Comune di Montalcino: divieto di caccia alle balene

Da servizio di Pubblica Affissione di manifesto non offuscato da altra comunicazione, si evince che il Consiglio Comunale fu convocato in data 29 agosto per discutere di vari argomenti all’ordine del giorno, fra cui l’approvazione del verbale precedente, una variazione di bilancio, due piani di ammodernamento aziendale e della caccia ai cetacei.

Si evince che sotto la dizione di “Piano di miglioramento agricolo ambientale”, spesso si cela un aumento della cubatura di annessi e connesse strutture che siano magazzini, cantine, stanze da letto o recezione, con la messa in moto della rotativa detta betoniera.

Si evince anche che, essendo Montalcino un Comune dalla visione progressista e di gran lunga internazionalista, che, dopo aver messo in moto le betoniere, volano economico indispensabile al pari del trattore per le vigne, tutta la coscienza ambientalista, salti fuori e si manifesti, con la firma di un documento di protesta verso il Governo giapponese che ha ripreso la caccia alla balena a scopi alimentari.

Il Comune di Montalcino invece vieta su tutto il territorio comunale tale pratica, mentre i pesciolini rossi nella vasca del giardino curato da Tita, ringraziano commossi.

Del resto, che aspettarsi da un Comune in cui nel 2007 è stato rinvenuto il fossile di una balenottera del pliocene (subito soprannominata Brunella) risalente ad un periodo compreso tra 3.7 e 4.5 milioni di anni fa? Fonte: Il Cittadino

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Il cesso più bello di Siena

cesso più bello di siena le lupe

Poco fuori dalla Barriera di San Lorenzo, in un film di Totò, tale oggetto viaggiava per Roma, sopra di un camioncino, per essere messo “secondo ordini del comune” di fronte a qualche ristorante, che preso di mira dal raggiro, pagava per non averlo accanto e farlo mettere vicino ai tavoli della concorrenza.

Scena divertente, eticamente aderente alla mentalità italica, ma è anche vero che la fanno tutti, come disse avidamente un imperatore romano, stringendo in pugno un mucchio di monete d’oro estratte da un forziere.
Vespasiano, l’imperatore rimasto nella storia per aver estratto l’oro dall’ammoniaca.

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I Codici di Leonardo in mostra nella chiesa di Vertine

E’ tangibile che, un uomo autodidatta ha vissuto intensamente sessantasette anni, senza correre il rischio di annoiarsi e che, in questo breve arco di tempo è stato un onnivoro osservatore di ogni particolare del creato, interessandosi di ogni scienza possibile con la pittura, l’anatomia, l’architettura, lo studio dei materiali, dell’idraulica, geografia, della meccanica, dell’anatomia, con la precisione di disegni che sembrano oggi delle moderne risonanze magnetiche.
Ma è nella scultura che Leonardo non eccelle, avendo provato nella realizzazione di un cavallo che sulla carta funziona, ma che nella colatura del bronzo non può reggere, e quindi ciò che sembra un genio, nell’avvertenza quotidiana, torna un pochino più alla portata degli uomini appoggiati ai colonnini o stesi all’ombra dei parchi e lo rende umilmente e caparbiamente umano.

Per due giorni, i Codici, uniti in volumi fedelmente riprodotti, sono in mostra gratuita prestati dalla famiglia Serra – Bigazzi, presso la chiesa del Popolo di San Bartolomeo a Vertine, con sabato ormai bruciato e domenica con orario dalle 10 alle 16 e dalle 16 ale 19, grazie all’inventiva del gruppo Evorart, supportati da Chianti General e dal Castello di Spaltenna in una mostra dall’evocativo titolo: ” Vi aspetto da 500 anni”, mentre Vertine, all’epoca, esisteva già da mille anni appena.
Augusto Bianciardi, il seme, la dottoressa Vera Marcolini la storia, il pittore Matthew Spender il pennello applicato, Matteo Marsan la voce delle novelle di Leonardo, Angela Castellarin le note al pianoforte, il canto di Claudio Mugnaini, il rosso porpora pallido, del tramondo di Vertine, il silenzio del cane Teo, rapito dalla serata, il ricordo di Elena Trissino fra rose, oleandri e pietre che per trent’anni, l’anno vista presente.

Fonte: Il Cittadino

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Macedonia di settembre

I fichi sul graticcio, stesi ad asciugare per poi essere conditi con pezzettini di noce e anice, i pomodori dell’orto stesi nelle cassette all’ombra per meglio maturare e iniziare il corso di pomarola per l’inverno, il sangiovese di una vite malata di esca che stenta e non  riesce a pigliare colore, tanto da non poter esser raccolto neanche fra tre vendemmie, il ciliegiolo, con i suoi grappoli tozzi e chicchi rotondi, buono a uva, vinificato a rosato o messo insieme a macerazione, nel sangiovese. Una foglia di canaiolo che vira verso il porpora.

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Il Panda Fiesta in Piazza San Pietro

Sfiorato l’incidente diplomatico fra le autorità italiane e vaticane per colpa di una vecchia Fiat Panda parcheggiata a sportelli aperti in varie parti di piazza San Pietro, durante la messa della domenica e l’Angelus del Papa.
Le Guardie Svizzere, prontamente accorse dopo la segnalazione di una monaca addetta alla vigilanza, hanno capito poco di quanto accadeva.

Hanno monitorato che non vi fossero ordigni a bordo e una volta accertato che c’era solo qualche martello e una damigiana, hanno avvertito il Ministero degli Esteri e le autorità di polizia italiana per la rimozione celere.
Ma mentre chiamavano il carro attrezzi, la Panda non c’era più, era stata portata all’ombra sotto il colonnato del Bernini.

Il Cardinale di Picchetto accertava lo spostamento e la vistosa chiazza d’olio da motore sotto il colonnato e un paio di manate unte appoggiate su una colonna.

Massimo allarme e nervose telefonate fra le autorità vaticane e quelle italiane per il fatto di far rimuovere la Panda. Da un carroattrezzi che, per competenza, dicono dalla Farnesina, spetta alla propositura della Berardenga, mentre i vaticani dicono che spetta al Comune.

In questo rimbalzo di responsabilità e competenze, la Panda sparisce, si ritrova nel mezzo di Piazza San Pietro, qualche ora dopo durante la messa della domenica.
Incredule, le autorità italiane, non sanno che fare, mentre le Guardie Svizzere, prese in giro non poco dall’utilitaria color vinaccia, prendono un granchio, la caricano su un camion e la trascinano da un rottamatore, per tutto l’olio che ha perso nella Piazza più sacra del mondo. Il Panda, intanto, era in un’osteria poco distante.

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La tartaruga in fuga dall’Orto Botanico di Siena

Da quando all’Orto Botanico sono arrivati i dinosauri, la tartaruga, non dorme più sonni tranquilli, nonostante di giorno, l’ampio parco all’interno delle mura cittadine, si riempia di tanti nonni che accompagnano i bambini curiosi di vedere questi lucertoloni cresciuti.
Passando le notti al riparo delle foglie della pianta del caffè, la tartaruga si è innervosita non poco e non riesce a dormire, questo la porta a riflettere sul fatto che, mentre di giorno i dinosauri sono immobili, per far finta di essere riproduzioni, di sera, si animano e vanno in giro per le piante di ogni parte del mondo in cerca di cose buone da mangiare.
E’ vero che la corazza resta pur sempre difficile da digerire, ma la tartaruga, sta cercando un varco fra le vecchie mura della città per andare oltre quel tratto di frutti antichi messo negli ultimi anni, che riempie il terreno di mele saporite e susine dolcissime.

Varchi non se ne trovano e il fosso che separa l’Orto da una proprietà privata è troppo fondo, pieno di insidie e di vegetazione per un animaletto che non fa certo dell’agilità e della velocità la sua caratteristica principale.
I dinosauri del Jurassic Orto, rimangono fino al 29 settembre: o trovare un varco oppure mimetizzarsi e aspettare che se ne vadano.
Le tartarughe hanno vita lunga, questa è qui dall’anno esatto della sua fondazione nel 1588 e pensa ancora che niente sia cambiato e Siena e la Toscana siano sempre rette da quei fiorentini bigotti e chiassosi della famiglia Medici.

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Selvole, un villaggio del Chianti

Fissare il passato e il presente di piccoli luoghi intinti con le storie di chi c’era, significa non perdere il ricordo, nè la dimensione umana di un luogo vissuto in ogni zolla di terra e pietra come non è dato più essere.
Il libro edito nel 1987 da Studium Edizioni, scritto da don Romano Macucci (un sacerdote originario di Selvole che ha avuto bottega nella non lontana Castelnuovo dei Sabbioni) parte con  le scorribande dei suoi coetanei della scuola elementare, ben ventidue figli dei campi, che forse, allo stato attuale, non arrivano ad essere gli abitanti di Selvole, frazione di Radda del Chianti.
Poderi, famiglie, coloni, braccianti, maestri che arrivavano con la corriera a Radda e poi salivano in bicicletta fino a Selvole, gli abbagli di qualcuno per il fascismo, l’occupazione tedesca, la lotta di Liberazione, il martirio di Mario Gagliardi seviziato dalle baionette naziste, il circolo, il dopo scuola, la vocazione di farsi sacerdote dell’autore, le prime scintille ideologiche del dopo guerra.

Arrivare a Selvole in un giorno di pioggia fitta è come non veder nessuno, tranne sentire una signora che affoga di insulti il proprio cane nevrotico, poco abituato al passaggio di persone, incline alla contemplazione dei muri del proprio giardino.
Immaginare qui una scuola, un circolo, una specie di spaccio alimentare, sentire per aria il profumo del pane cotto nei forni, voci, canti come usava,un’agricoltura fatta su terrazze con alternanza di viti, olivi, cereali e foraggi, pare di sognare.
Eppure era, eppure è stato: i centri benessere erano i campi, l’acqua da portare al paese con le brocche o le mezzine di rame, pezzi di legna da accatastare per l’inverno, qualche popone e cococomero seminati in qualche guazzaio.
Non era un luogo di vacanza inamidato il Chianti dell’epoca come lo è oggi, con strutture che si farebbe fatica pensare fossero poderi di contadini, tanto sono stati eradicati dal contesto e dalla funzione originale testimonianza storica diretta di ciò che si era.
Vivere era gioia scandita di fatica a cinghia di trasmissione di bestemmie a preposizione articolata dell’andare.
Una definizione che con un po’ di fatica celebrale, arriverebbe anche a capire quell’anima pia di don Romano, che a quei tempi c’era e c’era chi più tardi in tempi di meno scarpe a punta e più vitalità culturale, ha visto l’arrivo di Celentano, è venuto alla sagra del crostino o ha avuto bisogno dei massaggi di Alcide.

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I produttori del Chianti Classico di Gaiole nel 1972

Sempre dal magnifico Atlante del Chianti Classico edito nel 1972 da Sansoni e redatto da Enrico Bosi, le etichette dei pochi produttori che in quell’epoca commercializzavano vino in bottiglia nel formato 0,720 lt.
Poche aziende, poche etichette, fra cui quella rivendicativa di una cooperativa di vignaioli che si costituì nel 1961, “Agricoltori del Chianti Geografico” con gli stemmi dei tre comuni (Gaiole, Radda, Castellina) del Chianti a fregiare le bottiglie, a specificare che il Chianti, già allora era stato allargato a dismisura a fini commerciali che niente avevano di storico.

Un vino di una fresca beva e piacevolezza, coniato dagli studi effettuati da Bettino Ricasoli, con il sangiovese che si accompagnava con percentuali di altre uve (trebbiano, malvasia, canaiolo) o si eleva in purezza al fine di renderlo più robusto e più longevo.
Non è dato sapere se il Chianti, rimanendo territorialmente tale, avrebbe potuto diventare con il vino un’altra Montalcino: di certo, dando il via alle esigenze degli imbottigliatori con i grandi numeri, la denominazione, nella storia, ha visto più bassi che alti.

L’etichetta di San Donato in Perano, venne realizzata da una giovane studentessa vertinese dell’Istituto d’Arte di Siena: Sonia Morrocchi.

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Vertine necessita di un parcheggio

Da quasi venti anni, il bel borgo di Vertine è sospeso in un limbo di essere e non essere: un’area privata adibita a parcheggio pubblico non essendolo, il che impedisce una seria regolamentazione della sosta, dei suoi divieti, della definizione sgombra da macchine della porta di accesso, della sosta perenne dentro le mura, davanti la chiesa.

La cattiva abitudine di lasciare la macchina in sosta lungo la fila dei cipressi, da parte di turisti, residenti, gente di passaggio, riduce di fatto una carreggiata e limita lo scambio fra le macchine, rendendo ancora più difficoltoso a trattori muniti di carrello o camion un agile e sicuro passaggio.

Il tutto dietro una curva che impedisce la visuale, con il serio rischio di trovarsi improvvisamente la strada sbarrata da un altro veicolo in senso opposto di marcia.

Una ipotesi che si è affacciata per la soluzione al problema parcheggio (e da stroncare sul nascere) è la realizzazione di un’area sotto il Parco della Rimembranza.
Area da spianare e livellare, da fornire di strada di accesso, di piante per la copertura, che rimane a vista panoramica dalla strada di San Donato in Perano, dove si vedrebbe Vertine in lontananza affogato di macchine.
Questione di interlocutori più ragionevoli e normali con cui parlare, si mormora, ma la soluzione più semplice, più lineare, più efficente, meno impattante dal punto di vista paesaggistico è l’attuale sosta, resa ovviamente pubblica, regolamentata e fatta rispettare dalla Polizia Municipale. Fonte: Il Cittadino

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Ilaria Cucchi ai Colori del libro di Bagno Vignoni

Ci sono persone come Ilaria Cucchi, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’avvocato Fabio Anselmo, il capitano Ultimo, il professore Vittorio Fineschi, il brigadiere Salvo D’Acquisto che hanno contribuito a rendere l’Italia un paese migliore.

Così come tante persone con una tuta da lavoro, una divisa, un camice bianco da dottore, chi con una penna, chi con un decespugliatore, contribuiscono a rendere sempre più bella e giusta questa nostra Repubblica pagata con il sangue e la galera.

Non è questione di forza o di coraggio, quanto di verità e giustizia, quella di non smettere mai di perseguire la ricerca dei fatti, di come si sono svolti, quando una persona è stata precocemente rubata alla vita.
La storia è nota, il fratello di Ilaria non era un santo, aveva i suoi limiti, compiuto i suoi errori: una volta dentro una caserma dei Carabinieri termina la sua vita e iniziano i depistaggi, le mezze false e vere verità, la forza e la potenza di un Corpo chiuso a riccio per non far uscire fuori le cose come stanno.

Un fisico minuto, due occhi dolci, una donna di velluto e acciaio che combatte contro i mulini a vento e l’evidenza che si è voluto far credere che fosse il verbo.

L’Arma dei Carabinieri che viene infangata da suoi uomini, ma che per spirito di corpo, si stringe a corazza, così come tanti altri apparati della Repubblica.

L’avvocato Fabio Anselmo, il medico legale Vittorio Fineschi, ricostruiscono fatti e scrivono una versione diversa a come dicono i verbali, successivamente, alcuni militari finoscono sotto inchiesta. L’Arma si costituisce parte civile verso alcuni suoi membri.

Nel quotidiano, molti si sarebbero dati per vinti, molti, per comodità o indolenza, è certo che avrebbero fatto finta di niente, accettato la veità ufficiale o quella imposta.

Invece, non chinando la testa, ci sono persone che rendono l’Italia migliore.

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