Rosennano, un visionario borgo dell’arte

In diretta su Radio 3 Network, oltre un’ora di trasmissione per parlare di Rosennano, borgo della Berardenga dove osano le aquile, appollaiato sulle pendici del Monte Luco, dove la spada nella roccia è più estraibile delle cento lire di Amaddio inchiodate al suolo.
Partecipano alla presentazione dell’idea “Rosennano borgo dell’arte” il sindaco Fabrizio Nepi, il consigliere comunale Roberto Montanelli, gli artisti Enzo Gambelli e Jacob Von Zorchi, Elena Pietragalla, titolare di “Visionaria”, vetrina di artisti e artigiani locali, Laura Cellerini, titolare di “Casale Rosennano” attività turistica che vola alto nelle idee e nel cercare di far risorgere un luogo svuotato di vita sociale e di persone senza stravolgere la quiete, senza impadronirsi dell’anima dei ricordi o della totalità del posto.

Rosennano, come tanti altri borghi era un luogo vivo e abitato, c’era  persino una bottega (che serviva anche da ritrovo) dove si poteva acquistare di tutto, dalla lametta da barba, alle aringhe sotto sotto sale nelle cassette di legno portate dall’oceano.
Laura Cellerini ha recentemente acquistato anche il frantoio e la casa padronale del borgo, dotata di un grande parco ridotto nel tempo un intreccio di vegetazione impenetrabile, ma che in breve tempo può ritornare vivo e accessibile.
Spazi che Laura vuole utilizzare per fare una fucina permanente per artisti e artigiani locali, un movimento d’arte per spiegare esperienze e vita di un territorio, collegato anche a una visione lenta di vedere la bellezza con il Gruppo Escursionisti della Berardenga, con il loro camminare, con le loro tavolate alla fine del percorso.
Il turismo è una risorsa, ma il turismo delle greggi impermiabili o degli sfondati annoiati in cerca di emozioni luccicanti, sono una condanna al consumo breve del non capire.
Il paesaggio, l’insieme di storie, esperienze, gobbe e fatiche contadine, martellate nel ferro di secolare tradizione, la ricerca artistica calata nel raccontare la società attuale, nei suoi pregi, come nei suoi infiniti difetti.
I quattro elementi naturali: acqua, terra, fuoco, aria, saranno l’ispirazione delle prime opere scultoree (di Jacob Von Zorchi) da ospitare nel parco liberato dall’abbandono.

Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile, diceva Francesco, il visionario di Assisi.

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Lucia dipinta da Sano di Pietro

Originaria di Siracusa, Lucia, (che la chiesa vaticana celebra come santa e ne conserva le spoglie nella chiesa omonima a Venezia) sotto il pennello arguto e delicato di Sano di Pietro, ha la fisionomia di una giovinetta pronta a sbocciare nella vita, con la emozioni e amori da provare, luoghi da conoscere, batoste con cui crescere.

Sano di Pietro, noto anche per le opere che negli anni giovanili ha firmato con pseudonimo di Maestro dell’Ossevanza, (che fini esperti indicano di livello superiore alla maturità) è un senese del suo tempo, pio e devoto, artista classico, che imprime le sfumature di gemma da sbocciare a una giovinetta con un’accocnciatura elegante e di grande modernità.

L’opera è stata aquistata dalla Fondazione Monte dei Paschi nel 2008 ad un’asta da Sotheby’s e fa parte del patrimonio artistico e culturale dall’Istituto Senese.

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Esposto d’alba a San Giusto e Amiata

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Si accende il giorno lentamente con una tonalità da salasso di sangiovese e le forme fisse del paesaggio si notano in sfumatura.
Il casale di San Giulio, i pochi cipressi, la forma imponente del monte Amiata in vicinanza neanche tanto lontana.

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Il mandorlo in fiore

Nessuna pianta è più sensibile del mandorlo agli sbalzi e alle temperatura fuori norma e fuori stagione.
Difatti i primi fiori si sono aperti, nonostante il calendario indichi che siamo alla fine di gennaio e non è buona cosa che le api abbiano già di che bottinare.
Le altre piante resistono, ma le gemme sono già gonfie: un brusco cambio di temperatura e non occorre essere geni per comprendere che per la campagna sarà un disastro.

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Il piano cottura e la batteria di Acqua Borra

L’indifferenza è un mantello realizzato con un tessuto naturale di alibi, che permette di scaricare tossine a chi niente importa del territorio in cui vive, perchè la competenza di fare o di eliminare qualcosa di estraneo spetta sempre ad altri, anche quando si tratta di piccolissimi gesti.
Acqua Borra, piccola località termale della Berardenga, frequentata da camminatori, pescatori nel vicino lago, bagnanti, da diverso tempo, di fronte al passaggio indifferente di tutte queste persone, ha un piano cottura a gas e una batteria nel verde, bordo strada.
Questi oggetti fuori contesto, sono stati rimossi e portati all’oasi ecologica di Gaiole.

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Arezzo, saldo amore di Josè Saramago

Le parole semplici, non sanno ingannare, scriveva il grande poeta portoghese Josè Saramago, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, innamorato della città, in gran parte rimasta semplice e spontanea, al cospetto di altre realtà con l’aureola di supponenza, che vanno a formare la gran parte della Toscana.
Anche il vento qui è scaltro e pungente: il vento aretino scava nelle sciarpe e nelle giubbe per arrivare a pizzicare nelle parti più vive, cogliendo al volo ogni opportunità diretta.
Splendidi ricami biondi, con le raffinate espressioni di Cimabue e Piero della Francesca, la Giostra, rievocata nel periodo nerello, l’intimità sotto le piante ai bordi della piazza di San Donato, rigattieri, scorci di film di Benigni, pasta a mano tirata sotto ai portici, la chiesa della Badia, i terrazzi alla medievale sospesi in piazza Grande e, come disse la supposta al missile: “Beato te che vè ‘n cielo”.

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Il massaggio, l’agliatura e salatura del prosciutto

Per il maiale un po’ meno, ma in ogni podere e in ogni famiglia, da gennaio a febbraio era una festa, perchè il quadrupede per un anno allenato a ghiande, erbe e rifinito a castagne, era il momento di suddividersi in diversi tagli dai nomi che neanche i sacri testi dell’antico testamento suscitavano delle visioni così mistiche.

Salsicce, salame, rigatino, gota, capocollo, rostinciana o costoleccio, spalla, soppressata e buristo, arista, sua maestà il prosciutto.
A quel tempo, non c’era rischio di colesterolo, non c’era rischio che si buttasse via niente, non c’era il rischio che il sostentamento della famiglia facesse venire in mente che fosse anche raffigurato nel Buongoverno del Lorenzetti negli affreschi di Palazzo Pubblico o in appendice a momenti che si chiamano alta cultura.
Il massaggio al prosciutto, come non è capace neanche il fisioterapista del Real Madrid, un mortaio pieno d’aglio da pestare con ramerino, pepe, poi aceto a bollore che disinfetta la ciccia prima di essere coperta dal sale. Un giorno per ogni chilo di coscia, prima del pepe.

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Il restauro della fonte di Vertine del 1552

Iacopo Neretti, al presente Podestà di Radda, insieme con ser Giovan Baptista di Pietro Turillazzi da Vertine, sindaco e consiglieri del terzo di Sotto.

Noi adunque, podestà prefato insieme con dito ser Giovanni Baptista el nostro ufficio execercitando et la decta ragione riverendo, troviamo essere pervenuto nelle mani di decto Archangelo piazzaiuolo li introscrpti danari, coè:

Dal provento della decta piaza et per li sopra decti due anni lire 50.

Delle quali lire 50 troviamo al dicto Archangelo avere pagato a più homini et persone per le introscrpte ragioni et cagioni li introscripti danari cioè:

A Febo di Piero da Vertine per rasectare la fonte di Vertine, bencè non s’è mai rassectada, perchè per decto popolo non s’è mai deliberato decto aconciamento.
Fonte: Antonio Casabianca, Note storiche sui principali luoghi del Chianti, Multigrafica Editrice 1941.

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Ermetica bellezza malinconica

Un manifesto programmatico di bellezza ermetica e malinconia chiazzeggiata.
Uno stato d’animo di foschia che nasce dalla terra in una mattina di sole, che prende la parte interiore, come una lacrima, di chi è sensibile alle foglie.
Una foto in bianco e nero apre la mente meglio di un milione di parole.

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Il vino sciamanico

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Dove regna il vino, non regna il silenzio e in un’intervista televisiva al TG Regionale della Toscana, l’organizzatore di una rassegna celebrata proprio in questi giorni dedicata a “vini prodotti in territori difficili o ai margini di dove può essere coltivata la vite”, dice che: “Da una vigna di 120 in Messico, viene prodotto un vino sciamanico”.
A parte il linguaggio, a parte le pose e le sorti del mondo che dipendono dalla litania del parlare di vino invece di berlo, la definizione di vino sciamanico è il culmine degli antani più antani, di quanti vogliono fare gli alternativi alle scarpe a punta e non si sa chi, dei due raggruppamenti, sia il più scintillante.

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