Selvole, un villaggio del Chianti

Fissare il passato e il presente di piccoli luoghi intinti con le storie di chi c’era, significa non perdere il ricordo, nè la dimensione umana di un luogo vissuto in ogni zolla di terra e pietra come non è dato più essere.
Il libro edito nel 1987 da Studium Edizioni, scritto da don Romano Macucci (un sacerdote originario di Selvole che ha avuto bottega nella non lontana Castelnuovo dei Sabbioni) parte con  le scorribande dei suoi coetanei della scuola elementare, ben ventidue figli dei campi, che forse, allo stato attuale, non arrivano ad essere gli abitanti di Selvole, frazione di Radda del Chianti.
Poderi, famiglie, coloni, braccianti, maestri che arrivavano con la corriera a Radda e poi salivano in bicicletta fino a Selvole, gli abbagli di qualcuno per il fascismo, l’occupazione tedesca, la lotta di Liberazione, il martirio di Mario Gagliardi seviziato dalle baionette naziste, il circolo, il dopo scuola, la vocazione di farsi sacerdote dell’autore, le prime scintille ideologiche del dopo guerra.

Arrivare a Selvole in un giorno di pioggia fitta è come non veder nessuno, tranne sentire una signora che affoga di insulti il proprio cane nevrotico, poco abituato al passaggio di persone, incline alla contemplazione dei muri del proprio giardino.
Immaginare qui una scuola, un circolo, una specie di spaccio alimentare, sentire per aria il profumo del pane cotto nei forni, voci, canti come usava,un’agricoltura fatta su terrazze con alternanza di viti, olivi, cereali e foraggi, pare di sognare.
Eppure era, eppure è stato: i centri benessere erano i campi, l’acqua da portare al paese con le brocche o le mezzine di rame, pezzi di legna da accatastare per l’inverno, qualche popone e cococomero seminati in qualche guazzaio.
Non era un luogo di vacanza inamidato il Chianti dell’epoca come lo è oggi, con strutture che si farebbe fatica pensare fossero poderi di contadini, tanto sono stati eradicati dal contesto e dalla funzione originale testimonianza storica diretta di ciò che si era.
Vivere era gioia scandita di fatica a cinghia di trasmissione di bestemmie a preposizione articolata dell’andare.
Una definizione che con un po’ di fatica celebrale, arriverebbe anche a capire quell’anima pia di don Romano, che a quei tempi c’era e c’era chi più tardi in tempi di meno scarpe a punta e più vitalità culturale, ha visto l’arrivo di Celentano, è venuto alla sagra del crostino o ha avuto bisogno dei massaggi di Alcide.

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