Il restauro della chiesa di San Marcellino in Colle

L’artigiano strofina con una spazzola di ferro la malta della stuccatura del campanile a vela e guarda compiaciuto l’eccellenza del lavoro svolto.
Singolare che in una chiesina sperduta fra le fusa generose della campagna, siano accaduti fatti epocali: qui venne sentenziato che le cazzottate fra i vescovi di Siena e Arezzo per il controllo del territorio, finissero con l’attribuzione di vari popoli e chiese agli aretini.

Nel 1176 avvenne la cerimonia ufficiale del passaggio dai senesi ai fiorentini del territorio del Chianti, rimasto in vigore fino all’inizio del 1800, grazie alle suddivisioni per bacini dei fiumi, durante l’occupazione francese.
L’edificio necessitava di un restauro  non di poco conto per garantirne la stabilità, quindi onore al merito di chi si sta prendendo cura di questa chiesa romanica e di una pregevole casa colonica posta di fronte.
Poco lontano, il profilo, l’opulenza di vetro e linee rette, di una cantina di edificazione piuttosto recente, segno che gli architetti disoccupati non sono mai troppi.

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Le meringhe di Barbara Romoli

A primo impatto sembrano i temibili palloni di Maradona, quella specie di tortelli pieni di polvere pirica, un pochino meno potenti di un normale bombardamento aereo su Berlino, ma in realtà, certi splendidi occhi verdi, niente possono produrre di devastante se non un tocco di sano appagamento del palato, che in questo caso, si chiamano spumini.
Apre recentemente un blog improntato sulla passione che non ne pregiudica la linea, la compaesana del Masaccio, Barbara Romoli, che stufata, di solo stufato, spazia la ricerca e la fantasia applicata al forno e alla narrazione di condividere tutto il bello e il buono che c’è su uno spazio centauro che si chiama BarbaGina.

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Un cielo d’azzurro e di vischio

cielo d'azzurro e di vischio

Mentre tutto pare che frani, il cielo tinto d’azzurro continua a fare il proprio mestiere, con un frammento delicato, dolce e biondo di vischio che ci si specchia e abbronza, al riparo delle rare foglie rimaste, fra i rami di quercia.

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I preti di Vertine dal 1822 al 1978

Dal Catasto Regionale della Toscana, istituito nel 1822, è possibile trovare tante curiosità e piccole storie, come quelle dei parroci che nel corso degli anni si sono succeduti nel piccolo borgo di Vertine.
Curiosità, la torre, il cassero principale all’ingresso del borgo, nel 1822, risultava essere di proprietà di un discendente della casata dei Visconti di Milano, tale Viviano Visconti, prete del paese in quello stesso anno risultava essere Don Pasquale Landi.

Nel 1840, subentra come Rettore della Chiesa del Popolo di San Bartolomeo a Vertine tal Don Gregorio Rapaccini, a cui segue, nel 1884, Don Santi Gatti.

Nel 1897 giunge a Vertine Don Antonio Beni, originario di Caiano, frazione montana del comune di Cavriglia, mentre il 15 giugno del 1928 prende servizio Don Amos Fallaci, che è anche l’ultimo prete fisso del paese, deceduto nel 1978, che per ben mezzo secolo è stato il curatore delle anime del luogo, al cui tempo venne attribuita dallo storico dell’arte Enzo Carli la realizzazione della Madonna della Misericordia (o dei Raccomandati) a Simone Martini, in seguito, l’opera venne portata alla Pinacoteca di Siena, dove è esposta e molto ben custodita.

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Il carretto dello stradino della Villa a Sesta

carretto stradino villa a sesta

Il carretto passava, e quell’uomo gridava…. breccino!!!

Ripulir le fossette, spianare le buche, rammontare le persone cascavano di bicicletta, ma soprattutto dalle prime moto e vespe, sentire e sapere che in un certo tratto di strada ci sarebbe stato improvviso il modo di scambiare due parole o gli sfoghi dello stradino, che non c’era luogo al mondo dove non gli nascondessero gli attrezzi durante la notte.
Solo che alla Villa a Sesta, lo stradino era un privilegiato: nel resto del mondo era munito di una pala e di una carretta, qui di un carretto con l’intestazione del tratto di strada.
Segno che si tratta del percorso del castello di Brolio, privilegio servile nei secoli.

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Strada di Guistrigona, confine fisico fra Chianti e Crete Senesi

A piedi, su questa strada di crinale, si ha la percezione di come il paesaggio d’improvviso muta: a destra, sullo sfondo, le asperità boschive che si inerpicano sul Monte Luco, poi le vigne, vari casolari, gli oliveti, che vengono incontro, con il paesaggio che si aggrazia di rotondità e sguado libero.
A sinistra il paesaggio si spoglia di vegetazione di alto fusto, la rotondità e le dune sono attimi fuggenti che si rincorrono fra pecore e infiniti campi di grano.
Fisicamente si scorge il confine fra due mondi e culture agricole diverse: geograficamente è solo una variazione di paesaggio in uno stesso territorio, la Berardenga, con la storia ben radicata su Siena, mentre il Chianti era un’altra cosa.

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Sfrattati gli opinionisti di San Gimignano

Da quando il mondo vive in ansia per le note vicende, le ripercussioni del come vivere si ripercuotono sul quotidiano.
Smobilitate le sedie sotto i portici accanto al comune e nella grotta di fronte al Duomo, eradicato quel servizio di radiologia e di risonanza magnetica a chi passa, ma soprattutto a data da destinarsi, il ripristino dello spazio che rendeva il centro storico di San Gimignano, luogo di chiacchiera, caratteristico quanto, e forse più delle sue famose torri.

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Sicuro morì ai Ponticini: i quasi cent’anni di un modo di dire

Luigi Brogi soprannominato “Sicuro” da San Marcellino di Gaiole, colui che suo malgrado, diede inizio a un modo di dire che lentamente si è diffuso in ogni angolo della Toscana.
Si recava a Siena per vendere pelli e la sera rientrava con il magro guadagno quotidiano.
Un giorno, venne aggredito da due banditi all’altezza del ponte poco fuori l’abitato di San Giovanni a Cerreto, venne percosso, derubato e lasciato agonizzante un po’ lontano dalla strada, dove in seguto venne messo un cippo a ricordo.
Era il 18 aprile del 1923, manca poco al  (triste) centenario di un modo di dire.

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La neve di Badia a Coltibuono e Montegrossi

Sotto i seicento metri piove finemente, sopra questa soglia batuffolli bianchi trascinati da un vento agghiacciante, coprono manufatti e forme di vita vegetali, dando loro punti di vista diversi.
Campane richiamano i popoli alla messa della domenica: compito duro stanare le persone dal caldo approccio dei camini accesi.

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Sciabordito della Berardenga

berardenga punto panoramico

Comportamento individuale repellente nei confronti di un punto dei più acuti e particolari di un panorama di colline, campi e vigne di una dolcezza infinita.
Uno sfregio e un’offesa che si alimenta di alzate di spalle e distacco da parte di chi non coglie che l’orizzonte è un po’ più ampio oltre il proprio uscio di casa.
L’offesa dal punto panoramico del capoluogo è stata rimossa dopo lo scatto fra gli sguardi indifferenti (perchè non si fa i cazzi sua?) dei passanti.

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