Gli ulivi stracarichi dell’Abbazia di Sant’Antimo

Sarà la vicinanza a un luogo di culto fra i più carichi di spiritualità, saranno le preghiere dei frati, non a caso olivetani provenienti da Monte Oliveto Maggiore, dedicate al santo originario della zona di Palazzo al Pero, (Antimo) a cui si rivolgono solo in aretino stretto, che gli ulivi intorno all’Abbazia sono stracarichi come nessun’altra piantagione in Toscana.
Le gronde si rimpiegano dal peso delle olive, non c’è contadino toscano, che in un’annata come questa, non si metterebbe in contemplazione ammirativa di quelle piante, cercando di capire dove ha sbagliato.

Non si tratta di una potatura errata, di un taglio con il freddo, di un succhione non tolto, di una travolgente onda emotiva di moccoli in una fase nell’andare.

Gli ulivi, per la stagione, sono fioriti tardi, a giugno, le future olive, sono state bruciate dal sole, nella vallata intorno l’Abbazia, il clima è più lieve e riparato dagli eventi, quindi non è il caso di iniziare a baciare santini per avere un maggiore raccolto.

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La bontà del ciliegiolo

Ottimo da piluccare piacevolmente a chicchi, complementario del sangiovese, a cui dona fragranza e beva, essendo quasi privo di acidità, trova in alcune parti del centro Italia la sua massima autorevolezza e struttura.
In Maremma, di cui sono noti vari produttori, pur uscendo corposo e molto alcolico, da bersi generalmente giovincello,  ma ha la sua massima evoluzione e struttura nella zona intorno Narni, località che pur avendo dato natali a caterve di vescovi, cardinali, politici, è un vino coinvolgente, laico, acidulino e a lunga gittata nel tempo, e trova la migliore interpretazione nelle sfide e nelle vinificazioni di Leonardo Bussoletti.

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Spuma, biliardo, salame e scopa all’ARCI di Montalcino

Fuori ci sono diversi ombrelli, qualche bastone da appoggio, i mezzi di locomozione di nonni e di adolescenti che si affidano saldamente alla tre ruote della Piaggio.
Palazzo Pieri – Lovatelli, sede del circolo Arci, fra il 1555 e il 1559, era la caserma della guarnigione francese mandata in soccorso della Repubblica di Siena qui acquartierata, prima dell’avvento dei banchieri fiorentini.

Sede resistente fin dai secoli lontani, allo stato attuale resiste e si oppone per proporre un modo diverso di essere e proporre un luogo di incontro fra le persone.
Due i biliardi della rinomata ditta Mari di Siena, uno con buche, uno senza, con il panno verde riscaldato e le palle che si sentono scivolare nel loro andare.
Qui si parla e non si resta soli: i turisti o i visitatori più saggi hanno imparato che come fanno i panini al salame e pecorino al Circolo Arci, ne sono rimasti pochi e il tutto si gusta sotto un’ imponente riproduzione del Quarto Stato che avanza di Pellizza da Volpedo, con un’ottima spuma di corredo, seduti su quei tavoli con i cenerini di lato che hanno visto in vita loro migliaia di partite.
Gli abituali frequentatori si sono abituati alla gente di passaggio, non hanno niente da dire a proposito dei pettegolezzi ilcinesi come di solito avviene nei piccoli paesi e sono presi dalla lettura dei giornali o malinconicamente a scozzare le carte in attesa di qualche socio che si metta a sedere e cominci il sogno e la partita.
Il gioco bandito qui è il solitario, che non equivale, ma rappresenta per i soci, il mondo di oggi, affogato senza bombole, nel telefonino.

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Vendemmiare con la vendemmiatrice

Non è più tempo di donne con le pezzole in testa, le sottane rimboccate e con i piedi scalzi, affondate fin nelle cosce, impegnate ad ammostare l’uva nei tini di legno scoperti.
Semmai è il tempo di qualche rievocazione, (a scopo puramente turistico) con delle giovani e soavi fanciulle che si calano felici nell’uva per provare l’efficacia benefica del massaggio dell’uva sulla pelle, calcolando però che quel vino pestato, per esperti assaggiatori, avrà un vago sottofondo di Chanel numero 5 fra il fruttato e la tostatura del legno.
Centinaia di punteggi favorevoli, nelle guide enologiche di tutto il mondo accoglieranno la novità, più che al ritorno di una pregevole beva e freschezza.
Non è più il tempo di vecchi Fiat 605 catarrosi con ai alti, nei filari, gruppi compositi di studenti, belle casalinghe e pensionati, che raccolgono uva, riempiendo panieri.
Le prime macchine vendemmiatrici arrivate all’inizio degli anni ’80, erano delle vere e proprie mieti trebbia trainate dal trattore: pali, uva, fili di ferro, che diventavano poi il martirio delle diraspatrici e l’impazzimento dei cantinieri.
I vigneti non erano preparati a tale tecnologia, la tecnologia tanto si aveva da affinare prima di arrivare alle moderne macchine raccoglitrici che scavallano il filare, pettinano l’uva, la trasportano nella propria pancia, lasciando pulito il raspo integro sulla vite come se fosse passato un abile capriolo a far merenda.
Due i trattori muniti di carrello, uno il conducente, che fa la spola con la cantina, mentre il conduttore della vendemmiatrice coglie e riempie l’altro carrello.

Fonti: Il CittadinoVinix

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Monumenti da vedere a Castelnuovo Berardenga

ztl castelnuovo berardenga

Sotto la Torre dell’Orologio, (salvatisi dallo sventramento di Castel Berardengo per la costruzione della Villa Chigi – Saracini nel primo ottocento) i visitatori del centro storico possono vedere per tutto il fine settimana due arredi urbani finemente eseguiti nelle catene di montaggio della Fiat e della Wolksvagen, nel pieno non rispetto e non in sintonia con la ZTL del capoluogo.
Tutti i turisti stranieri, quando chiedono spiegazioni della presenza di questi monumenti a quattro ruote, si fanno grosse risate, dato che nelle nazioni civili questi comportamenti barbari, non sarebbero tollerati.

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Scelta dell’uva da vinsanto

Giace e riposa in cassetta per un lento appassimento che la porterà, nella settimana santa, a una sgranellatura e a una non severa pressatura.
Sana, perfetta, ansiosa di perdere peso senza fretta e concentrare zuccheri e aromi per un futuro, ottimo, vinsanto.
Con le annate sempre più bollenti e con la concentrazione del sangiovese, non sarebbe una cattiva idea riportare quest’uva bianca a far parte dei nuovi vini rossi come da tradizione, per riacquistare la beva e piacevolezza per cui il Chianti è diventato famoso.

Fonte: Vinix

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La malattia del cipresso in Toscana

Tutto ha inizio con una poesia di Carducci, neanche fra le più eccelse, ma che ha dato la miccia e l’innesco a un radicale stravolgimento dell’assetto paesaggistico toscano, venendo a creare una vera, finta Toscana a uso e consumo di quanti credono che i viali di cipressi siano una caratteristica regionale.
Una linea immaginaria su un crinale, dove da lontano si vedevano ad ampia distanza fra loro delle singole piante, era la linea di confine fra due realtà.
L’eleganza di un cipresso solitario, quello messo accanto a un madonnino, quello piantato per la nascita di un figlio, quelli disposti all’ingresso di un paese o intorno i cimiteri.
Prolificano ovunque queste piante, disposte persino ai margini dei  boschi, messe troppo fitte intorno case, messe su strade panoramiche, che fra pochi anni saranno ostruite da un muro verde che tarpa l’orizzonte.

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Cambio gomme alla Villa a Sesta

In epoca lontana alla Villa a Sesta, frazione della Berardenga, esisteva un meccanico con annessa pompa di benzina che riparava o alimentava le auto di passaggio.
Prendendola sul ridere, si potrebbe dire che un servizio gomme per chi fora o un cambio pneumatici al volo, è stato allestito all’imbocco di una strada a sterro che conduce a una magnifica vigna, a poche centinaia di metri dal borgo che fra pochi giorni si vedrà invaso dagli appassionati frequentatori del Dit’Unto.
Chi ha abbandonato queste gomme è un imbecille. La Sei è stata avvertita per il ritiro.

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Emilio Frati, restauratore del marmo

Emilio Frati nasce a Siena nel 1934, in una nidiata di sette, fra fratelli e sorelle, in un momento storico in cui dai fasti dell’Impero, alla polvere delle macerie, il periodo fu immensamente breve.
Dopo la guerra, a costo di grandi sacrifici e di allontanamento dalla famiglia, si porta a Carrara, dove segue i corsi della locale Accademia, studiando forsennatamente e non tralasciando di impregnarsi di ogni minimo particolare relativo alla conoscenza e alla lavorazione del marmo e della scultura.

Qui rimane per quasi sei anni, facendo apprendistato, in una situazione di tanto lavoro, ma ben poca retribuzione: tempi duri.
Su un giornale nota un bando dell’Opificio delle Pietre Dure, alla ricerca di esperti e di restauratori del marmo. Emilio non ne è tanto convinto, un amico provvede a compilare il modulo d’iscrizione per lui e si ritrova a Firenze, a svolgere un concorso di tre giorni, per un totale di tre posti, da scegliersi fra i quasi cento candidati al ruolo, con l’incisione del marmo e la prova orale a piacere sul suo scultore mito: Donatello, che fra l’altro ha lavorato anche a Siena.

C’è chi arriva persino accompagnato da un prete, per mettere in mostra la propria raccomandazione, ma gli ispettori del concorso, giungono da Roma, insensibili alle lusinghe e ai rosari.
Viene pubblicata la classifica dell’esame, ma Emilio quasi sviene, chiama un custode, gli chiede di dirgli come è andata e il signore gli dice che ha vinto un certo Emilio Frati.
“Sono io” risponde l’incredulo vincitore. “Ma come, tu vinci un concorso e un tu sai nemmeno leggere?” ribatte il custode!
Da quel momento ritorna a Siena e prende ogni giorno la corriera per Firenze, lavorando ai restauri dell’Opificio per quasi dieci anni.

Va in pensione, alla Soprintendenza di Siena, Enzo Carli e passa a dirigere l’Opera del Duomo, e si impunta di volere l’esperto Emilio per il restauro delle tarsie del Duomo e per tutto quello che riguarda la maestosa architettura marmorea.
Il Carli, si reca persino al  ministero di Roma, per strappare Emilio Frati all’Opificio e ci riesce in una formula che è quasi un prestito: di quando in quando Emilio, dovrà stare qualche giorno a Firenze per dare un occhio a cosa si compie.

La semplicità di chi maneggia la passione, con l’arte e con il cuore: Emilio parla della sua vita e delle cose che ha fatto, con la stessa naturalezza con la quale Giulio Gambelli parlava di vino e di Sangiovese.
Il Duomo di Siena è costituito di marmi che  provengono da cave dei dintorni, specie dalla Montagnola, o come l’onice proveniente da Castelnuovo dell’Abate, vicino Sant’Antimo.
Spesso, la domenica, accompagnato dalla moglie, si recava nelle vecchie cave di marmo sparse nel territorio della provincia e cercava fra gli scarti delle ex lavorazioni la lastra o il pezzo che gli serviva per il restauro di una tarsia, per il recupero di un frammento.
Viene anche chiamato dai Musei Vaticani e la sua vita si divide fra Siena e Roma, due città accomunate da una Lupa, guarda caso, la Contrada che Emilio si porta nel cuore.
La vita comporta alcune ferite come la perdita della moglie in età recente, e altre, profonde in giovinezza. Ferite intime, insanabili, private, ma che vengono curate con una mole di amore per l’arte, la scultura, il marmo, il restauro, che non hanno uguali.

Gli occhi vispi, lo sguardo sereno appena velato dai suoi graffi, alla fine si lasciano andare a una considerazione sul presente: il Pubblico deve tornare ad appropriarsi della cura, conservazione, tutela del Patrimonio per renderlo accessibile a tutti.
La bellezza, rende cittadini migliori. Fonte: Il Cittadino

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Il puntale di rondini sul cipresso

La rondine più bella è quella con gli occhiali, posata sul rametto più in alto e sporgente che ospita la frizzante vanità di essere piaciuta a chi ha gli arredi cardiologici in sintonia con la leggera armonia di un qualsiasi spartito degli Abba.
Le rondini si riuniscono su un cipresso per partire: la prima tappa e sosta è nel Salento per il saluto a una delizia loro simile che ha deciso di fare qui il proprio nido.
Poi ripartono, fanno una tappa senza soste e arrivano nell’Africa centrale dove svernano.

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