Edera albina

edera albina

Ritiene che non ha bisogno di clorofilla per vivere e tira avanti da posizione disagiata, umida e buia sotto una grande pianta e a ridosso di un muro, dove sia la siccità che la luce è difficile arrivino.Difficile trovare questa pianta all’aperto, priva di colorazione.

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La mansarda di foratoni di Pienza

mansarda foratoni pienza

Pienza, il cui centro storico è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco nel 1996, la città ideale fortemente voluta da Enea Silvio Piccolomini, in arte Pio II, che commissionò al famoso architetto Bernardo Rossellino la realizzazione di questa armonia di edifici, in mezzo all’armonia della campagna circostante, declamata da fiori di poeti, uno per tutti, Mario Luzi.
In tutta questa armonia, è esaltante il faccia a vista di un edificio rialzato a foratoni.

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La rosa puntigliosa

rosa di vertine

Non è per pavidità e neanche indolenza se la barca si avvia a una deriva verso l’orizzonte e i piedi si poggiano fortemente in uno spazio minimo nel quale raggio, potrebbero cadere i petali di una rosa sempre fresca e puntigliosa, ma non cascano, per volontà d’animo, forza interiore, bellezza di un raffinato umorismo, bassezza in altezza e un volto di rondine radiosa se sorride.

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Il trekking urbano di Siena sul Tg2

Il trekking urbano nasce da una geniale idea dell’allora Assessore al Turismo del Comune di Siena, Donatella Cinelli Colombini e subito riscuote un grande successo di partecipanti, attirati da un modo lento e diverso di vedere la città, accompagnato dalle valenti guide dell’AGT locale.
L’iniziativa raccoglie un così vasto consenso che si espande perfino fuori le mura e viene raccolta anche in altre città, come modo di vedere quanto di bello ci circonda nel quotidiano andare.
Anche il Tg2 si accorge di questa valente iniziativa e manda all’ultima edizione del trekking senese una troupe a documentare la giornata, con interviste ai partecipanti e alla presidente delle guide dell”AGT Cecilia Mostradini.
Il servizio è andato in onda ieri nella rubrica Costume e Società.

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Elicottero, Ferrari e Sidol

Per turismo di classe si intende il noleggio di un furgone nero con conducente per farsi portare (ma soprattutto, riportare) al ristorante lontano “ben” cinquecento metri dalla branda e dal divano di sazio riferimento, onde evitare di perdersi nelle tenebre per vie traverse e farsi centrare la chiave nella serratura.
Il personale di servizio, invece inganna l’attesa pulendo con il sidol le maniglie dorate dell’elicottero, prima che si alzi in volo per una fritturina di pesce in Versilia, poi, passando il lucido nero da ruote, prende la smania che riempie e sazia: accendere il motore della Ferrari (noleggiata per vederla ferma davanti casa) e tenerla a gas premuto per diversi minuti, nel maestoso, sublime silenzio mattutino della campagna.

Per il personale di servizio, un immedesimarsi nel brillare dei propri padroni, come l’autista del duca che aveva più alto lignaggio dell’autista del barone o del cavaliere.

Queste sono le soddisfazioni che riempiono lo stare inginocchiati una vita.

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La pallottola del tedesco

vertine pallottola tedesco muro pista

Una pietra che geme ruggine per un foro di proiettile tedesco tirato nel muro soprastante la vecchia strada comunale che portava a Vertine.
Nei giorni dell’occupazione nazista del paese, dove i militari tedeschi, sopraffatti dalla noia erano usi svuotare fiaschi e caricatori delle proprie armi su cipressi isolati o semplici muri.
Poi diventarono cattivi: chiusero gli abitanti nelle cantine con la minaccia di dar loro fuoco o farli saltare con le bombe a mano, tremore per l’imminente arrivo dei liberatori alleati.
Che infatti arrivarono (erano neo zelandesi) con i loro carri armati, quando di tedeschi in paese non ce ne era più traccia.
Dalla collina di fronte partì un feroce bombardamento su Vertine: cinque morti, quindici feriti, un dramma nel giorno che doveva essere il più bello, era il 17 luglio del 1944.

Più o meno in quel posto dove perirono quelle persone, non c’è una targa, ma una piscina fra una torre e una chiesa dell’anno Mille. Anno più, anno meno.

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Ultimo tango alla Villa a Sesta

Ai titoli di coda delle foglie sulle piante, che il vento gelido aretino distoglie, che la pioggia fa marcire e ci introduce in quel girone infernale dell’inverno da scavallare, senza danni, il prima possibile.

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La Berardenga è Berardenga, non Chianti

badia a monastero berardenga

Promotori turistici, il Museo del Paesaggio, comunicazioni e enti istituzionali, spesso fanno una gran confusione quando parlano (erroneamente) di Berardenga come se fosse Chianti, nel cui territorio non c’entra storicamente niente.
Da “Le nostre orme: Castelberardengo” un articolo dal titolo “Berardenga da quasi mille anni”che spiega bene come stanno le cose.

“Come sappiamo Berardo fu uno dei figli del conte franco salico Winigis che nell’anno 867 fondò l’Abbazia di San Salvatore e Alessandro a Fontebona come cenobio femminile, ma anche uno dei due rifondatori del monastero (anno 1003) si chiamava Berardo, e così anche il padre, deceduto proprio in quegli anni. In questo inizio del XI° secolo, i documenti del Cartulario riportano ad esempio, l’espressione “ filii di Raineri et Berardi” quando descrivono i successori della stirpe, usando quindi le singole persone. Ma il nome Berardo si ripeterà anche in futuro, al punto da rappresentare un’estensione per la definizione della casata.

E’ nell’anno 1050/1051 che si afferma il collettivo “BERARDINGI” , in questo caso il Cartulario si esprime con “ TERRA BERARDINGORUM” – “TERRA BERARDINGA” come nell’atto 629 che appunto riguardava una compravendita di terre appartenute ai berardenghi e non viene più usato il nome proprio di un pronipote di Winigis.

Nel 1106 il Cartulario e nel 1113 il privilegio di Papa Pasquale II, riportano “ monisterio Berardingo” e “monasterium Berardingorum”, eppure dal 1098 l’ingresso dei padri Camaldolesi che lasciò agli eredi dei fondatori solo un esile “patronato” poteva suggerire altro, invece le fonti già assegnavano al collettivo familiare il nome valido per un’intero territorio.

Non è questa la sede per approfondire l’aspetto dell’esile patronato esercitato dai Berardenghi sull’Abbazia, non decidevano come in passato, ma comunque seppero ricavarne forti benefici in denaro, ma ne parleremo un’altra volta.

Nel 1140 troviamo il primo documento dove si applica il sostantivo in luogo del genitivo plurale fin lì utilizzato, si tratta della carta 77 del Cartulario, dove troviamo “ via publica que dividit inter Reinaldo et alios Berardingos” , la strada pubblica che divide fra Reinaldo e gli altri Berardenghi. Si comincia a distinguere il singolo dall’insieme ed è il segnale che qualcosa stà cambiando nei rapporti interni, ma anche questa è un’altra storia, per il nostro nome “ il dado è tratto” da tempo e agli inizi del Duecento aveva già assunto la forma usuale di Berardenghi, come riportato da un documento del 1219.

Nella città di Siena e negli altri centri,questa terra che oggi è l’ala orientale del Comune, (Monastero e Montalto, Arceno, Campi, San Felice, Orgiale, Valcortese, Guistrigona, Sestano e Ripalta, La Pieve di Pacina, Caspreno, Montaperti e Pancole, Dofana, ma che si addentrava anche nell’oltrarbia, vedi Montechiaro e Vico o nelle Crete con Medane, Mucigliani e Vescona, fino alle prime propaggini aretine di Altaserra (Pieve di Montebenichi) e aree della Pieve di San Vincenti, Monteluco, per tutti, a partire dall’inizio del XII° sec. questa era la Terra Berardenga. Oggi le cose sono cambiate, le aree ai margini acquisite da altri comuni, Castelnuovo ha un territorio ben più vasto da amministrare, ma da quasi MILLE anni siamo la Berardenga”.

Fonte: Le nostre orme Castelberardengo.

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Giulio Gambelli in un libro di Carlo Macchi

Nel feroce anno 2007, usciva, fresco di stampa un libro di Carlo Macchi dedicato al più grande palato e Maestro del Sangiovese che fosse mai sceso sulla terra.
Una persona umile, a tratti schiva, a tratti burlone, integerrimo nel proprio essere un filosofo del Sangiovese, il cui discorso più lungo in pubblico avvenne a una premiazione, dove commosso ebbe a dire “Grazie a tutti”.
Il libro si legge tutto d’un fiato, di sera, accanto al camino, nel primo freddo dell’annata, misto a una grande nostalgia per persone che parlano con le proprie azioni, prima che con le parole che usano con pacata finezza, come i vini di una vita, degustati in piccoli sorsi mentre erano nelle vasche e ben prima che finissero nelle bottiglie, a scrivere pagine intere di fresca beva e piacevolezza.

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Brace d’ulivo, olio novo e il buristo di Violante di Baviera

Vento gelido aretino, ma caro, che continua a segare il viso e di concerto un fuoco accogliente di frasca d’ulivo che riscalda pensieri, fatiche e indolenzimenti, in corrispondenza del fatto che il pane tostato con sopra l’olio nuovo, o il pane che si scalda, con appoggiata sopra una fetta di buristo, pepato all’istante, è una pagina di storia che si interseca con Violante di Baviera.
La nobile donna tedesca, andata in sposa al vigorello Ferdinando de’ Medici, defunto per motivi di letto, la quale si trovò a essere governatrice di Siena, entrata nella storia per la definizione dei territori delle Contrade, ma anche per aver introdotto e coniato suo malgrado, l’uso del termine “buristo“.

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