I ruderi della chiesa di Barca alla Strade Bianche 2023

ruderi san piero in barca rai due strade bianche 2023

La sempre più prestigiosa gara ciclistica professionistica delle “Strade Bianche”, con partenza alla Fortezza Medicea e arrivo nella Piazza del Campo di Siena, che si snoda attraverso un percorso naturalistico architettonico che le riprese della RAI mettono superbamente in mostra, un percorso che si snoda fra le Crete, la Val d’Arbia, la Val d’Orcia, la Berardenga.

Fatica, polvere, strade sterrate e l’arrivo nella conchiglia di Piazza che sublima una giornata immersa in un paesaggio fra i più belli in assoluto.
L’elicottero indugia sui piccoli paesi e sui tratti caratteristici, l’attenta regia della RAI, dedica a ogni località una piccola didascalia informativa.
Lo stesso avviene per la Chiesa di San Piero in Barca, dove c’è poco da aggiungere al tetto franato, uno stato di incuria e di abbandono che si protrae da tanti anni, una ferita in terra Berardenga. Fonte: Il Cittadino.

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Simpulum, il rumaiolo/ramaiolo etrusco

rumaiolo ramaiolo etrusco

Il “Simpulum”, oggetto di uso comune ai tempi degli Etruschi, non per cavare la ribollita dal tegame o i tortellini in brodo, come molti potrebbero pensare, bensì per travasare il vino da un recipiente a un altro o per mescolare la bevanda dopo l’aggiunta di frutta, miele,ecc e poi servirla.
Il “rumaiolo” si trova esposto nella parte archeologica del Museo Paleontologico di Montevarchi, dove si trovano reperti di origine Chiantigiana (Cetamura) e Berardenga (Poggione).

Gli Etruschi non erano per niente degli sprovveduti e avevano inventato tutta una serie di utensili da cucina efficaci e di raffinata concezione, come la grattugia, il colino, il poppatoio per piccini e tutta una serie di altri oggetti che si trovano nel sito del Museo Archeologico di Firenze.

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A Radda, Gaiole, Barbischio, non ci starebbe neanche Cristo

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E’ un modo di dire che ha circolato parecchio, almeno fino agli anni ’90 del Novecento, quando essere del Chianti sottintendeva essere di zona marginale e disagiata, lontana mille miglia dalla civiltà e dalle comodità del mondo.
Partendo da Siena era difficile far capire che arrivare in una delle località suddette era più celere e vicino che andare a Montalcino per pigliare una boccata d’aria salubre e allo stesso tempo una damigiana di rosso sfuso per alleggerire i tini nelle poche cantine, ma inevitabilmente l’auto al ponte sull’Arbia di Pianella, deviava da sola verso destra Casetta, Pancole, San Piero in Barca, che il Chianti da lì era ancora un viaggio infinito e astratto da raggiungere.
Ai tempi del proverbio c’era sasso, c’era terra arida, c’era ignoranza, c’era bigottismo sceso nei cervelli a piccole gocce somministrato dagli armigeri vaticani dei tanti Don Abbondi, c’era genuflessione verso chiunque ostentasse un po’ di potere o avesse le scarpe lustre.
O meglio, erano le menti che si tenevano al giogo da sole, proni verso i voraci, da qui la validità di quel vecchio modo di dire caduto ormai (un po’) in disuso.
Allo stato attuale Radda pare una piccola cittadina della Svizzera, Gaiole è meno triste, Barbischio, è sempre a bacìo e vede il sole solo poche ore al giorno.

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Il saio di San Francesco a Cortona

Jeanna Bryner, di Live Science, riferisce che si è scoperto che la tunica di Cortona, risale al periodo tra il 1155 e il 1225, coincidente con la vita del santo.

Si crede che questa tunica sia stata portata a Cortona dal successore di San Francesco, frate Elia, insieme ad altre due reliquie attribuite al santo: un cuscino ricamato e un libro dei Vangeli.
Il saio è custodito in una teca all’interno della chiesa di San Francesco a Cortona, mentre una targa affissa nella chiesa riporta il fatto che vi sia sepolto il famoso pittore Luca Signorelli, autore, fra le tante cose degli affreschi nel chiostro di Monte Oliveto Maggiore.

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Il carretto dei gelati dei giardini di marzo

il carretto dei gelati dei giardini di marzo

“Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati…”. Impossibile non pensare all’attacco della celeberrima canzone “I giardini di marzo” di Lucio Battisti e Mogol davanti a un barroccio per gelati in data primo di marzo corrente anno.
Un velo di sana invidia per chi ha vissuto e si è innamorato a quei tempi: in quel lontano 1972, anno in cui veniva restaurata la torre di Vertine, le etichette delle bottiglie erano elementari, i produttori di vino pochi e ben riconoscibili, Monzon diventa Campione del Mondo, Berlinguer segretario del Partito, Eddy Merx vince il giro d’Italia e Mennea è campione europeo, Willy Brandt diventa cancelliere, vengono ritrovati i Bronzi di Riace e Federica compiva quattro anni.

E immenso amore
E poi ancora, ancora amore, amor per te
Fiumi azzurri e colline e praterie
Dove corrono dolcissime le mie malinconie
L’universo trova spazio dentro me
Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è

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Il tappetino da bagno da salvare

tappetino da bagno sul lampione

Una molletta che salta frustata dal vento e il tappeto del bagno finisce sopra il ferro di fregio del lampione come se vi fosse stato delicatamente appoggiato a asciugare.
O, in Piazza del Mercato a Siena, rientrano i vicini del piano di sotto, o diventa lavoro di scala per i pompieri, che stavolta possono mettere a repertorio, non aver sceso un gattino dalla pianta, ma salvato un tappetino dallo stingimento da pioggia.

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Il cartello giallo che era alla torre di Vertine

gigliola e cartello giallo alla torre di vertine

Erano i primi anni ’70, Vertine si ritrova con la torre restaurata e tolta dall’essere un tubo vuoto, con i solai crollati e la cima solida, mentre in precedenza ogni tanto volava giù qualche pietra.
Autore di quel restauro fu un giovane antiquario fiorentino di Grassina, Alberto Bruschi, il quale, alla fine dei lavori fece apporre sul lato interno della torre un pannello giallo informativo sui secoli che avevano visto scorrere quei pregevoli sassi.
Ci sono persone che neanche si ricordano quel cartello, altre ne hanno un vago ricordo, alcune hanno impresso a caratteri di fuoco nella memoria le parole conclusive e se le tengone care.

“La più antica menzione di questo castello risale al 977, si tratta di un istrumento nel quale Willa, figlia del marchese Bonifazio e madre del “Gran Barone” Ugo di Toscana, assegna alla Badia Fiorentina, da lei stessa fondata, una parte dei beni posseduti in “Vertinuale”.

Nel 1049 la località era sede di una “Curtis” come risulta da un atto con cui tale Pietro di Pietro dona al Monastero di Coltibuono l”Integram suam portionem de castello et curte de Vertine”.

Nel secolo XI come attestano documenti dell’epoca, il castello divenne feudo dei Ricasoli e sul finire del secolo XII entrò a far parte del territorio fiorentino.

Nel 1260 fu d’aiuto e rifugio per i fiorentini durante e dopo la battaglia del 4 settembre che ebbe luogo a Montaperti sull’Arbia.

Nel 1352, si rifugiarono in Vertine i nipoti di Ranieri Ricasoli, pievano di San Polo in Rosso, posti al bando dal Governo di Firenze.

Il castello fu uno dei pochi risparmiati dagli Aragonesi durante le due invasioni del Chianti, Vertine fu anzi scelto in entrambe le occasioni quale sede provvisoria del Commissario del Governo Fiorentino. Nel 1972, dopo secoli di abbandono, Alberto Bruschi di Grassina, antiquario fiorentino, restaurava”.

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I Promessi sposi di Alessandro Rigacci al Teatro Alfieri

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Liberamente ispirato dal capolavoro di Alessandro Manzoni, una versione del famoso “Matrimonio che non s’ha da fare” riveduta e corretta in chiave brillante da Alessandro Rigacci.
Gli avanti con gli anni, ricorderanno certamente lo stupendo sceneggiato televisivo in bianco e nero diretto da Sandro Bolchi con Nino Castelnuovo e Paola Pitagora, nei panni di Renzo e Lucia, Tino Carraro, nei panni di Don Abbondio, Luigi Vannucchi, in quelli di Don Rodrigo e poi Massimo Girotti, Lea Massari, Salvo Randone, Mario Feliciani, Lino Troisi, Glauco Onorato, il meglio del meglio degli attori italiani di sempre.
Poi la versione del 1989, diretta da Salvatore Nocita, anche questa con un cast imponente: Alberto Sordi, Franco Nero, Burt Lancaster, Dario Fo, Valentina Cortese, Renzo Montagnani, Giampiero Albertini, Fernando Rey, Leopoldo Trieste, Flavio Bucci, Paolo Bonacelli, Sergio Fiorentini, Camillo Milli, Martine Brochard.

A seguire, la versione parodistica del trio Marchesini-Solenghi-Lopez, in cui si segnala la venditrice di unguenti contro la peste, Wanna Marchi, per chi se la fosse persa.

Un libro che negli anni della scuola ha fatto annoiare generazioni di studenti, ma che in età adulta vale la pena riprendere in mano e con il senno dell’esperienza di vita acquisita, mette in luce ciò che siamo realmente come paese, da dove veniamo e probabilmente andremo.
E’ certo che la versione dei Promessi Sposi di Alessandro Rigacci, sarà fedele al romanzo, ma in una versione più brillante dell’originale, tanto è vero che Alessandro Manzoni, mentre componeva la sua opera, pare avesse costantemente un pisano a bussare alla porta.

Sabato 4 marzo ore 21.30, Teatro Alfieri di Castelnuovo Berardenga info e prenotazioni 3397014393 – 3408688154 Fonte: Il CittadinoIl Gazzettino del Chianti

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Romanticismo campagnolo

Si è nella vita, l’impronta dei luoghi che si frequentano o dove si è nati, cumulati con le persone che si hanno intorno e i maestri di scuola, che negli anni della fanciullezza, possono determinare l’essenza dell’andare e il formarsi di uno spirito critico, osservatore, poetico, rispettoso.
Nelle tegole della Villa a Sesta, sono scritte frasi di personaggi celebri e illustri, una di queste è di Totò, ovvero Antonio De Curtis: ” Perdere chi non conosce rispetto è un grandissimo guadagno”.
Silente, sincera, in punta di sbocciare alla primavera, la Rondine che vola sopra la Berardenga.

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La bellezza del moro/gelso

moro gelso

Il moro, morus o gelso è una delle piante tipiche toscane, in quanto ogni podere ne possedeva almeno un paio, complice la vigorosità con cui crescevano, e la bontà dei loro frutti. Se volete un albero ideale bello e che faccia ombra scegliete un gelso, in più la varietà platanifolia è adatta anche per essere “domata”, attraverso stecche di legno oppure  mediante potature adeguate, creando suggestive pergole naturali.

Questi alberi, sono a foglia caduca, interessanti, per le tonalità dei verdi e dei gialli del loro fogliame  a forma di cuore, che per i frutti commestibili, rustici, resistenti al mare e all’inquinamento.

La varietà ALBA, detta anche gelso bianco, ha frutti bianchi o rosati, mentre il NIGRA, detto gelso nero produce frutti rosso vivo. La specie ALBA PENDULA detta anche gelso piangente, si ottiene innestando la varietà alba. Dal punto d’innesto, i rami spiovono numerosi, sottili e aderenti al fusto, e in poco tempo arrivano al suolo. Poi abbiamo il moro alba Laciniata e il Kagayamae che però è sterile.

La varietà PLATANIFOLIA, è sempre ottenuta tramite innesto, ma in questo caso i rami si inclinano verso l’alto, andando a formare una larghissima chioma arrotondata. A differenza delle altre varietà, che presentano foglie piccole, il grandiflora ha foglie grandi, palmate, molto ornamentali.

Il gelso si impiega isolato, è adatto a formare pergole e viali alberati.

Come potare l’albero di gelso? Ecco passo dopo passo le fasi della potatura. Fonte: La Finestra di Stefania.

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