Arezzo, saldo amore di Josè Saramago

Le parole semplici, non sanno ingannare, scriveva il grande poeta portoghese Josè Saramago, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, innamorato della città, in gran parte rimasta semplice e spontanea, al cospetto di altre realtà con l’aureola di supponenza, che vanno a formare la gran parte della Toscana.
Anche il vento qui è scaltro e pungente: il vento aretino scava nelle sciarpe e nelle giubbe per arrivare a pizzicare nelle parti più vive, cogliendo al volo ogni opportunità diretta.
Splendidi ricami biondi, con le raffinate espressioni di Cimabue e Piero della Francesca, la Giostra, rievocata nel periodo nerello, l’intimità sotto le piante ai bordi della piazza di San Donato, rigattieri, scorci di film di Benigni, pasta a mano tirata sotto ai portici, la chiesa della Badia, i terrazzi alla medievale sospesi in piazza Grande e, come disse la supposta al missile: “Beato te che vè ‘n cielo”.

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