Matrimonio all’italiana

Al galoppo verso quello che è il si più impegnativo e importante, che non è quello di un Referendum Costituzionale ma la promessa fatta da due emozionati giovani, nella chiesa del Popolo di San Bartolomeo a Vertine, di accudirsi vicendevolmente.
E come nelle fiabe, partendo dal piccolo borgo con la vasca idromassaggio fra la torre e la chiesa dell’Anno Mille, l’elicottero di linea con il mare per le pennette allo scoglio, coppia di cavalli bianchi come la carrozza, che trasporta incontro al futuro.

Con i ferri che sguisciano e scintillano nell’asfalto della salita che conduce al ristorante, ma tutto poi si appiana, appena iniziata la strada bianca, come il velo della splendida sposa.

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Simone Bezzini ricandidato al Consiglio Regionale

simone bezzini

Simone Bezzini la mattina si alza, con il fare vispo lo contraddistingue, si leva le cispie dagli occhi, fa un’abbondante colazione a pane e cinghiale proveniente dal suo collegio elettorale, si veste e va a Firenze.
La sera rientra a casa, spesso e volentieri è in giro per il contado senese dove mai manca a cene, comunioni, ricorrenze, cresime e liberazioni.

Immancabile la sua preseza nella culla del nuovo Consiglio Regionale della Toscana: ha lasciato la merenda sotto il banco e ha il cuscino fatto su misura con la trina ai bordi.

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Adunanza di rondini a San Vittore

Innamorarsi per mille anni interi, avere il pensiero esposto al ruzzare in cielo, lacrima predisposta al tuo volare a sbalzi, tagliare ginestre e rovi per non ferirti le zampine, tu, incontenibile capo muta di idee positive, sguardi malinconici e tue manine.

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La raccolta dei fichi

Ti ho conosciuta sotto l’ombra di un fico che parevi una comparsa spaurita e ti ho rivista, mesi dopo, all’ombra della stessa pianta che parevi una rondine intrisa di vinsanto e sani ventricoli d’ardente marino amore.
Dolce e granellosa, pungente e ironica come una mattina di maggio, foglia che copre i sogni più teneri e conserva il profumo intenso dei fichi nei forni, ripieni di noci, anice, e intensi pomeriggi d’autunno.

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Abbazia di San Galgano, un Mulino Bianco di bontà

I pulman scaraventano presenze e incassi, la piena vociante che straborda nel viale d’ingresso, un drone pilotato da due ragazzi appoggiati sul muretto, redarguiti dal vice sindaco (casualmente presente in loco, dopo appropriata segnalazione) il suono dell’organo che si espande al cielo dal soffitto e dalle vetrate che non ci sono. La cerimonia della Prima Comunione dei bambini non ferma gli ingressi, la melodia malinconica e tenera del coro in “Dolce sentire”. La piena non si ferma, grupponi turistici con guide che urlano per farsi sentire e ostruiscono ogni passaggio per entrare e per uscire. La piena giunge alla “Spada nella roccia”, gli affreschi del Lorenzetti, all’eremo di Montesiepi, la conversione di Galgano Guidotti, il misticismo che ci sarebbe intorno. L’esser riusciti a far diventare epicentro commerciale un’abbazia, mentre il Mulino Bianco della pubblicità, poco distante, diventa al contempo luogo laico e religioso di arte e di contemplazione consumistica.
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Cani e cattivi padroni nella Berardenga

Nel borgo nel quale tutto va bene e l’unica preoccupazione consiste nel problema che si pone di dover confermare il letargo di Simone Bezzini sui banchi del Consiglio Regionale per altri cinque anni, il pubblico decoro delle vie, delle piazze, delle piazzole dei cassonetti, dei monumenti, della vita che lentamente muore e degli escrementi dei cani di famiglia che riempiono di azoto e danno vita a una ipotetica caccia al tesoro per bambini, alla ricerca dello stronzo più spettacolare, della cicca meno fumata, dell’auto più nuova o più vecchia,  poste dove non devono stare, della mascherina più bella e colorata gettata in giro per le vie e le piazze del Castello Nuovo (Newcastle).

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La mostra “Il sogno di Lady Florence Phillips”

Una mostra che merita di essere vista, ma che non accoglie la presenza di un gran numero di persone, ma c’è tempo fino al 10 gennaio 2021 per rimediare.
Si direbbe oggi di Lady Florence Phillips che è una pazza visionaria da incatenare per il solo pensiero di creare una collezione pubblica d’arte contemporanea di gran livello per il proprio paese di origine: il Sud Africa.

E invece, investendo di tasca e di caparbietà, riesce a creare dal niente una collezione che racchiude grandi interpreti delle correnti artistiche dei suoi tempi: Degas, Monet, Picasso, Cézanne, Van Gogh, Matisse, Modigliani, Turner, Rodin, Moore, Lichtenstein, Derain, Pissarro, Corot, Sargent, Sisley, Bacon, Rossetti, Warhol, Signac…….
E non solo, si dedica anche alla raccolta e valorizzazione di opere di artisti sud africani, cosa che la “Johannesburg Art Gallery”,  (Fondato da Lady Florence nel 1910 e divenuto in breve il più importante museo del continente africano) continua a coltivare anche nel periodo successivo alla sua morte (1940) nei cupi e indegni anni del regime dell’Apartheid.
Ne escono paesaggi di pennello che sembrano fotografie, scene bucoliche quotidiane, mari in tempesta e cieli vergati di plumbeo sentire nei ventri e nelle coscienze.

Le immaginni degli artisti sud africani, stritolati dalla loro eterna colpa di essere neri, prima che persone con sentimenti, volontà, coscienza e rabbia contro la minoranza che li aggioga e li domina.

L’arte che non ha guinzagli, ma colori che distribuiscono sulla tela stati d’animo interiori, al pubblico, cogliere le sfumature.

Santa Maria della Scala, tutti i giorni dalle 10:30 alle 18:00 (ultimo ingresso 17:15) ingresso € 5, gratuito fino a 11 anni di età.

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Mucigliani, rientrano le pecore al tramonto

E’ recentemente franato il campanile a vela della piccola chiesa intitolata a Sant’Andrea, ma nel frattempo, con il paesaggio tarpato da una notevole casa di mattone inutile, il quotidiano andare in cerca di un barlume di erba verde e fresca, rientra di sera all’ovile con il ruminante carico di pensieri, di stanchezza, di voglia di dormire, delle pecore, del cane, come del pastore che a giornata le conduce.

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Apparecchiare nell’Imperiale Contrada della Giraffa

Piccoli segnali di normalità in cene all’aperto, sia pur in spazi contingentati per il doppio delle persone, ma apparecchiati per la metà, con i 350 partecipanti che prendono il posto esattamente per il raddoppio.
Ma poco importa, quanto basta serve per servire una cena al fresco settembrino, con la bianca Basilica di Provenzano alle spalle, mentre volenterosi apparecchiano, prendono le distanze, mettono le tovaglie bianche, diversi riferimenti rossi sui tavoli, per la Cena del Piatto 2020, in ricordo del Palio vittorioso del 2019.

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Il castello di Orgiale

Oggi è delizioso residence, ma attorno all’anno Mille è stata una delle più importanti e centrali curtis eppoi castello di un ramo dei berardenghi, quello discendente da Berardo II.
Si trova sulla sommità di un colle acuminato a 315 mt di altitudine, ai suoi piedi scorre la Malena Morta a circa 60 metri di dislivello, la distanza aerea da Castelnuovo è di 1200 metri.
Il primo documento che ne attesta l’esistenza è del 1101 ed è una donazione al Monastero Berardengo di una casa “ intus castro de Ortiale”, probabilmente per sottrarla da ingerenze imperiali e senesi. Di una chiesa intitolata a S. Ercolano abbiamo testimonianza in atti del 1199 e del 1228.
Quanto sia stato importante Orgiale, lo si può dedurre anche dal numero di documenti d’archivio che lo riguardano, almeno 41 ( doc. per la storia delle località senesi- Vincenzo Passeri) che coprono un tempo di quattro secoli, fino al 1554.
Nel 1158 è lo stesso Federico Barbarossa ad interessarsi di Orgiale, intimando ai suoi titolari di non costruire castello alcuno entro 12 miglia da Siena.
Già nel 1159 i signori di Orgiale sono i primi, fra i Berardenghi, a riconoscere la supremazia senese, donando loro una parte del poggio e di fatto concedendo il dominio sul territorio del castello, come avrebbero poi fatto tutti gli uomini della berardenga nel 1201 ( con la sola diversificazione di Valcortese).
Ad inizio duecento il territorio di Orgiale contava la presenza di 80 capifamiglia, un numero importante per l’epoca, destinato però a ridursi a causa delle guerre che lo interessarono nel XIII secolo.
Nel 1207, ma la cosa si sarebbe ripetuta nel 1234, i fiorentini attaccarono Orgiale e arrecarono forti danni alla fortificazione. Anche per questo, nel 1208 si arrivò alla cessione a Siena della parte più alta del castello, affinchè vi fosse eretta una torre e un palazzo.
Questo non bastò a fermare i fiorentini ( 1234) che evidentemente consideravano lo spazio di Orgiale strategico per il loro obbiettivo di occupare la città, per questo dopo alcuni anni, nel 1251, Siena decide di fornire ad Orgiale una sua guarnigione di soldati ( mancano 9 anni alla battaglia di Montaperti).
Nel Costituto senese del 1262 si accenna anche alla distruzione del castello, che probabilmente si trovò davvero in condizioni gravi, ma non alla sua sparizione, come vedremo più avanti.
A fine duecento, lo attesta lo Statuto dei Viari, Orgiale era centro di comune e viene citato insieme alla Pieve di Pacina per la strada che porta al Bagno “de Pistille”, lo stesso Priscille o Piscille preso come uno degli indicatori per la realizzazione del Castello Nuovo della Berardenga.
Ancora nel 1320, Orgiale ed il suo castello erano sede di comune in un territorio con 21 case che si estendeva dalla chiesa del Romito a Felsina, nel 1337 è segnalato nel vicariato della Berardenga e nel 1367 è uno dei costitutori del comune che si realizza attorno al Castello Nuovo.
Nel 1397 e per ben due volte, il Concistoro senese prende la decisione di distruggere Orgiale, ma infine ci ripensa e decide di conservarlo, decisione saggia, sembrerebbe, considerato che nel futuro Siena tornerà ad avere bisogno di quella fortificazione.
Dalla seconda metà del XV secolo la Repubblica Senese raggiunge l’apice della propria espansione territoriale e forse allenta la presa sui fortilizi del contado, ad esempio, nel 1466 Pietro Bellarmati denuncia il possesso della fortezza di Orgiale e ce ne vorrà delle belle per farsela ridare, solo nel 1483 e dopo vari rifiuti, il podestà di Castelnuovo informa Siena dell’avvenuta riconsegna. Nell’anno 1497 la chiesa è ancora quella di S. Ercolano.
Si avvicina la resa dei conti con Firenze, quando, nel 1552 viene disposto che le artiglierie di Castelnuovo siano portate in parte ad Orgiale e in parte a Sesta, sono anni durissimi per i nostri antenati sul fronte di una guerra che cambierà la Toscana. L’ultimo ordine impartito dai senesi ad Orgiale (che doveva essere abbattutto…) è del 1554 e richiede una difesa estrema della fortezza, cosa che naturalmente non sarà possibile ottenere.
Poco più di 100 anni dopo, nel 1676, probabilmente già ricostruiti alcuni edifici, viene segnalato Orgiale nel Comunello della Pieve di Pacina e di proprietà, insieme a Le Case , delle Monache del Paradiso. C’è un oratorio/cappella intitolato a Santa Caterina e nessuna menzione della chiesa di S. Ercolano.
Nel 1825 la proprietà dell’intero complesso è di Isabella Mocenni, mentre del 1877 fu completato il restauro della cappella di Santa Caterina.
Il complesso di Orgiale risulta oggi completamente restaurato, senza alterazioni rispetto alle figure architettoniche, austere, ma semiabbandonate di fine novecento. Permane in tutta la sua bellezza la torre quadrata e scarpata databile fine XV secolo/ inizio XVI, mentre di epoca anteriore appare l’edificio posto sul lato nord, ove risultano ben visibili le murature a filarotto di pietra.

Naturalmente tutto il complesso è fortemente alterato rispetto a come doveva essere durante i secoli che abbiamo raccontato, ma rimane intatto il fascino architettonico e la leggenda, durata cinque secoli. Fonte: Le nostre orme – Castel Berardengo

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