovese, noci che induriscono, variegate amarena al sole rosato e docile della sera, noci che induriscono, fichi che scoppiano alla pioggia, ibiscus raggianti.

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Il leprotto nella vigna

leprotto vigna vertine

Fa pochi passi, si ferma, si accuccia, abbassa le orecchie, riparte, nel dubbio ancestrale fra l’essere intimorito e la curiosità che morde, di capire o di conoscere chi ha intorno.

Scruta, osserva, forse avverte che non c’è pericolo e si defila lentamente dove l’erba è più fresca, dove l’erba è più verde.

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L’erbario di Villa Chigi Saracini

Il giardino della Villa Chigi, era il luogo magico dove scambiarsi i primi baci negli angoli più suggestivi e romantici, come davanti al laghetto delle spugne e dei cigni.
Spazio dalle diverse tonalità di verde, grazie alle foglie delle piante poste non a casaccio dal famoso architetto Agostino Fantastici, per accondiscendere alle volontà di Galgano Chigi che, fra il 1820 e il 1840, fece spianare il Castello della Berardenga, per erigere la propria dimora di campagna e creare di conseguenza, l’attuale Castelnuovo.
Il parco finchè è stato aperto al pubblico è stato lo sbocco naturale e l’ossigeno di locali e turisti, uno spazio di refrigerio, gioco, riflessione, bacio e passeggio, parte integrante del vivere quotidiano del paese.
La struttura, un po’ vacillante, come la vacillante Sansedoni Immobiliare, che l’ha in carico, da alcuni anni è chiusa al pubblico, tranne che per rare, preziose, iniziative.
La semplice manutenzione, lascia il tempo che trova anche nelle forme più evidenti: al cancello di ingresso, svetta la fontana a due tazze del grande scultore Tito Sarrocchi, in nei pressi coperta di erbe spontanee di varietà e altezza che decespugliatore non videro.

Alle volte, qualche posteggiatore, lascia la  macchina di fronte all’ingresso: un po’ per comodità, un po’ per parare alla vista l’erbario posto in orizzonte.

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Montalcino: il giardino curato da Tita occupato da un ristorante

Tita è una personaggio molto conosciuto e amato a Montalcino: si occupa da venti anni della cura quotidiana di un giardino pubblico che ha tolto all’abbandono e restituito alla comunità, donando un’oasi di serenità e bellezza a chi passa.
Capita ogni giorno di vederlo rastrellare le foglie di leccio o zappettare le aiuole a passo di danza, sempre elegante nei modi e nel vestire, con una parola per tutti, felice di  curare questo spazio sempre diverso, sempre da inventare per ogni stagione.
Ma gli affari sono affari e anche la ridente città del Sangiovese Grosso, non è insensibile alle sirene dei tavoli e del mangiare.
Una parte del Parco, curato instancabilmente da Tita, è stata sottratta all’utilizzo  del pubblico, per lasciare spazio alla posa di due file di tavoli con ombrelloni a uso privato, per la somministrazione di cibi e bevande.
C’è solo da rallegrarsi che non sia stato innalzato un capanno – dehor tanto alla moda, in ogni caso un Parco Pubblico, sia pur in parte, stona sia concesso a un privato, mentre, quando lo spazio era abbandonato, non interessava a nessuno. Fonte: Il Cittadino

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