Elena Trissino

Nel Chianti, gli stravolgimenti che nel corso dei secoli hanno mutato il corso delle cose, si sono sempre avvertiti come un eco in lontananza.
Poco cambiava nella vita quotidiana delle persone l’essere retti da una Repubblica sulle rive dell’Arno o sotto un Granducato che reggeva quasi l’intera regione.
Essere amministrati da un Granduca fiorentino o lorenese, diventare parte di uno stato unitario più importante retto da una corona, finire nelle trincee del Carso contrapposti a “nemici” che nella vita seminavano, mietevano, macinavano il grano, facevano frasca e fascine per i forni, garantivano il pane alla famiglia.
Olio di ricino e manganello erano un affronto alla dignità del lavoro, all’essere persone.
La Repubblica comportava mettersi il vestito buono, essere fieri di certi giorni, amici nelle date importanti sia civili, sia religiose. Condividere la fatica, condividere i giorni.
Lo spolamento delle campagne fra gli anni ’50 e ’60 del Novecento, mette a soqquadro un mondo di secoli passati piano, caratterizzati da generazioni avvezze ai campi.
Fioriscono piccole attività artigianali, piccole industrie per produrre beni e arnesi che di fatto contribuiscono non poco alla qualità della vita. Necessitano di manodopera.
Unità poderali e casali si svuotano, in pochi anni, cambia ciò che la mezzadria aveva retto per secoli. Si produce  un cambiamento epocale.
Il Chianti con lo spiffero alle finestre, acqua alle fonti con le mezzine, animali nelle stalle sotto casa, grandi camini in cui ricoverarsi prima di entrare nel gelo delle camere, cene con l’incognita delle intemperie e delle stagioni, dimezza la sua popolazione.
Tutto pare destinato all’abbandono, anche perchè la vendita da parte delle fattorie di quei casali rimasti vuoti, anche per non tante lire, genera un rifiuto in chi li aveva per tanti secoli vissuti e abitati.
Finchè alla fine degli anno ’60 iniziano ad affacciarsi viaggiatori e sognatori, affascinati dalla ruspantezza dei luoghi e dalla vita in campagna.
Iniziano ad arrivare persone che comprano i casali abbandonati, li dotano di un  minimo di comodità, vedono queste case come oasi, vi trascorrono momenti lieti.
Non è un caso che commercialisti milanesi, avvocati tedeschi, nobili inglesi, dottori dalla Danimarca, magistrati livornesi, prendono casa nel Chianti e si mescolano nel quotidiano con la popolazione locale, eleggendo alcuni luoghi leggendari come ritrovo, o si vedano affatati dal meccanico che parla alle motoseghe, dall’uomo che vive sui trattori, alla gente che taglia i boschi, al muratore che ripara le case, registi, architetti, giornalisti, alla bottegaia che serve un bicchiere di vino a mescita e un paio di etti di acciughe.
In quel Chianti affascinante in cui si incastravano storie di saggezza del lavoro a fabbri intellettuali, pensatori con la vanga o con la penna, racconti e scambi in mezzo a vino, pane e salame, si inserisce la nota crepuscolare di un film di Bernardo Bertolucci, girato qualche anno dopo l’arrivo da Milano a Vertine di Elena Trissino.
In quel Chianti ancora ruspante e vivo, a poca distanza dagli anni del gran meretricio, si inserisce la figura minuta di Elena, che occupa l’edificio più ampio del paese e prosegue il suo percorso artistico e culturale traendo spunto dai silenzi e dalla bellezza di una zona ancora cardiologicamente viva.
Le sue pietre, le sue opere, il suo metallo, la sua ricerca, i suoi figli, il suo essere, si alimentano dai sassi e dalle foglie di vite che si vedono e vivono qua attorno.
Tanto devota alla conoscenza, alla cultura e all’arte, tanto triste il Popolo di San Bartolomeo a Vertine in questo giorno. Fonti: Il Gazzettino del ChiantiIl Cittadino

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La cena del Popolo di San Bartolomeo a Vertine

Ben lontani i tempi in cui fra Vertine e poderi limitrofi circolavano oltre cinquecento persone, che più o meno si riconoscevano nella chiesa romantica  di San Bartolomeo.
Attualmente, si possono contare entro le quattro mani le persone che gravitano dentro le mura e anche calcolando quanti ne sono intorno, molte delle persone ci gravitano sono in realtà o elicotteristi, o di passaggio per vacanze.
Le grandi feste in piazza, necessitano di braccia e gambe che sono venute meno e non hanno avuto ricambio generazionale, o forse c’è la volontà di partecipare, meno quella di adoperarsi.
Nel caso di Vertine, le forze di braccia e gambe sono quelle che sono, ma forse, per un aspetto, è meglio così, invece che avere orde di nuovi barbari fra le stradine millenarie, che si divertono in malo modo, è meglio una grigliata fra intimi, che alla fine, tutto ritorna in ordine, prima di andare a letto, in breve tempo.

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Il parco delle rotoballe alle Balze di Caspreno

Un parco didattico, dove genitori con bambini giocano, parlano, si spiegano cose, si vedono daini e caprioli in sottofondo, uccellli di ogni tipo, rondini in fiore, rotoballe che sembrano un  mosaico di Buon Governo, e invece è il caso che li colloca dove sono, come sogni sulla linea d’orizzonte, perennemente da inseguire.

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I settecento anni di Monte Oliveto Maggiore

Era il 19 agosto 1319, quando Bernardo Tolomei, (discendente di una nobile casata senese), insieme ad un seguace, si ritira in uno scarno possedimento di famiglia dove la natura è aspra, arida, il terreno argilloso e occupano una grotta, dove iniziano a vivere e a meditare, in comunione ascetica con il celeste creatore.

Non avevano il tempo di solfeggiare  queste fisime ascetiche i servi di servizio e i contadini della famiglia Tolomei, che a gobba china sulla zolla, non avevano nè il tempo, nè la voglia di vocazioni o cantonate da tempo da riempire.
La comunità viene inserita nella regola benedettina dal vescovo Tarlati di Arezzo, poi inizia la costruzione del monastero e nasce la congregazione olivetana approvata da Clemente VI si, storia, non fantascenza.
Si accede al monastero tramite un palazzo medievale con ponte levatoio, a cui non molto tempo addietro è stata aggiunta  l’attuale macchina da riscossione pedaggio parcheggio che mal si intona nel contesto, che ben si intona nell’italica defecazio presente.
Viale cipressi, orto botanico, peschiera, antico camminamento di mattoni, una statua di recente conio del maestro Massimo Lippi che ritrae San Benedetto con il mal di schiena.
Il monastero, con il suo pregevole coro, la farmacia, la vendita diretta di santi, santini e santoni, liquorini d’erbe, sotto le cantine…..pregiato vino delle Crete.

Nel chiostro da ammirare (facendosi rapire dalla bellezza) le pitture di Luca Signorelli e di Antonio Bazzi, detto il Sodoma.

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Amolo: le susine ciliegie

Da considerarsi come pianta di varietà antica, i cui fiori sono ricercati e bottinati dalle api, ma un miele delle specie non sarà mai prodotto perchè la pianta è poco diffusa.

Si propaga direttamente dal seme, i noccioli, si piantano in autunno (meglio in vasetti) e germinano in primavera, oppure si propaga per talea.
La pianta si adatta a qualsiasi clima e terreno, i frutti verdi sembrano ciliegie, il loro colore iniziale è verde, che tende al rosa, che vira all’arancio e può diventare rosso.
Il sapore varia a seconda della colorazione, simil arancio è dolce con venature asprine, ci escono delle ottime marmellate o mangiato sotto la pianta.

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La potatura alla Winston Churchill dei pioppi della Berardenga

La presenza del pioppo, lungo rigagnoli o corsi d’acqua, serviva a fornire frasca e alimento per animali, e era pratica consueta non farlo innalzare troppo, per il semplice motivo che, le radici non troppo fonde, il peso sul palco aereo, facessero ribaltare le piante.

Tanti gli alberi divelti dal loro stesso peso, dal vento dalla neve, da quando più nessuno si occupa di loro e la loro frasca non viene più utilizzata.
Nel piazzale delle scuole di Castelnuovo Berardenga, ce n’erano vari esemplari, che con la decisione di posizionare lì dei moduli temporanei per fare le veci della scuola media a cui servono lavori di manutenzione, si è giustamente ritenuto che quei pioppi, con la loro altezza, fossero una minaccia per l’incolumità di insegnanti e studenti.
Solo che le motoseghe hanno ecceduto nel taglio, lasciando piantati in terra degli inutili monconi senza un ramo, senza una foglia, quando bastava semplicemente abbassare di una decina di metri gli alberi, per renderli sicuri e farli continuare a vivere.
Quegli arti amputati di pioppo, oltre ad essere un disgusto alla vista, hanno inaugurato una nuova tecnica di potatura: alla Winston Churchill, per via di quella grande V che si è formata sul terreno, dopo l’annientamento della chioma.

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Essere nata oggi Francesca Ciancio

francesca ciancio

Il volto bello del giornalismo, vesuviana, leonessa dedita ai grappoli fermentati, cronista di penna ed emozioni riportate su carta, sorretta da un calice di ottimi pensieri e dal sorriso lievemente accennato, come un velo di malinconia, una frasca di nebbia del risveglio che al primo sole accende il giorno.
Capo chino nello scrivere su un taccuino, sandali, ginz, maglietta dell’Istrice, un calice di vinsanto, una damigiana di pensieri da fermare prima che si dissolvano nel senso e nella forma provata.
Una commistione di antico e passato con il presente, o meglio, uno scatto che rimanda a un altro scatto, finito nella storia del giornalismo, fatto nel luglio del 1943, che ritrae un giovane Montanelli seduto su una pila di giornali, con in grembo una macchina da scrivere di rientro dal fronte finlandese, avvolto in un pastrano.
Senza niente togliere al vulcanico Indro, la Ciancio nata oggi è di un fascino elevato.

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Anna Piperato, la spuma bionda di Siena

Una web – tv, che sforna servizi e interviste, dove si mescola cultura popolare e cultura alta, con interventi di illustri professori, che parlano della ricca storia di Siena.
Una redazione snella ed efficente, il cui volto e voce, ricade nella figura esile, colta e di spuma bionda, che risponde al nome di Anna Piperato.
Servizi rapidi, avvolgenti, di breve durata, che immessi in rete, hanno la possibilità di raggiungere ogni angolo del globo, grazie anche allo splendido accento britannico, che una volta tornato all’italiano, è di una gustosità e simpatia uniche.

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Lorenzo Monciatti, il Duce della Contrada della Torre

La commozione si è impadronita del giovane Duce della Contrada della Torre, quando tutto il popolo cremisi si è stretto intorno a questa figura massiccia, con un’armatura che ricorda vagamente un novello Don Chisciotte.
La sbandierata che precede la partenza della Comparsa verso piazza del Duomo,  i genitori e la famiglia raccolta davanti la Società, le parole non dette con un signore massiccio dai capelli bianchi,  Duce di qualche Palio passato, che incoraggia e rincuora.
Lorenzo Monciatti, sicuramente uno dei più giovani ad aver ricoperto un ruolo di norma riservato a persone di età più matura. Per meriti affettivi.

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Palio 16 agosto 2019: Selva, butta via la tecnologia e goditelo

Dopo oltre quaranta minuti di mossa estenuante fra i canapi, con Contrade nemiche a darsi noia, come prassi vuole.

Le sorprese che sfociano da un lato in delusioni cocenti, dall’altro, in gioie infinite per chi vince per la caparbietà di un cavallo (Remorex) che mette il muso davanti alla contendente e porta il Palio di Milo Manara nella Selva.
Nel Duomo, per il ringraziamento e giubilo, telefoni a scattare e immortalare gli attimi, con una frase che rimarrà scolpita negli annali di questo Palio, pronunciata da un ragazzo più o meno adolescente che rivolgendosi alla genitrice afferma: “Gnamo mamma, butta via codesta tecnologia e goditelo”.
Nel Duomo gioia e lacrime manifestate in modi diversi, bambini dal pianto a dirotto, un pupo, di appena un anno che ride a tutti, una bambina, di origini lontane, che piange lacrime identiche, che solo i non contradaioli e gli adulti in genere, possono vederci una differenza di carnagione.
Il nuovo vescovo in Duomo guarda quanto succede,  non riuscendo ancora bene a capire in che buffa città, è andato a rifinire. Fonte: Il Cittadino

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