Il nebbiolo di Vertine

Una foschia teneramente sospinta, si alza da sotto al castello di Meleto, sorvola una ex vigna, ora campo incolto e abbraccia, ammollando, gli esterni, edifici, lampioni, giostre, lecci e ulivi che scintillando al sole, sembra piangano lacrime fini dalle foglie, come se pensassero alla bellezza di una rondine.

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Pastorino Pastorini, pittore del vetro del Rinascimento

Nasce a Castelnuovo Berardenga nel 1508, da genitori di origini pontremolesi e  in giovane età mostra una capacità espressiva, tanto che si trasferisce presto a Arezzo per apprendere pittura e l’arte del vetro da Guillome de Marcillat.
Rientrato a Siena, diede prova di grande abilità nel cantiere del Duomo, sotto Baldassarre Peruzzi, grande architetto e pittore.
Lavorò presso l’Abbazia di Monte Oliveto e ancora nel cantiere del Duomo di Siena, prima di trasferirsi nella Roma di Pio III, dove mette in mostra la grande capacità di medagliere.

Lavorò nella sala regia del Vaticano e in vari restauri, per poi rientrare a Siena e vendere, nel 1548, tutti i possedimenti a Castelnuovo Berardenga e stabilirsi in Salicotto.
In un’epoca in cui gli appalti andavano portati a buon fine nei tempi e nei risultati dovuti, per non essere riuscito a completare gli affreschi della Loggia di Mercanzia, finì in carcere.
Lavorò alla Certosa di Pontignano, lasciò Siena e si trasferì in Emilia, Parma e poi Reggio, dove si distinse per la notevole capacità di coniare medaglie.
Si trasferì a Firenze e produsse una vetrata per Palazzo Vecchio, dove morì, nel dicembre 1592, sepolto in Santa Maria Maggiore.
Castelnuovo Berardenga, dedica al suo illustre concittadino una stretta via nel centro storico, via spesso coperta dalle auto in sosta.

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Il balsamo di Caiano

Dai resti del Parco di Cavriglia si scende per la strada che porta a Castelnuovo dei Sabbioni, fin quando sulla sinistra, a oltre seicento metri di altezza, spicca il piccolo borgo di Caiano, che affonda le radici in epoca etrusca.
Fino alla fine degli anni ottanta, all’entrata nel cortile, intenso era il profumo di stalla che riempiva il borgo.
Dietro le finestre con le tendine fresche di bucato, c’erano le stanze delle bestie, su cui girava l’economia del luogo, oltre al taglio del bosco e ai semenzai.
Ne rimane solo il ricordo in chi ha visto quel mondo più rispante e meno patinato di oggi, rimangono la chiesa, l’essere in disparte, la corte interna, la vista panoramica, i nidi di rondine, le pannocchie di granturco appese ai travicelli.

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San Giusto a Rentennano

Le classifiche che escono ogni anno in questo periodo a mezzo guide vinarie, in chi bazzica nel vino dalla parte del fare e dello stare sul pezzo, lasciano il tempo che trovano, avendo a che fare con lotta guidata alle perturbazioni, tempi e modi di potatura, occhio di riguardo per la scelta dei tempi di raccolta e di macerazione dell’uva, mentre dal lato scarpe a punta sono il pane quotidiano dal lato comunicazione e rinfreschi.

Quando nel 1914, la famiglia Martini di Cigala acquista la fattoria di San Giusto a Rentennano (ex San Giusto alle Monache, antico monastero cistercense, poi diventato robusto fortilizio a confine, secondo un trattato del 1204, fra i contadi di Siena e Firenze) all’altezza del chilometro 11 della stada statale 408 vi era già una striscia di viti maritate ai loppi che provenivano dalla notte dei tempi. E quelle viti vi sono ancora.
Presenza, oculatezza, ragionamento e sacrificio stanno dietro a vini non banali come sono quelli di San Giusto a Rentennano, il cui Chianti Classico annata si espande nella sua veste migliore nell’arco di pochi anni dalla vendemmia, mentre  gli altri vini, fra cui il sontuoso e famoso Percarlo, hanno la necessità di qualcosa di cui la vorace rapidità dei tempi e della breve concentrazione su un tema, bruciano e fagocitano emozioni: il tempo.
Vini che sono una metafora di una bomba di profondità: si imbottigliano oggi per avere il loro esplodere in palato in meglio fra almeno diversi cambi di calendario, investimenti al futuro come i rurali di un tempo sapevano il significato.
La rivista americana Wine Spectator, ha messo il Chianti Classico San Giusto 2016 sul terzo gradino del podio dei migliori cento vini al mondo per l’anno 2019, premio che dà prestigio all’azienda e alla scelta a stelle e strisce, che al secondo e al quarto posto, mette due cabernet della California e al quinto un brut di Mendocino.

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Odoardo Beccari, il Sandokan di Radda

odoardo-beccari da sito vignavecchia

Il titolo è un po’ forzato, essendo stato, Odoardo Beccari, un grande botanico, viaggiatore, naturalista dell’ottocento, scopritore di un tulipano di cui porta il nome Tulipa Beccariana.

Viaggiò molto, e ai giardini botanici reali, poco fuori Londra, conoscebbe Charles Darwin e le sue teorie evoluzioniste.
Malesia, Etiopia, Eritrea, Nuova Guinea, Indonesia, India, Australia, Nuova Zelanda, paesi dove condusse i suoi studi, riuscendo a mettere insieme tante schede di farfalle,conchiglie e piante, scrivendo poi saggi che destarono molto interesse.
Tornato a Firenze, per un breve periodo capitale del nuovo Regno, divenne direttore del Giardino dei Semplici e membro dell’Accademia dei Lincei.
I suoi scritti, le minuziose descrizioni dei luoghi, paesaggi, flora e fauna del Borneo, furono motivo d’ispirazione per Emilio Salgari, che dal comodo scrittoio di casa propria, girava il mondo con la fantasia grazie ai libri di Odoardo Beccari.
Sandokan, in questo è un eroe della Malesia, con un’indole chiantigiana.

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L’uomo di Neanderthal della Berardenga

yabba dabba doo

Alle prime luci dell’alba, come alle prime ombre del tramonto, manifesta la sua presenza con un giro di piazza in macchina, una sportellata che scuote tutto il centro storico, un paio di colpi di tosse e un gran raspare, per poi scatarrare in terra, dove si trova.
Un uomo delle caverne in fase primordiale, gutturale, non ancora evolutiva, che al mitico grido “Yabba Dabba Doo” di Fred Flinstones, sostituisce varie sputacchiate, pulibili con vari  annaffiatoi d’acqua, se la pioggia non ci pensa.
In Cina e Turchia, sputare in piazza è una prassi comune, nel mondo animale, ci pensano i lama a irrorare, nella Berardenga un uomo di Neanderthal in fase involutiva.

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Il calchi di gesso di Tito Sarrocchi

Sala San Giuseppe del complesso museale del Santa Maria della Scala di Siena, esposizione permanente dei calchi in gesso delle opere del grande scultore Tito Sarrocchi, che donò al comune su consiglio dell’architetto Partini (raro colpo di genio) poco prima della fine del secolo XIX.
Con il contemporaneo Giovanni Duprè, uno dei massimi esponenti della scultura senese nel mondo, Ondaiolo il primo, Tartuchino il secondo.
Da notare che nello stesso edificio, a piano diverso, sono conservate le opere originali di Jacopo della Quercia che componevano la Fonte Gaia in Piazza del Campo, realizzate con marmo della Montagnola, detriorabile al tempo, e sostituita nel 1868 da marmo di Carrara scolpito da Tito Sarrocchi.

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La bottiglia nel bosco

bottiglia di plastica nel bosco

L’imbecille che ha gettato questa bottiglia d’acqua nel bosco, fra le foglie e i ricci di castagno, non avrà vita lunga come questa plastica prima che si distrugga.
Servono cento anni prima che si decomponga, mentre il discutibile amante della natura, non durerà nella storia che il tempo di uno starnuto.

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Alba Eroica nelle Crete Senesi

Non manca il materiale tecnico per i ciclisti che iniziano la giornata prima che si alzi il sole, ma sotto di esse, le pagine di giornale, sono la paratia più certa e sicura per parare il vento, l’umidità e il freddo per chi pedalando, si inerpica per le crete in attesa dell’alba.
Che lentamente arriva, fende la nebbia, accende di riverbero rosso le nubi e l’orizzonte, mette poi in luci e ombre, dolci o scabrose pendenze di mare ritirato.
Bellezza e silenzio, sguardo interiore, pace, il suono sfumato di campanelle delle pecore.

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Il guard rail di rete da cantiere di Torre a Castello

In Italia niente è più perenne di qualcosa di momentaneo, basti pensare ai discendenti dei  baraccati del terremoto di Messina del 1908, che ancora aspettano una risoluzione al tetto.
A Torre a Castello, al chilometro due della Strada Provinciale 8, una momentanea rete di plastica arancione delimita il ciglio della carreggiata da un dirupo.

Non è chiaro se le ginestre sono nate spontanee per parare l’arancione o la bruttezza della vecchia discarica sottostante.
Fatto è che la rete si consuma alle intemperie e stralci di plastica risaltano nell’erba.

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