Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Se il Giro d’Italia, un domani dovesse passare di qui, il distacco fra il primo e gli altri si potrebbe misurare nell’arco di diversi giorni, perchè i primi, supportati da ansia di vittoria, non perderebbero tempo a guardarsi intorno, mentre gli altri, soavemente, metterebbero la bicicletta a bordo strada o in un fossetto e starebbero ore a contemplare ciò che il mare ha lasciato, l’uomo ha scolpito, il vento impollina, la rondine vola.
Una cicca sospesa a mezz’aria, gustata nel fresco della sera, e non gettata per terra, come soventemente avviene, per la giocosa fantasia di chi l’ha fumata.
Nella panchina, avrebbero dovuto esserci due stecche di legno per meglio sedere, ma non essendoci, i fori delle viti di fermo, sono perfetti per farne un portacenere.
L’ex Arcivescovo di Siena Antonio Buoncristiani, (si legge nella sua biografia pubblicata sul sito della diocesi), ha presieduto per conto della Conferenza Episcopale Italiana il comitato betoniere e cemento che tradotto sta a dire il Comitato per l’Edilizia di Culto.
Culto forse del cemento, ma non del restauro per quanto riguarda lo stato della Pieve di San Giovanni Battista a Pievasciata, nel comune di Castelnuovo Berardenga.
Edificio millenario (i cui tetti sono in parte appoggiati nei pavimenti), è possibile entrarvi per devoti dell’arte, ma anche per malintenzionati, mentre edera e abbandono, hanno il sopravvento su tutto.
Nella speranza, che il nuovo Arcivescovo di Siena, Augusto Paolo Lojudice, accolga il grido di dolore dei travicelli e opere di questa Pieve, ricadente sotto la sua diocesi.
Vasco, pochi anni indietro, ha ricevuto una piacevole e pesante eredità da preservare e da tramandare nel tempo: delle conche di terracotta, piene di ortensie che hanno un’età ampia e indefinita.
Piante che aveva una signora milanese piombata nel Chianti, o meglio, a Vertine, più di cinquanta anni indietro, con il marito, (Sandro) un Alfa senza coperchio d’estate e un bassotto di nome Vincenzo.
Cristina adorava il paesello la sua gente normale nel suo vivere quotidiano, essendo e non avando, queste ortensi che cura il Pipa, sono un suo pregiato ricordo, sono il culmine che mettono le persone di Vertine nel fare le cose che hanno un senso coniugato all’ essere.
Niente di tutto quello che è un rito cadenzato con la precisione di un orologio, avviene oggi, in una Piazza del Campo priva di impronte di cavalli lasciate sul tufo.
Saggia decisione quella di rimandare a tempi migliori lo svoglimento dei due Palii dell’annata in corso, in un contesto in cui la piazza, la gioia, l’abbraccio, il contatto nella chiesa di Provenzano nel ringraziamento alla Vergine per la vittoria, sono parte essenziale di quanto sta avvenendo e delle emozioni del momento.
Come le soste improvvise (fortunatamente stavolta, non ci sono guerre in corso) potrebbe essere il momento di una riflessione serena sui tempi e sul modo di stare insieme.
Al netto della nostalgia da tufo che vola telefonicamente per la città, ma alle brutte, potrà esserci una giornata di mare a Follonica, senza che la stazione e la basilica dell’Osservanza, siano prese di mira dai bombardieri alleati.
Ha cambiato posizione, ora è fissa nella parte opposta di Piazza Marconi, ancora pochi metri e potrebbe centrare nettamente in pieno le strisce del parcheggio al posto di quelle del passaggio pedonale.
Ma di questa presenza confortevole e fissa non si riesce a farne a meno, tanto che, certi del suo essere murata perennemente lì, si sta pensando, per il periodo estivo, di utilizzare la Seicento rossa come Ufficio Turistico e punto informativo per i turisti che passeranno da Castelnuovo.
Dopo essere il punto di raccolta dei lucchetti dell’amore, centro di smistamento per le mascherine e diventata casina dell’acqua, il suo alto valore simbolico e sociale, aumenta a tutte le ore, con l’ armoniosa e lieta presenza al centro di una piazza, che diventa il punto di riferimento per un’intera comunità.
Ci sono poche cose assordanti come il silenzio, arrabbiato come una fetta di libeccio e scuro come il grano maturo con le barbe nel grigio della terra di creta, rubata al mare, alle alghe, al navigare, resa feconda dalla presenza di pecore, ingentilita dalla striscia gialla di girasoli, sinonimo di occhiali di intensa bellezza.
Nelle stanze di quella che avrebbe dovuto essere la sede (prestigiosa) del Consorzio Chianti Classico, c’erano una serie di cartoni accatastati, di cui si era perso il ricordo.
Poi, quando Giuseppe Pollio e Alessandro Boletti, iniziarono a gestire la Casa, (portando un tocco di classe e cortesia, oltre un bel carico di buoni sapori in cucina), videro quelle scatole in disparte, dentro vi trovarono un patrimonio storico non indifferente di vecchie annate, etichette (spesso cadute in disuso) e aziende del territorio chiantigiano, più alcune delle valli della Pesa e dell’Elsa.
Un ripiano apposito è riservato alle bottiglie antenate dei Vignaioli di Radda, da notare una bottiglia ottocentesca di Vignavecchia, di proprietà della famiglia Beccari.
Altre belle bottiglie, Pagliarese, lo Sprugnaccio, San Donato in Perano.
Alla ricerca di spazi non contaminati dal ritorno alla normalità, che tutto è fuorchè normale, se non piglia il verso di capire che un rapporto naturale più in disparte con quella parte di mondo frenetica, ossessiva, possessiva, che crea solo ansie e ferite, si sterilizza anche con una tovaglia a quadri bianchi e rossi, messa sopra l’erba secca tagliata e secca di un’oliveta con vista quanto basta.