Il lama dell’Osteria della Passera: il Chianti non è pieno solo di cinghiali

Al piccolo trotto, un lama procede sulla strada provinciale 408 in direzione Siena, all’altezza dell’Osteria della Passera, nel comune di Gaiole in Chianti.
Dietro alcune macchine in colonna per permettere all’animale la sua tranquilla sgroppata finchè, in senso opposto, non arriva un auto che dietro una curva deve penare non poco per scansare il lama che sbuca improvvisamente in mezzo alla strada.
La bestia, cambia direzione e si butta sulla destra, risalendo sul ciglio, dove trova l’ampia fascia pulita della linea elettrica e da li, docile e tranquilla, si mette a guardare divertita le persone che hanno corso il rischio di investirla, perchè di una femmina si tratta a giudicare dalle mammelle gonfie.

Nel Chianti, adesso, non solo i soliti noti cinghiali e daini che allevati a pane e mais per i boschi contribuiscono alla pericolosità delle strade e alla  distruzione delle colture e del paesaggio con il proliferare di reti e recinzioni di ogni tipo.

La sordità dell’Amministrazione Regionale al problema allevamento fauna selvatica, non trova una soluzione da un quindicennio, ma al contrario si vedono amplificati i danni, con gravi conseguenze per l’occupazione in un territorio che vive quasi esclusivamente di turismo e di agricoltura.
Il territorio del comune di Gaiole in Chianti non è nuovo alla presenza fin nei centri abitati di questi docili animali (pericolosi per la viabilità) nelle frazioni di Nusenna, Brolio, Montegrossi, San Vincenti e ora all’Osteria della Passera, questi quadrupedi sputacchieri, vogliono farsi coccolare dalle persone.
Un tempo i lama si potevano vedere solo nel Sud America, oppure nel Parco Naturale di Cavriglia, in provincia di Arezzo, adesso vivono fra le mandrie dei cinghiali del Chianti.

Fonti: WeChianti La Nazione –  Il Cittadino –  Radio Siena TV

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Il ciliegiolo di Narni di Leonardo Bussoletti

Centro geografico d’Italia, ma anche pregevole cittadina umbra del lato ternano che ha dato i natali alla solita caterva di vescovi, uomini politici e cardinali, oltre che essere sede di un particolare sito archeologico: un cantiere navale di epoca romana, posto sul corso del fiume Nera.
Palazzi, piazze pregevoli, targhe di partiti politici scomparsi affisse ancora alle antiche sedi e sezioni, particolare il duomo con il semaforo posto ad un arco a pochi metri dall’entrata dell’edificio religioso.
Altra particolarità importante è il ciliegiolo, vitigno tipico della zona dove si coltiva fin dal 1200 e che qui sta dando risultati strabilianti grazie al lavoro svolto da Leonardo Bussoletti che ha fatto una mappatura dei vecchi vigneti, dove sono state individuate ben 30 varietà clonali da cui, dopo attente microvinificazioni, sono stati individuate le migliori viti che hanno permesso la vinificazione in purezza del ciliegiolo, dando risultati piacevolissimi.

Un esempio è il “Brecciaro”, etichetta dell’azienda Bussoletti, che inizialmente alla fine fragranza olfattiva non corrisponde alla percettibilità del sapore.
Ma pochi minuti in presenza di ossigeno permettono di riequilibrare il vino e renderlo di una grana setosa fresca e inappuntabile, che riesce a stare al passo anche con carni e arrosti impegnativi. Sono dodicimila le bottiglie di ciliegiolo prodotte dall’azienda.

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Il trinciaforaggi restaurato da Massimo Morrocchi

Un macchinario manuale o a pedale che serviva per tagliare la paglia o il fieno destinati all’alimentazione del bestiame, il cui sminuzzamento era necessario per rendere più facile la digestione.

Un attrezzo il cui utilizzo è caduto in disuso da decine di anni, sostituito da macchine elettriche o a motore, ma che oggi rappresenta un reperto archeologico di un mondo che non potrà più essere, ma che è bene non dimenticare.

In questo caso ruggine e tempo avevano corroso meccanismi e parti di legno perdendo la funzionalità e l’aspetto originale del manufatto, che grazie alla pazienza e all’abilità maturata da Massimo Morrocchi con il legno, (staccionate, gazebi, tettoie e tanto altro) da averci trascorso più tempo accanto di un tarlo, questo trinciaforaggi datato anni ’50 del ‘900, è stato restaurato, ed è perfettamente funzionante.

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Il camino e il girarrosto della fine e del principio

Una casa colonica come poche ne sono rimaste nel Chianti, rimaneggiate e private di anima e storia spesso da corsari senza scrupoli, coadiuvati da favoreggiatori locali.
Avviene in ogni luogo in cui il luccicare dei quattrini stride fortemente con la cura dei sentimenti e li stravolge.
Un grande camino in cui spariscono grossi ciocchi di olivo, quercia, avviati da mannelli di ginestra, ginepro, alloro che si arroventano e producono brace e calore.
Un girarrosto, (studio delle più raffinate menti fin dai tempi di Leonardo) con gli schidioni dentro ai quali l’ordine di partecipazione delle carni, del pane, della foglia di alloro è quasi un articolo costituzionale intramontabile.

Uno sformato di gobbi che l’Artusi avrebbe gustato in godurioso silenzio, così come la crema di zucca, i tagliolini simil giorno di battitura.
L’arrosto girato cavato dal fuoco con salsiccia, rigatino, fegatello, alloro, pane, lombo e un rinforzino di patate con aglio e ramerino al forno.
Un Calice di Stella, la potenza delicata e sfarzosa di impatto rosso e salino di negroamaro che scivola come un pensiero intriso di bellezza, un vino della cantina Cantele del Salento.
Il nuovo anno a cui si brinda con l’espressione di un viso indelebile.

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Il genio ribelle di Ambrogio Lorenzetti

Ancora venti giorni per poter ammirare una delle mostre più importanti dell’anno che si è appena chiuso, dedicata al maestro senese Ambrogio Lorenzetti, fra i più grandi pittori del XIV secolo, ma che non ha avuto la fama e la conoscenza che merita.
Noto per aver realizzato nel Palazzo Pubblico di Siena “l’Allegoria del Buongoverno” e per aver rimodernato considerevolmente le tradizioni iconografiche dell’epoca e per aver dato loro una connotazione e una postura più popolare rispetto ai sacri crismi patetici e pallosi sul modo e la forma di dipingere scene e vita dei santi.
Nella maestà dipinta per la chiesa di Massa Marittima c’è un angelo con uno strano ghigno dispettoso che tiene in mano un giglio, con una postura del braccio che assomiglia più a un colpo di frusta che a una dispersione di candore.
Un’Annunciazione con un Arcangelo Gabriele con il pollice riverso verso l’esterno che a un toscano bene attento ai particolari, da quasi la parvenza che dica in quell’istante a Maria: “M’ha detto di ditti che te tu aspetterai un bambino”.
La prima (modernissima) sporta di paglia della storia, riprodotta in un contesto sacro come negli affreschi dell’ Eremo di Montesiepi, staccati dal loro luogo di origine, presso l’Abbazia di San Galgano e portati a Siena per il restauro.
I monili, gli oggetti di uso comune, gli orecchini, i panneggi sapientemente riprodotti nelle pieghe, nelle ombre, nelle trasparenze, come fossero una foto.
Un bimbo in braccio alla madre che mordicchia un fico con lo sguardo di chi la sa lunga e non si fa pigliare per le mele.
Una Madonna con tre mani: lo scandalo di aver dipinto Maria senza il bimbo in braccio, peccato ricoperto da un pittore bigotto e fedele alla linea, tal Niccolò Di Segna, che al dipinto aggiunse oltre al bambino, anche una mano in più.
Una bellissima donna bionda con le trecce, amore e musa del grande pittore e uomo di mondo Ambrogio Lorenzetti, portato prematuramente via dalla peste nera.
I committenti erano frati, preti, clero più corposo e gaudenti bigotti, però il pittore,  probabilmente spallatosi dal riprodurre in serie le allegre vite dei santi, ci ha messo del proprio, per rendere il suo lavoro molto più leggero e piacevole.

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Matteo Renzi veglione a Caporetto con la suocera

S’è deciso all’ultimo momento, perchè s’era fissato di fare l’ultimo dell’anno alla parrocchia di Rignano, ma poi la mi socera ha insistito che cambiassi un poca d’aria e pigliassi uno svago differente dal solito, che ogni giorno mi par d’esse in trincea e allora ha preso un agriturismino in affitto in un paese sloveno che mi par si chiami Caporetto.
Si parte mettendo nelle valige qualcosa alla rinfusa, che tanto si sta fori solo oggi e domani e sapendo che da quelle parti c’è la neve e parecchio diaccio, si va con la pandina 4 x 4 vecchio modello della mi socera, che all’occorrenza ha anche il bagagliaio pieno di pleddi indove ci mette il cane da penna quande va a caccia.

N’ho proprio di bisogno di uno svago, che gli ultimi tempi sono stati cinici e bari: tutti ce l’hanno con me che un so più indò andare senza pigliare di bischero.
Altri tempi quando  feci quella meravigliosa vacanza al K2 fra i tortelli di Mariella e l’acqua termale della Balena Bianca, che mi ricorda con tanto amore la Democrazia Cristiana e quando bastava una messa per essere in pari con tutti.

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Il cappello di ghianda

Quando casca dalla pianta, il cappello della ghianda rimane vuoto sul terreno e diventa alimento e terriccio, mentre il frutto raramente diventa seme per via del fatto che può essere alimento prediletto per il cinghiale.
Un tempo le ghiande venivano raccolte e messe da parte per alimentare la finitura del maiale con le castagne prima che questo diventi salame e sostentamento di un anno per la famiglia che l’aveva allevato.
L’umidità imputrisisce le foglie di quercia insieme a quanto c’è sopra, dentro, intorno, una logica naturale solo se il vento, quando sono asciutte, non le spazza via.

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Tordi sulla strada di Cornia

Il fascino di un luogo intinto di poesia, frustato dal vento gelido, dentro al quale uno stormo di tordi si lascia sospendere per aria cullandosi,  per poi planare in picchiata nell’arida terra di creta coperta di saggina, beccandone i nutrienti semi.

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Il parcheggio vuoto dell’Abbazia di San Galgano

Il parcheggio, posto a breve distanza dall’Abbazia di San Galgano (realizzato da cartello per munifica concessione della Fondazione Monte dei Paschi che essa fu) è sempre solo, desolatamente vuoto, a fronte del viale di accesso (corredato da segnaletica con dovizia di divieto di sosta ma mai applicata) sempre pieno di auto e moto in tutte le stagioni.
E’ vero che la sindaca di Chiusdino Luciana Bartaletti, aveva promesso di rimuovere l’oscena fettuccia all’ingresso del complesso, ( e lo ha fatto ), ma la barriera nel viale cipressato rimane e lo spazio vitale e visuale posto intorno all’abbazia, rimane sempre compromesso da chi arriva e non ha voglia di fare due passi a piedi, corroborato dall’amministrazione comunale che vede San Galgano ( e il colle di Montesiepi) come una slot e non come un luogo di rispetto.

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Il plastico ferroviario alla stazione di Siena

La passione di Lorenzo Cini per i treni si sviluppa fin da ragazzo, quando faceva il volontario nel ” Treno Natura” (il treno a vapore che porta i viaggiatori a scoprire le bellezze della provincia di Siena).
Viene assunto dalle ferrovie e si occupa della manutenzione dei mezzi, e l’avvicinamento al plastico ferroviario, che da qualche anno è male in arnese, posto fra il binario 2 e il binario 3 della città del Palio.
La passione lo porta al restauro di questo pregiato manufatto che torna a splendere grazie al suo lavoro nei momenti liberi e nei giorni di festa, o contattandolo direttamente per un apuntamento, è possibile rivedere in funzione questo piccolo gioiello della modellistica.
Uno dei pochi posti in una stazione, che fa il paio con lo splendido presepe visitabile tutto l’anno posto nella sala d’aspetto passeggeri.

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