Anemoni, i fiori dei venti zefiro e borea

“Nella mitologia greca, Anemone era un’affascinante ninfa. Di lei si erano innamorati due venti: Zefiro, che soffia in primavera e Borea, freddo di tramontana.

I due, nella lotta per contendersi l’amata, scatenarono bufere e tempeste, facendo arrabbiare Flora (Dea della vegetazione) che, ingelosita, scagliò un incantesimo su Anemone, trasformandola in un fiore e legandola ai suoi spasimanti per sempre.

La corte di Zefiro, delicato vento di primavera, l’avrebbe fatta schiudere; mentre le carezze di Borea, vento freddo, l’avrebbe portata a disperdere precocemente i petali. Secondo la leggenda, per questa ragione è un fiore di breve durata.

Il suo significato latino “soffio vitale”, richiama proprio il suo carattere effimero”.
Nella nascita di Venere del Botticelli, il vento Zefiro, che spira da sinistra, smuove una tormenta di anemoni, mentre la bellezza nasce dalla conchiglia.
In pratica, un prato nelle immediate vicinanze di Vertine.

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Ovosodo a Livorno

L’acciaieria è chiusa da tempo, ma Piero Mansani si alza ugualmente dieci minuti prima delle sette e la prima cosa che vedono i suoi occhi al risveglio è il tenero sorriso di sua moglie, Susy Susini, che gli schiocca un bacio e immediatamente dopo inizia a preparare la colazione, momento di raccolta familiare, che diventa una festa, quando è presente la figlia, che ha appena compiuto 23 anni e frequente la facoltà di lettere all’università.

Poco dopo le otto esce di casa per non assistere ai programmi televisi del mattino e fa una visita al solito barre dove scorre velocemente i titoli dei giornali sopra il congelatore dei gelati, di quelli con i due sportelli, come erano una volta.

Un caffè, qualche battuta sempre più fiacca sui tempi e lentamente, a volte salendo, a volte spingendo la bicicletta, arriva fino alla terrazza Mascagni, dove gabbiani sfuggevoli, coppie di ragazzi si baciano, nonne strafatte di ponci, commentano il gioco delle identità che la televisione apparecchia ogni sera.
Si fa immediatamente più in là e guarda l’orizzonte che ha perso l’aureola del sogno e si fa quasi toccare, come se il mare lo volesse buttare su quei pochi sassi messi a protezione dalla terrazza e disfarlo.

E’ un ciondolare fra i pensieri, fra le nostalgie, fra una città ancora viva, rispetto a tante altre, ma che i tempi hanno anestetizzato e riempito le persone di una rabbia senza fine e senza alcuna logica.
Arriva ai fossi, gira intorno la sede del Vernacoliere, vede i ragazzi di una scuola discutere sullo stato delle cose e si rivede come era.
La nostalgia si fa pregna di pensieri e sentimenti, con Susy, da giovani non smettevano mai di sognare, e al chiuso di casa dopo cena, nel limite del possibile sognano l’indispensabile per non finire come tanti a passare i sabati dentro i supermercati.
Con una figlia bella, che studia lettere e ha una mente vulcanica di idee per il futuro, non si vogliono far trovare spiazzati e reduci di non sanno neanche loro di cosa.

La camminata o il giro in bicicletta, spesso portano senza saperlo verso un teatro, che ai suoi tempi lo era ancora, ma ora è un deposito con qualche conca di limoni messa dentro.

Fuori una bandiera stinta, che ricorda un giorno di quasi cento anni fa con un sogno e un pensiero di riscatto e dignità per quanti una firma su un foglio non la sapevano fare, per quanti le giornate di lavoro erano infinite e le gratificazioni punte.
A Piero risuonano spesso in testa le parole di sua figlia:” Ovunque ci sia un’ingiustizia o qualcuno calpestato, il sogno riprende il suo cammino e le persone ritornano a splendere”.

Quando torna a casa l’umore è arzillo. Il cacciucco della Susy e un suo bacino, lo rirendono cardiologicamente energico cercatore di pane e tulipani.

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La valle dei pruni fioriti

Un fosso che raccoglie le acque piovane – sempre più rare – e le acque sorgive, che un tempo, quando le case ne erano ancora sprovviste, venivano incanalate in pozze per l’uso agricolo, per bagnare orti, tenere a bagno i salci, avere una riserva per fare i trattamenti alle viti a calce e ramato.

Ora queste acque rappozzano solo in piccola parte lungo il percorso che le porta al borro delle Piana, ma in questa breve sosta, rafforzano il crescere di una macchia di pruni lungo le sponde, ricoperte di un candore profumato di fiori e di api impazzite.

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La sorella del Luca Cava in piazza Salimbeni

La Jolanda Cava -sorella maggiore del Luca omonimo di San Gusmè- trascorre alcuni periodi di riflessione in piazza Salimbeni, sotto lo sguardo malinconico di Sallustio (Bandini), in quella forma immobile e con lo sguardo basso e inquieto di un monaco contabile, che mai si è rifatto gli occhi come in questo momento.

E’ dal lontano 1472 (come da felpa mussariana) che lo sguardo si perde nei conti e nel vuoto, mentre in questo momento Sallustio se lo riempie con  mele, di una madama in posa regale, in procinto di azotare l’orto, come il famoso fratello con il cappello posto davanti i gioielli di famiglia, all’entrata del borgo berardengo.
La Jolanda, invece non presenta veli, solo un sombrero di paglia in testa, e uno scroscio che alimenta ironici accostamenti.

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Vezio Lusini, novant’anni a San Gusmè

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Una grande torta di panna con sopra novanta candeline e un’opera di ceramica, donato dalle persone del borgo, che insieme hanno festeggiato il sarto, l’amico, il custode della chiesa della Compagnia e di tutti i suoi magnifici cimeli.
Una presenza discreta, lucida e cordiale quella di Vezio, inconfondibile figura sempre di corsa fra le vie di San Gusmè per un vestito da finire, una tovaglia d’altare da stirare, o per aprire la chiesa alla visita dei tanti turisti che amorevolmente accompagna di fronte alla preziosa Annunciazione di Pietro Sorri, altro concittadino illustre.

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Il nuovo eliporto di Vertine

A Gaiole in Chianti, c’è un campo sportivo che ben si adatta all’atterraggio degli elicotteri di soccorso, dei mezzi delle forze dell’ordine, cosi’ come dei Vigili del Fuoco o dei  privati, che – per affari o per turismo -, vogliono vedere le meraviglie di questa bella porzione di
Chianti a volo d’uccello.
Il magnifico castello di Vertine dista meno di due chilometri da tale pista di atterraggio, troppi, evidentemente, cosi’ stona non poco il fatto che venga realizzata in gran fretta e poca carta, una pista d’atterraggio a poca distanza dal borgo, per portare in giro per aria gli ospiti di un’attività ricettiva, che ha sacrificato diverse piante d’ulivo, per la realizzazione di uno spazio di  atterraggio e di decollo in un contesto che pare dipinto da un pittore di gran mano, per il solo scopo di portare qualche turista in giro, folgorato dalla suggestione di film come “Sotto il sole della Toscana”, a cui pare di essere in un mondo romanzato e fiabesco, in cui si possono  sbizzarrire ad esaudire tutti i loro infiniti capricci. A tal scopo, sono stati annientati una ventina di ulivi, per assecondare le esigenze dei capricciosi e per la “valorizzazione del luogo”, che non aspettava altro, da secoli.

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Il compleanno di Vasco

vasco di vertine (23)

Da quando è nato, non ha perso un giorno, e lo ha trascorso impastando cemento, la vanga nell’orto, il dragoncello con le acciughe, potando viti e raccogliendo uva, stendendola sulle stuoie per appassirla, cavare il vinsanto, tagliare scarpe per metterci le forbici, vincere spalle giocando a carte o meglio, giocando a bocce, coltivare zucche, girare il mondo con la bicicletta, arrivando stremato in cima al Monte Sante Marie e volando in terra.

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I rami di tramonto nelle querce

Pastelli della sera che penetrano fra i rami spogli delle querce e ne amplificano le ombre come capillari partigiani dell’essere, non contaminati dalla bramosia ossessiva dell’avere.
Fusa quasi notturne del mese di febbraio.

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I seicento anni della Fonte Gaia di Jacopo della Quercia

Giornata Mondiale dell’acqua e, cosa non di poco conto, il compleanno della Fonte Gaia originale, scolpita da Jacopo della Quercia, tolta da Piazza del Campo e portata alla Loggia del Palazzo Comunale e di seguito all’antico ospedale del Santa Maria della Scala nel 1868, sostituita dall’attuiale fonte del magistrale scultore Tito Sarrocchi.

Seicento anni, scolpiti nel marmo della Montagnola, che ha il difetto di non reggere le intemperie delle stagioni e deteriorarsi, ma il pregio di preservare quel cesello di artista che nella pietra modella volti, sfalci di ghirlande, animali, che sono e saranno un impatto vibrante per una pietra dura (ma nontroppo) che prende la forma di una cardiaca opera d’arte nella culla di Siena.

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Romanticamente Pacina

Chiamale emozioni, brivido di bellezza che ha per pennino un vomere, un solco nei secoli tracciato da una forza di muscoli, di bovi, di cavalli a motore che bruciano poca biada ma tanto gasolio agricolo.
Eppure al tatto degli occhi, nessuna differenza si scorge da chi ha visto questo vestito nei tempi di saio, di panno, di canapa, di fustagno, velluto, jeans  o micro fibra.

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