Golf, reperto fossile della Berardenga

I primi turisti sono già passati al Museo del Paesaggio per chiedere informazioni su come e dove vedere il reperto più famoso della Berardenga, lasciando gli addetti sgomenti di note e plausibili argomenti.
Le buone, cattive  abitudini di marca tedesca, che hanno reso la Berardenga famosa nel mondo,  si possono trovare ovunque nell’area del centro storico priva di strisce di sosta,  esempio e vanto di un territorio che ai problemi risponde eludendoli
Poi, quando un’ambulanza per un’urgenza deve entrare o passare, la Golf, si oppone in maniera incivilmente quasi permanente.

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Lo scasso per una vigna nuova

La scorsa volte, si era nel 1970, lo scasso per smuovere e spezzare lo scoglio di alberese dove poi andare a mettere a dimora le viti, venne fatto con la dinamite e poi una mega ruspa con il ripper che spaccava sotto terra il sasso che poteva.
Altri tempi, altra teconologia si è affinata, altra professionalità specializzata nello scasso e nella preparazione e messa in opera dei vigneti.
L’Agrichianti è all’avanguarda del settore e in questo momento sta rimettendo in ordine un pezzo di terreno che ha sempre dato un vino splendido da radici ben piantate nel raffinato galestrino arido nei pressi di Vertine.

A breve il livellamento, la spianatura della terra superficiale e buona tenuta da parte e la tanto attesa piantatura delle viti tradizionali e senza antani.

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Chianti sublime: il Colle di San Marcellino

Piccino, ermetico, essenziale, ma soprattutto intatto nell’essenzialità funzionale alla ruralità come lo era un tempo.
Per chi cerca immagine di come poteva essere architettonicamente e paesaggisticamente il Chianti, prima della grande abbuffata, il Colle è il posto adatto, poco dopo la Pieve di San Marcellino, poco oltre l’abitato di Monti.

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Salatura e massaggio del prosciutto

L’inverno è ora, da secoli, il momento più adatto per la lavorazione e trasformazione delle carni per la loro conservazione e per sua eccellenza il prosciutto.
Pentolino con un paio di litri di aceto di quello vero bianco e agghiacciante con dentro qualche rametto di ramerino e un bel capone d’aglio tritato grossolanamente e messi a scaldare ma senza bollire.

In una tinozza, massaggio sanificante con la soluzione di aceto caldo e erbe, un po’ di riposo e l’allestimento di un piano leggermente inclinato su cui va sale, su cui si mette il prosciutto e poi si ricopre di sale.

La temperatura dell’ambiente, se oltre i sei gradi, consente un assorbimento più veloce del sale, minore è la temperatura, più lenta è la penetrazione.
Il prosciutto 15/17 giorni sotto sale, (più o meno un giorno per chilo di peso) dopo qualche ora di ammollo per sciogliere e tirar via il sale superficiale, una bella lavata di vino, coscio fatto asciugare con calma, poi copertura di pepe e appeso per mesi.

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Di mimosa fiorita

La natura si accondiscende e non si perseguita, volendo un giorno arrivare a capire il senso e l’essenza di un arguto modo di andare.
Ma al netto del fracasso che ha intorno, la mimosa fiorisce, poco dopo il mandorlo, anche se con il rischio di lasciarci le penne per qualche impennata di gelo:
Ma ha troppa voglia di ostrarsi, per rasserenare gli animi e per essere portata in dono a chi, inizia a capire.

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Il volpe di Vertine

volpe-di-vertine

Non si cura molto degli sguardi residenti, quei pochi gatti a due zampe e quei più molti a quattro a cui contende i croccantini recando in cambio un ricordino azotato.
I cinghiali prendono possesso del paese all’imbrunire, il volpe, ci scorrazza tutto il giorno.

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Pagliarese vino aristocratico che rifiuta l’acqua e il freddo

“Nei pressi di San Gusmè, borgo di antica costruzione, già dominio della casa sveva (vi soggiornò anche Federico Barbarossa)passato poi sotto il dominio di Guido di Val Cortese e poi centro di contrasti fra senesi e fiorentini, si trova la Fattoria dei Pagliaresi, che ha il suo centro direzionale su un vecchio cassero senese eretto nel 1200 dalla Repubblica di Siena, per contrastare le scorribande fiorentine.

Nel 1214, Guido di Val Cortese, comprò con altre terre anche Pagliarese, affidandone la difesa a un proprio valvassore: Jacopo che assumerà poi per se e per i suoi discendenti il nome di Pagliaresi.
Nel 1253 troviamo un Leonardo dei Pagliaresi nel Governo dei 24 signori di Siena e poi, nel 1337, un Giovanni da Pagliarese, viene nominato Vescovo di Massa Marittima.

Jacopo, quindi viene nominato come ambasciatore alla corte di re Manfredi, in nome e per conto della Repubblica Senese.
Rientrando a Siena, dopo un lungo soggiorno in Francia, Guidobaldo da Pagliarese, iniziò, nelle sue terre, la coltivazione della vite secondo i metodi francesi.
Anche oggi, mentore della tradizione, il vino di Pagliarese è un vino che basta a se stesso, un vino da intenditori che va bevuto a temperatura ambiente.
Il vino di Pagliarese è prodotto in quantità limitate (gli ettari a vigneto sono circa 15) secondo una regola che respinge le nuove tecniche, e viene invecchiato per almeno tre anni nelle cantine, che hanno una capacità di 2300 Hl.
Il Chianti di Pagliarese appartiene alla vera aristocrazia dei vini che rifiuta l’acqua e il freddo in quanto non desidera imbrancarsi con le cattive compagnie.”

Enrico Bosi, Atlante del Chianti Classico, Sansoni Editore 1972

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L’arte dei manifesti strappati

Molte persone appassionate d’arte, a questo punto, potrebbero immaginare si tratti di un articolo incentrato sulla figura di Mimmo Rotella, ideatore e fautore dell’arte dei manifesti strappati, invece, siccome l’arte è un processo di inventiva inarrestabile, le conseguenze della vita e dei tempi molesti, mettono in scena un altro tipo di espressione artistica che altro non è che l’arte dei manifesti mai messi.
Teatri, cinema, spettacoli, concerti annientati, cartellonistica commerciale assente, per cui, sugli spazi della pubblica affissione rimangono solo i resti.
Di affissi restano solo gli annunci mortuari, che si intonano con l’agonia estrema della cultura, della civiltà, della politica, sotto la dittatura della finanza.
E quei manifesti in parte sfatti dalle intemperie, in parte da chi passa, compongono tagli di comunicazione diversa che si sovrappone e da vita a un movimento artistico fatto solo di immaginazione e non arrendevolezza a questo mondo di stracci.

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Una cartolina di Vertine spedita nel 1903

vertine cartolina del 1903 (1)

Il 10 luglio del 1903, l’impiegato dell’Ufficio Postale di Gaiole, annulla il francobollo della cartolina in oggetto, destinata a Roma, per Sua Eccellenza Monsignor Bartolmeo Grassi Landi, noto musicologo di fine ‘800.
La invia don Antonio Beni, all’epoca prete della chiesa di San Bartolomeo a Vertine.
Molte,  le cose che divergono dall’esistente: non esisteva il Parco con il Monumento ai Caduti della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, non esisteva la pista da ballo, creata nel secondo dopo guerra, con il casotto per l’orchestra.
Non esisteva la strada comunale che collega con il capoluogo, inaugurata intorno al 1935, il muro che costeggia i campi di olivi giungeva quasi fino all’ingresso del paese.
Nell’orto del prete, allora si scorgevano filari di viti (dove perirono cinque persone e ci furono quindici feriti per un cannoneggiamento tedesco), dove adesso, fra la chiesa e la torre dell’anno Mille, è situata, da alcuni anni, una potente vasca idromassaggio.

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Fiocchi di neve bionda a Vertine

Estasi di granella sotto ai piedi e pista di pattinaggio in piazza della chiesa, tanto che, anche i cani più smaniosi iniziano a slittare nello stesso posto come in un cartone animato.
Al primo albeggiare il silenzio di quando nevica interrotto dalle racchette e dai passi di una gradevole, eminente, brezza legale, agile di daina fattura.
E tutto quel che è bello lo si quadruplica in valore, di intensità di silenzio, di apparente calma di quercia nel camino.

E quel suono di arpa impercettibile che l’andare, arzilla pernice bionda, si posa e vola, scuotendo la neve dalle gronde, divertita.

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