I melograni di Badia a Monastero

Monastero di San Salvatore a Fontebuona, fondato nell’867 da Winigi (capostipite della famiglia di origina Salica) successivamente detta dei Berardenghi, dal figlio di lui, Berardo.
Per le monache dell’ordine di San Benedetto, sfrattate nel 1810 per la soppressione del convento, sotto la ventata napoleonica.
Nell’orto c’è un maestoso melograno carico di frutti che – se portati via – conferiscono alla lunga mano ortolana di passaggio, la maledizione secolare delle figlie di Maria, ancora irate dall’essere state spedite.
In confronto la maledizione della mela di Adamo e Eva, è poco più di un’indulgenza con il codice a barre.

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Il vento della vita di Giuseppe Semboloni

Vola veloce il vento della vita

si porta dietro

i sogni e le certezze,

legioie e le passioni

le amarezze,

finchè la strada

un dì sarà finita

Giuseppe Semboloni

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Il foliage di Sant’Antimo

Spesso, la foglia rossa nelle viti è dovuta a un insettino dispettoso che cova nei tralci di potature dell’annata precedente e poi impedisce l’indurimento del tralcio nuovo, le foglie diventano rosse e la cicalina della vite ha ottenuto lo scopo di riprodursi e rendere improduttive e malate le vigne.
Altre volte sono gli sbalzi termici fra la notte e il giorno a produrre un arrossamento delle foglie, altre è la difficoltà di migrazione degli zuccheri dalle foglie alle radici tramite il “tappo” dell’innesto.
Altre volte, sono vere e proprie varietà che hanno per caratteristica questo splendidoo colorito di foglia quando suonano i violini d’autunno.

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Il foliage di Vertine

Un viaggio sentimentale verso quegli angoli ben conosciuti di questo piccolo spicchio di mondo, dove è possibile trovare il punto di massimo vigore del colore prima dell’inevitabile caducità spazzolata dai venti più contrastanti.
Quell’attimo prima che le piante vadano in letargo, si pelino e rimangano gnude, lasciando noi mortali al caldo delle stufe e al profumo del brodo di lesso che rinvigorisce l’umore.

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Amaranto ornamentale

L’amaranto è il colore sociale delle squadre del Livorno e dell’Arezzo, due città ai lati opposti della Toscana, ma che per simpatia, spirito libertario e temperamento, si assomigliano molto.
La pianta deve il proprio nome dal colore del fiore e dalla sua persistenza (che non appassisce) dal graco antico ed è una pianta rustica, che non necessita di acqua o cure particolare, originaria del Messico e coltivata fin dai tempi degli Aztechi.
Dalle nostre parti ha valore soprattutto ornamentale, mentre nei luoghi d’origine è coltivata a scopi alimentari: semi e foglie.
Teme il freddo e si semina a primavera inoltrata (generalmente aprile) questa magnifica pianta si trova lungo un marciapiede (molto trafficato) di un paese della provincia di Siena, dove molte signore e signori che passano, invece di tenere le manine sante in tasca o infilarsele in luogo facilmente intuibile, spuntano, staccano, potano in continuazione questo dono della natura e della signora che ogni anno la semina e successivamente la protegge con un tutore.

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“Oggi fiorentina” dice il cuoco di plastica a Siena

siena san domenico cuoco di plastica

Dallo splendido affaccio di San Domenico rivolto verso la città, il menù è sempre il medesimo:ogni giorno: “bistecca alla fiorentina”, che ripercorrendo le vecchie gesta e sonore legnate fra Guelfi e Ghibellini, potrebbe essere il piatto che riscuote minor successo a livello locale.
Ma il cuoco di plastica che presiede l’ingresso al Vicolo del Campaccio e si prende la scena sulla città esposta alle sue spalle, ben si integra con la sequenza di tre “capanni” da ristorazione che ha davanti e quella specialità alla brace lì evidenziata, mira alle papille del pubblico in transito turistico.
Il centro storico di Siena è considerato (dal 1995) Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco e in quanto tale dovrebbe evitare di scivolare in richiami adriatici costiereggianti per attirare l’attenzione.
La presenza poco sotto la Basilica di San Domenico di tre padiglioni con dentro tavoli, sedie e tovaglie candide, con piatti e posate, dovrebbe far capire anche al passante più distratto che lì ci sia il caso di poter mangiare qualcosa e al cameriere l’arte di saper dire che la specialità della casa è la fiorentina.

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Le suorine dell’Abbazia di Sant’Antimo

suor caterina sant'antimo

Suor Caterina proviene da “quel posticino tranquillo” (abitato da quasi nove milioni di persone) che è Città del Messico e dal mese di maggio, con altre consorelle, ha preso possesso della sua nuova missione nella “movimentata” campagna montalcinese, nell’Abbazia di Sant’Antimo.
La Congregazione delle Missionarie di San Giovanni Battista, nata nel 1945 in Messico, ha in suor Caterina la nuova responsabile e in poche altre consorelle il conforto nel prendersi cura di questo luogo magico accerchiato dalle vigne del Brunello e da ulivi secolari carichi di frutti.
Il solicino del primo pomeriggio, invita a stare all’aria e nel giardino dietro l’Abbazia, quelle lavande dai fiori con gli steli ormai secchi, meritano una pettinata che la mite suorina impartisce in letizia con delle forbicine da casa, lasciando troppo secco sulle piante.
In questa quiete e nelle sue preghiere, Suor Caterina ha chiesto molte volte al suo Principale perchè fosse stata mandata qui e lui, nel sogno di una notte e mentre potava la lavanda le ha risposto: ” Ma come, io ti ho mandata in Paradiso!”.
In effetti questa zona è una carezza del cielo fatta terra, ma il timore di Suor Caterina è rappresentato dall’inverno che non conosce bene cosa sia e come affrontarlo.
Tutte le consorelle hanno la patente della macchina, per cui possono andare a Montalcino a fare la spesa o sgranchirsi le gambe sulle lastre, ma ora si fa impellente la necessità di trovare dei panneggi più pesanti e appropriati per l’inverno.
La tenerezza con la quale si svolgeva la chiacchierata e quel profumo di lavanda, hanno fatto venir meno una curiosità che poi è sorta in un secondo tempo: ma le suorine avranno la divisa invernale fornita dalla ditta o si dovranno adattare con quanto riusciranno a trovare con il mercato del venerdi mattina a Montalcino?
Anche se alla Rosa di Terricciola ci sarebbe molto assortimento, prezzi bassi e dove è di moda risparmiare. Fonte: Il Cittadino.

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Le maglie (restaurate) di Gino Bartali a Santa Petronilla

C’era una volta un paese presuntuoso che voleva spezzare le reni al mondo e invece andava a giro con le scarpe di cartone, le fasce gambiere, beveva surrogato e illusioni.
Le macerie di quel mondo erano macerie reali di città e il primo riscatto venne da un non più tanto ragazzo fiorentino che aveva tutto da rifare, con un naso triste come una salita e “con tanta strada nei suoi sandali, quanta ne avrà fatta Bartali”.
Devoto, così devoto che, ex voto per grazia ricevuta (o più propriamente omaggio) al suo caro amico prete di Santa Petronilla, andarono delle maglie preziose: due lane gialle, con le quali Gino Bartali passò primo al traguardo nel “Tour de France” del 1938 e del 1948 (quando il paese stava per insorgere a seguito dell’attentato a Palmiro Togliatti) l’altra, tricolore, del suo terzo Campionato Italiano.
Di recente sono state restaurate, poste in teche diverse, stese e lavate così tanto da risultare luminescenti, ma con quel pizzico di fascino in meno che lascia la carezza del tempo e lo stare in disparte, fuori dai riflettori, come si conviene a un ex voto, come si conviene a un lascito discreto, perchè (come diceva il grande Gino Bartali) :” Il bene si fà, ma un si dice”.

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Fastidio, il gatto amoroso del Pipa

fastidio, il gatto di vasco vertine

Il gatto è quell’animaletto che si struscia ai calzoni, sale in collo, vuole essere grattato sotto al mento, sulla buzza e sopra la coda, ripaga di tante fusa, impastate di pane nelle gambe gnude con i calzoni corti, qualche morsino alle dita di gioia e tanto calduccino ai piedi d’inverno sopra le coperte del letto.
Fastidio del Pipa è una gattina seria, non vuole, ma pretende coccole e si avvolge di gioia con tutte le persone che capitano a Vertine, facendosi cullare.
Appena la stagione volta alla pioggia o al freddo ogni spiraglio è buono per entrare in casa di Vasco e quando la sera dopo cena si mette nel divano a far finta di guardare i commenti alle partite, Fastidio sale in cattedra sulla pancia del Pipa e ci si mette a dormire.

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Romanticamente San Felice

Il villaggio delle pergole da contemplare per ore con i due tunnel esterni uno di foglie rosse, uno di foglie gialo-verdi e quella interna composta da una decina di viti dal gambo largo quanto comportano diverse decine di anni accumulati.
Le viti americane aderenti ad alcune facciate di edifici, la mole di olive sulle piante come si vede da poche parti quest’anno, il silenzio che regna da ogni parte e gli ospiti in accappatoio e infradito che appena alzati si concedono un bagno con le bollicine d’acqua prima di gettarsi nella cucina stellata.
Le persone che passano e chiedono informazioni avanzano la richiesta di conoscere dove si trovi il “Borgo San Felice”, poco sapendo che, quando era un paese normale vivo e abitato di persone, si chiamava semplicemente San Felice.

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