La decadenza della chiesa di San Piero in Avenano

Nel 1745, erano 196 le anime del Popolo di San Piero in Avenano, nel 1833, erano 148, nel censimento del 1936, ben 216, erano le persone che vivevano in tale parrocchia.

Nel 2019, a scanso di qualche centinaio di cinghiali e decine di daini e caprioli, il numero delle persone è pari a zero, con una chiesa depredata di opere d’arte e oggetti vari, in cui spiccavano una serie di angeli in terracotta invetriata in stile o opera Della Robbia, che erano intorno all’altare.
Una parete di edera che disintegra e sorregge le mura, un soffitto che ha toccato il suolo nella navata sinistra, un albero, l’ailanto, che è diventato il simbolo dello stato precario, di un luogo che ha radici nell’anno mille, e che, per il futuro, ha solo l’ambizione di non finire la sua storia in un cumulo di calcinacci franati.

Così come potrebbe accadere alla Pieve di Spaltenna, chiusa da tempo.

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Potare una vigna al secondo anno

Le viti, specialmente quelle nuove, prima vengono potate e prima ripartono a vegetare, per cui, considerando le bizzarrie del clima e le cime ancora imbiancate dei colli circostanti, si sono viste le forbici addosso in questo periodo per evitare improvvise, quanto letali gelate.

Ridotte ai minimi termini e amputate sotto al filo di cortina per sei/sette occhi in  modo da fortificare il tronco e creare, con la vegetazione, un ventaglio, ai lati del paletto di ferro, da cui si vedranno scivolare i primi grappolini di sangiovese e di canaiolo.

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Arrivi e partenze all’eliporto di Vertine

eliporto di vertine

Era dai tempi delle cicogne della Seconda Guerra Mondiale che il cielo di Vertine non era così pieno di velivoli a motore.
A quel tempo monitoravano i movimenti delle truppe di terra, mentre ora caricano turisti e li trasportano fra le nuvole per combattere la noia della vita in colonia.
Di norma le giornate iniziano con i primi spigoli di sole che si alza da dietro Montegrossi, si alza, asciuga la guazza e porta tepore ai passi delle signore che di primo mattino sono use camminare quando i fiori si aprono.

Il vento è una costante che proietta sentori ed essenze, esibisce un frusciare di chiome e un ondeggiare di falchi sospesi per aria.
Il suono costante di un trattore in lontananza, lo scoppiettare del fuoco e le onde di fumo che si disperdono in direzioni diverse a seconda di Eolo, create dall’ardere frasca di ulivo fresca e secca, ripulendo le ferite inferte dalla gelata dell’anno passato.
I tubolari sul breccino di chi percorre in bicicletta i tratti dell’Eroica, con l’ultimo pezzo in bianco, che poi scende di dislivello fino al meritato traguardo.
La prima pulizia delle viti, il taglio dell’erba nel viale di accesso al paese, i soliti volti pieni di cose da fare, ma non prima di aver fatto una parola.
Le rondini fanno il nido e si innamorano danzando intorno la torre, poi in picchiata sul verde intenso delle olivete, poi la sosta sui fili del telefono per riprendere fiato e rimettere a posto le piume per districarsi nell’euforia del volo.
Improvvisamente si avvicina un rumore cupo direttamente dal cielo, non è temporale, non è grandine, non è una stella cometa, ma un elicottero.

Ha i colori bianchi e azzurri delle onde del mare, delle nuvole in cielo, solo che ha un corpo di ferro, delle pale che girano e una madia dal cui interno non escono i cavalieri epici della Mancia o di Italo Calvino, la brezza delle poesie di Montale o di Neruda, l’ermetismo di Ungaretti o l’ispirazione per una tela di una una nuova misericordia, come dipinse quassù a suo tempo su un guscio di legno, Simone Martini.

Fonte: Il Cittadino

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La “Bandiera Arancione” di Castelnuovo Berardenga

Giunge in perfetta simbiosi con la gestione agricola dei campi e delle vigne il premio della “Bandiera Arancione” (il titolo di qualità turistico – ambientale dato dal Touring Club alle località meritevoli dell’interno italico) perchè, in tante, troppe zone della Berardenga, tal bandiera, è identica alla tonalità del terreno.
Peccato solo che, l’arancione nei campi sia dovuto a irrorazione dei diserbanti nelle colture agricole del territorio.
Un premio di civiltà e di affetto, la “Bandiera Arancione“, che mal si concilia con le varie pratiche correnti di agricoltura in questi luoghi bellissimi. Fonte: Il Cittadino

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I ricciarelli del Panificio Il Magnifico

In ciascun laboratorio artigianale di pasticceria, c’è una personalizzazione caratterizzante il modo di fare i ricciarelli, che li rende riconoscibili fra gli altri.
A Siena si discute nelle case e nelle piazze, dividendosi in fazioni quando si tratta di dare la corona di alloro al ricciarello migliore.

Bassi, larghi, tozzi, con mandorle in un modo o in un altro, nella disfida di concepire il ricciarello, morbido dolce senese dal cuore di mandorla.
Il forno il Magnifico, o meglio la versione di Lorenzo Rossi, ha la variante più intrigante di quelli che un tempo, in televisione, venivano ridotti al rango di saporelli.
Una mandorla (di Avola) intera al centro in una pasta morbida di graniglia che riempie il palato e lo stuzzica a mangiane un altro, con in più lo sguardo scintillante di Caterina, la commessa che li incarta e dice: “So’ stati appena sfornati”.

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Il tamburino solitario di Porta San Marco

il tamburino di porta san marco chiocciola

Un tamburo solitario d’aprile che suona davanti a Porta San Marco, mentre sullo sfondo dominano i densi fumi bianchi del fuoco alla potatura degli ulivi.
La voce di Siena, con l’accento della Chiocciola, davanti una porta d’ingresso, sotto alla  lapide che riporta le parole del generale francese De Montsabert, che nel 1944 proibì alle proprie artiglierie di tirare oltre il XVIII secolo.
E il tamburino, che ha la testa leggermente rivolta verso quel ricordo affisso, suona con tutta la sua forza riuscendo a mescolare note, con la commozione di chi passa.
Con la speranza che d’agosto, quel tamburo suoni il passo a Vittoria di Beethoven.

Fonte: Il Cittadino

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Rondine nebbia quercia Berardenga

Mille gocce d’acqua per filo d’erba formano il mosaico di un tappeto d’argento, mentre la nebbia strutta dal sole ti appanna gli occhiali e inumidisce il giaccone, ti bagna le scarpe e ti fa pensare se l’ora passata a scegliere il giusto abbinamento di orecchini spaiati sia stata consona al tipo di abbigliamento scelto o d’umore.
Quel nascere sotto il segno del toro ti ha portata a diventare quercia fra le dune dense di una spiaggia di colline, coriacea ai venti gelidi maliconici, attenta agli spigoli e a cogliere particolari impercettibili.
Ironia prussiana che si volatizza come la nebbia in una mattina Berardenga, in un bussare fra atri e ventricoli, in un a volte sorriso impercettibile a bersaglio colpito.
Giostra di rondine al vento, fra pagine di libri, lacrime di profumo, gerbere ti somigliano.

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La fioritura dei giaggioli di Lamole

Basta uscire dal Chianti per otto chilometri con direzione Greve, per trovare a destra, a due chilometri da questa frazione della città metropolitana di Firenze, il bivio per Lamole, nove chilometri di salita a stradina stretta, che in questo periodo, vale molto la pena salire.

E’ in corso la fioritura del giaggiolo, quel rizoma che ha i fiori profumatissimi di un viola tenue, che riempie orti, campi, scorci di un ambiente particolare, scolpito di pendenze e di terrazzamenti, la cui manutenzione, la cui realizzazione, comporta sacrifici e sudore.
Quassù il sangiovese ha un profumo piacevole, intenso, fresco, leggero e particolare il picco di una fatica ancestrale e di un clima alto e particolare, il volto di una Monna Lisa i cui antenati facevano I Fabbri.

In armonia con le viti, il viola tenue si nutre di vento e di silenzio, si protegge con qualche rete bassa per evitare le incursioni indigestioni degli istrici, lo si scopre andando fra le viti, fra gli ulivi schiaffeggiati dal gelo, l’odore di bistecca alla brace, che presto si cheta per un infuso aromatico rinfrancante come un aereosol olfattivo.

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Leggere con i cavalli

Una panchina fra ciuffi d’erba e fiorellini bianchi, soprastante le vigne circolari di Arceno, sottostante, il parcheggio, le cui staccionate ospitano quadrupedi senza ruote, che al posto dei gas di scarico emettono azoto liquido e solido.
Quando ci fu l’invenzione delle macchine, chi se le poteva permettere, era felice perchè con gli occhi di allora, pareva un’invenzione pulita, che toglieva le palline di cavallo dalle città.
C’erano pochi esemplari in giro, i tubi di scappamento, non erano milioni, tutti chiusi in scatola ore e ore, per fare pochi chilometri, schiavi del motore.
Un signore, immerso nella lettura, sente l’erba strappata e il frusciare delle foglie di una siepe, pascolate, un leggero nitrire, uno zoccolo battuto a oltranza, i giochi delle rondini, le maledizioni degli automobilisti che, anche con il fuoristrada, non riescono a salire le scale di casa e mettersi a tavola.

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Balzana, l’aristogatta curiosa di Rapolano

Passa le giornate sul muricciolo a metà fra la porta d’ingresso nel paese di via Roma e quella fucina di bontà che è la cucina della Trattoria la Patria di Rapolano Terme.

Avida di coccole e di carezze sulla trippa e ripaga di fusa infinite lisciandole la coda, con quel musetto a metà fra il bianco e nero, che non è un riferimento alle strisce gobbate e zebrate di una squadra torinese, ma pare un ritratto di Balzana, lo stemma senese.

Amorevolmente torsola e impicciona, insegue le coppiette che passeggiano sotto il romantico vialetto corre sotto le mura, e ne ha viste così tante, e così assortite, che il suo silenzio si ripaga con tante grattatine e soprattutto un luculliano pranzo da Buzzino.

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