Le castagne di Nusenna

Il signore dei gatti (che si occupava di taglio del bosco) ha il gusto della conversazione e dell’ospitalità (che sono andate un po’ in disuso) e dalle disquisizioni sul numero dei gatti al resto del mondo con l’invito a bere insieme un bicchiere di vino, il passo è breve.
Frazione geograficamente ai margini, ma nella bacheca si scorge una riunione con la presenza del sindaco per dare inizio alla Pro – Loco, nei locali del circolo in disuso che prima ancora era una scuola. Segno di presenza e attenzione.
Un ristorante di cui tutti parlano solo bene, qualcuno proveniente dal basso borro che ha ancora le caratteristiche poco ospitali della Buca, qualche sognatore che tiene nell’orto di casa una barca come accade a Vertine.
Più avanti la cura dei castagni, il taglio, il punto di innesto, il rigoglio del ramo nuovo si impenna per aria e si riempie di ricci, un giardino che d’ottobre diventa una padella forata dentro le braci del camino.
Il punto panoramico, la torre di Galatrona, il Valdarno sottostante che delle colline hanno il garbo di parare. Un materasso, un box da bambino, tanti pancali buttati lì sotto.
Segno che la civiltà dell’ignoranza arriva capillarmente anche nei punti più intrepidi.

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Il Natale di Francesca Ciancio

Un impasto di terra vulcanica e scorza d’arancia, fichi d’india, rumore del mare, granita e vento nei capelli, sensibilità alle foglie, tepore di battiti cardiaci.
Caffè appena uscito che riempie l’ambiente, fragranza olfattiva di buccia d’uva rossa in macerazione alcolica, pensieri e pagine sottolineate che aguzzano il sogno.

Niente oro, incenso e mirra, niente riscaldamento a fiati nella paglia del comodo giaciglio, perchè non è dicembre, ma grano d’agosto.
Un piccolo ventilatore, un articolo ancora da scrivere, due gocce di essenza di lavanda con la pioggia che rimbalza sui tetti, druscia nelle foglie ancora verdi, accarezza le guance e le braccia, raggi porpora di un avvenire intenso.

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Il rione Castello al castello di Vertine

Quando il Rione Castello si muove, si porta dietro le infiltrazioni acquatiche del sottosuolo che si dispersono per i magazzini sottostanti e li riversa per buoni dieci minuti dal cielo, nell’istante esatto in cui le salsicce sono cotte a puntino.
Ne viene fuori un attimo di scoramento e di voglia di andare via, solo che a breve si rifà aria, si levano le tovaglie intinte, timidamente si inizia a sedersi e le pietanze riscaldano l’ambiente prima di servire la grigliata.
Ci sono amarcord, spicchi di un passato lontano che riaffiorano in chi è nato da queste parti e rivede volti dell’infanzia condivisa e da allora mai più rivista.
Frizzina che dal mare chiama per salutare, chi, con i nipoti in braccio assaggia i dolci, prende un caffè, sorseggia un vinsanto e si mescola fra entità vicine e lontane, ma di certo, nello spirito che contraddice sempre il genere umano che fa tappa a Vertine.

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Charles Szymkowicz, l’arcivescovo Buoncristiani, le cosce di monaca e l’espressionismo alle trifore

Mentre l’arcivescovo Buoncristiani assisteva al trionfo della Lupa dalle bifore, succiando cosce di monaca (susine) masticandole delicatamente per trarne piacevole dolcezza per la seduta nella retta via, il pittore Charles Szymkowicz, assisteva rapito dalla magia del corteo storico e alla Carriera, dalle trifore di Palazzo Pubblico.
I quindici minuti di celebrità ricevuti dall’arcivescovo per la non benedizione del Palio, non hanno minimamente intaccato i festeggiamenti, ma hanno donato all’autore un’aureola di immortalità nell’olimpo degli artisti del Palio di Siena.

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Palio 16 agosto 2018: Lupa per forza e per amore

Dopo ieri, l’Istrice è una Contrada come destinata all’estinzione, per il Cappotto rimediato nel 2016, quando la Lupa vinse sia il Palio di luglio che di agosto, sia per come si è svolto il Palio di ieri, con una vittoria leggendaria della Contrada di Vallerozzi, che partita di rincorsa, al primo San Martino scarta tutti con Gingillo su Porto Alabe e vince il prezioso, quanto contestato Palio di Charles Szymkowicz.

Pittore belga, affacciato a una trifora di Piazza del Campo, a godersi la meraviglia del Palio,  arcivescovo affacciato a una trifora della sua “umile dimora”, che timidamente in disparte, si guarda la gioia del Drappellone che non ha benedetto, vinto dai lupaioli.
Ha così avuto un quarto d’ora di celebrità e subito dopo si ritira per una bella cenetta nel palazzo arcivescovile, curata da cuoche monache stellate.
La gioia incontenibile si trasferisce nel duomo per il Te Deum alla Madonna e poi bianco e nero sventolato al cielo, tamburi, Anna Piperato, che cura dei servizi sul Palio per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, scomparsa nella gioia lupacchiotta.
Damigiane, brindisi, sorrisi e la campanina che suona per tutta la notte.

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Il cippo in ricordo di Artemio Franchi

Una stele dorata posta sulla via Lauretana, in corrispondenza della curva che pose fine alla vita di Artemio Franchi, dirigente sportivo e capitano della Contrada della Torre, lì in zona per parlare con un grande fantino di Vescona.

Era il 1983, la memoria nelle Contrade pare sia alla base dell’essere e dell’esistenza.
In quel paesaggio da fiaba delle Crete Senesi, quel monumento in memoria, brilla alla luce del sole nel risvolto dell’oro, ma il fazzoletto della Contrada è una stoffa sbiadita, leggibile appena da chi ha una cognizione di storia o dei colori di Siena.

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Il giro della Contrada del Nicchio con un pensiero per Genova

L’informazione è secca, essenziale, scarna, privi di fronzoli, che evita di chiedere al Presidente del Consiglio, (prontamente giunto a Genova dopo la tragedia) che cosa ha provato nel vedere il disastro e le sue vittime.
Il Palio è sinonimo di gioia e di dolore, le sue bandiere accompagnano lacrime e sorrisi che sono aspetti della vita e delle sue asperità.
Il suono dei tamburi, lo sventolare delle bandiere che affiancano momenti di estasi e di tristezza, forse sono il modo migliore per stringere il dolore.
Il rosso del corallo, il blu della notte, una conchiglia del mare che sta di fronte a Genova.

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Le stelle cadenti di San Gusmè

Una strada in leggera ascesa nel buio della notte, permette la visione perfetta di ogni frazione di stella appollaiata per aria in cerca, inevitabile, della stella infinitamente più preziosa, mentre alcune colleghe le cadono intorno.
Una panchina rinfrescata dalla brezza, in tralice alla piazza, in cui si poggia un gatto flemmatico grigio e bianco che parte di fusa e qualche graffio.
Dal cielo si staccano pezzi di stelle, mentre le botteghe rimettono a posto, altri siedono davanti al circolo, i ragazzi giocano a carte, alcuni più grandi giocano nelle tenebre del parcheggio ai piaceri della vita.

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La lucertola di Fabio Zacchei

la lucertola di fabio zacchei

Sono 400 le ore di vita usate per la realizzazione di questa magnifica lucertola apposta in un muro non all’altezza dell’amore e dell’estro artistico dell’autore.

Quando si parla delle opere di Fabio Zacchei bisogna meravigliarsi e ripetersi in maniera costante su come la natura sia fonte d’ispirazione e di come la sensibilità dell’autore si traduca con la forgia di forme snelle e sinuose realizzate con una materia prima non facile come il ferro.
Le sue mani traducono pensieri in forma armonica e compiuta: la lucertola, sin nelle pieghe degli arti, sembra si arrampichi in verticale e si tormenti dei possibili predatori: speriamo non ci sia un gatto, speriamo di non incrociare un geometra biondo.

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Il Palio di Charles Szymkowicz

Foto Lensini Drappellone

Non è garbato parecchio il Palio dipinto da Charles Szymkowicz, pittore belga, dal cognome come uno scioglilingua, chiaramente di origine polacca.
I colori sgargianti fanno da contraltare alla pochezza svagata della Madonna, che a seconda di stimati professori, “Pare la figliola di Fantozzi”, mentre in realtà assomiglia più a un’adolescente magra appena svegliata.

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