Berardenga, serve una guida multilingue sui rifiuti

Un territorio splendido dal punto di vista paesaggistico, ma troppo spesso turbato da veri e propri atti di “pirateria estetica” come se ne vedono pochi altri in giro.
La pratica dell’abbandono dei rifiuti nella Berardenga è una piaga in costante e continuo aumento, ci sono delle piazzole su alcune strade che per la loro conformazione si prestano alla scarico veloce e alla ripartenza, ma di norma a partire già dal capoluogo, dai boschi, sulle strade, la mole di rifiuti lasciati ovunque non è più sostenibile dal punto di vista estetico e di civiltà.
Occorre educare e mettere le persone in grado di conferire in maniera giusta i propri materiali, occorre quindi che la discarica di Cornia (a poca distanza dal capoluogo) sia aperta per più tempo rispetto alle poche ore attuali, occorre informare la cittadinanza tutta su come comportarsi.
Nasce quindi l’idea di far realizzare all’Amministrazione Comunale un manualetto su un semplice foglio unico, una guida agile per i cittadini su orari, numeri utili, modalità di smaltimento rifiuti scritto in varie lingue (italiano, inglese, albanese, rumeno, macedone) da inviare a tutte le famiglie residenti sul territorio comunale.
Un modico investimento sul futuro, accompagnato però da uno sguardo più vigile e sanzionatorio per chi nonostante tutto, continuerà a comportarsi indecentemente.

Fonte: Il Cittadino. – Il Gazzettino del Chianti

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Un oliveto superintensivo

Un sesto d’impianto di tre metri per un metro e mezzo, per un altezza di due, con impianto a goccia rialzato da terra per una prossima cimatura laterale e in vetta per tarpare la crescita e poi un bel trattamento a rame concime fogliare (per disinfettare e pompare la pianta a produrre olive).
Arbequina e Arbosana sono le varietà che più si prestano per una coltivazione intensiva dell’olivo con tutta un’esasperazione di trattamenti e bicipiti per lo sviluppo.
Le varie operazioni sono facili: ogni volta c’è bisogno, passa una macchina scavallatrice sul modello della vendemmiatrice, che dalla potatura, trattamenti e raccolta, sovrintende il tutto.

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Il gatto guardiano di Monte Oliveto

Comanda di più un monaco titolare di monastero, un maresciallo di mensa dell’Esercito, un medico condotto o un prete in un paesino di campagna?
Decisione difficile, lotta impari fra potenze ognuna nucleare nel suo campo d’azione, ma tutti vengono battuti alla distanza dal gattone di monastero, in questo caso di Monte Oliveto, che buzza all’aria nei mattoncini riscaldati dal sole, distoglie i turisti dal negozio di amari, erbe e lozioni dei frati, mandando in deficit la bilancia commerciale del ricco convento.
Il grassello e le strisce sul pelo non sono pennellate tigrate, ma i gradi da maresciallo di mensa che mette bocca anche sui salmi da leggere nelle funzioni.

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8 marzo, la lavoratrice podista di Pian delle Cortine

“Non è di mia o di nostra competenza” è la frase di rito che indolenti burocrati emettono in suono anche se uno chiede loro semplicemente che ore sono.
Si parte dal fatto che una signora sale sul pulman di Autolinee Toscana che effettua il servizio di linea (134) fra Siena e Villa a Sesta via Castelnuovo Berardenga e Guistrigona e scenda alla fermata “più vicina” dello stabilimento di SEI Toscana a Pian delle Cortine.
Tale fermata è ben oltre il bivio dello stabilimento… di qualche chilometro lontano, su un tracciato ben pericoloso e densamente trafficato (di notte come di giorno) fornito di passaggio a livello, con la strada che quando piove si inonda nel bassorilievo del Kartodromo e d’estate (arrivando o uscendo da una giornata di lavoro) c’è da ripercorrere a ritroso la strada dallo stabilimento alla fermata nel “niente piante che fanno ombra” tipico delle Crete Senesi.

Parte la richiesta di dotare il bivio che porta allo stabilimento SEI di Pian delle Cortine dell’apposita fermata del pulman per permettere una vita meno complicata alla lavoratrice.
Si contattano Autolinee Toscane e Sei Toscana: la prima rimanda a un ufficio apposito che poi rimanda a un altro e via dicendo, così come SEI Toscana, mentre qualcuno in alto neanche risponde.
Passo successivo il contatto con l’Assessore Regionale ai Trasporti che trasale e per azione della funzionario operativo del suo assessorato invia celermente un documento in pdf per mettere un palo di fermata autobus al bivio di Pian delle Cortine.

Anche la Presidente della Provincia Agnese Carletti manda a dire che se ne occuperà l’apposito ufficio se ve ne sono le condizioni.

Dopo mesi e mesi la lavoratrice non ha la sua fermata davanti allo stabilimento, il che consiste in un palo metallico piantato in un suolo non sassoso, fermato con due mestolate di cemento a pronta e con appeso l’orario dei pulman di passaggio.
Poche ore di lavoro con poca fatica, ma ancora è sempre tutto arenato, mentre ancora la signora attraversa a piedi un paesaggio bellissimo sotto le intemperie di ogni stagione per recarsi al lavoro.

Una storia “bellissima” che sarà sottoposta al vaglio del famoso regista inglese Ken Loach, che ama girare amari e divertentissimi film sulla classe operaia e sulla burocrazia.

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La libertà delle seggiole spagliate

seggiole spagliate

Pinocchio insegna che bucce e torsoli di pera da scarti possono diventare un pranzo regale per chi si accontenta e un insegnamento di vita per chi pretende e basta.
Come queste due solide seggiole dai colori vivaci ma con la paglia forata che una coppia di anziani signori ha messo a disposizione per le sedute di chi vuole ammirare il paesaggio sul mare.
Per tanti sono inutili seggiole bucate, per pochi sono come i torsoli di pera di Pinocchio: ovvero un oasi di pace e un sinonimo di generosità, la generosità di due persone contro la stanchezza del mondo che passa e non si ferma – mai – a riflettere.

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La lotta diserbata a Montalcino

In un terreno giocondo “Atto a produrre futuro sangiovese grosso” (in una terra argillosa e sterile che neanche il suolo lunare) si è proceduto con lo scasso, tolto i sassi, fatto i drenaggi, livellato, portato tonnellate di letame a forza di camion e poi – per togliersi il sonno e il pensiero – si è provveduto a dare una mano a tutta parete di erbicida prima di piantare la vigna pensando al fatto che tutto quel letame avrebbe fatto ricrescere i semi che conteneva ridando in questo modo tanta fertilità al terreno.

Con il diserbante è come levarsi la sete con il prosciutto, ma le future bottiglie vendute a prezzi stellari, certo non riporteranno in etichetta l’uso del diserbo, che non fa fino.

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La strana storia di un tetto puzzolente

il giorno della civetta

Per collocare la posizione geografica, non bisogna guardare verso il sole quando volge al Mezzogiorno, ma dove la “C” aspirata prende la sua forma più guazzosa, succube e servile.
E’ importante scandire bene le parole prima di iniziare il discorso per dare modo al lettore di farsi un’idea appropriata sul perchè il giorno della civetta scorra nelle arterie come i pattini sul ghiaccio senza bisogno di intimidazioni, ma di tronfi e beceri urlatori al servizio di piccoli, noti giocolieri che da sempre ostentano o gestiscono influenze.
Elenco allo stato brado di parole atte a certificare un sistema di tegole e guaina da cui piove cattivo odore.
Quei rapporti intessuti alla “Volemose bene” – che non vuole dire alla buona, o al limite alla ricerca del modo più pratico (onesto) ed efficente- bensì in quel modo puzzolente di relazioni che si traducono in favori fra intimi e si trasformano in benefici – per pochi – con pizzi, merletti e lavori da scozzare, mentre il resto si distingue fra dormienti, beceri o beneficiari.
C’è una Siberia dei sentimenti ancora più gelida di quella dove certa congrega era in uso mandare le persone che non gli erano nelle grazie.

Il salutare con animo sano anche chi ha il cuore bigio come uno spurgo, ma è sempre ipocritamente “integerrimo” – parola che piace e spesso ricorre – uso dar lezioni di stile e pulizia.

Secolarmente succubi dei pirati di passaggio, ipocriti fino al midollo, ganzi suprematisti paesani, raffinati innamorati di se stessi come nessun altro al mondo, il contrario di onesti.

I sempre cordiali vaffanculo.

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La storia dei Visconti di Modrone a Vertine

Si era nel mese di luglio 2021 quando se ne andò Ilia, ultima discendente della famiglia Visconti di Vertine dopo una lunga vita non sempre serena.
Fu proprio in occasione del funerale di Ilia che ci fu un’epica fiammata da parte di Pasqualino al prete dell’epoca arrivato con notevolissimo ritardo per la triste cerimonia.
Si ritorna alla ricerca di Alfonso Sderci su Vertine e si incasellano ricordi – ma anche percorsi di ricerca successivi sulla presenza dei Visconti di Modrone a Vertine.

La loro dimora è certa, ovvero il palazzo che si trova all’arco delle rose e la rifinitura delle finestre in pietra di travertino tradisce quanto sia stato importante quella dimora.

La famiglia Visconti giunse a Vertine intorno alla fine del 1600 dopo aver acquistato delle propretà dalla famiglia Peruzzi o (storia orale piuttosto simile al vero) per aver indietro dei debiti mai pagati sotto forma di risarcimento.
Vennero intanto in possesso del detto Palazzo Visconti entro le mura di Vertine e di ben tre poderi che provvedevano al loro sostentamento, ovvero: Le Conce (Il Concio), Piazzole e molto probabilmente anche il Colto alle Bolle (Coltalebolle).
Questo per secoli e secoli ed è nel primo censimento svolto nel Granducato di Toscana governato da Leopoldo II di Lorena e redatto da Don Gregorio Rapaccini che si apprende che la famiglia Visconti, all’epoca era la più importante del paese tanto per la posizione di possidenti, tanto per essere di Visconti Viviano anche la torre all’ingresso del paese, restaurata nel 1972 da Alberto Bruschi.

Poi si arriva a quello definito “L’imbroglio dei Ricasoli” ma è più esatto dire che per la famiglia Visconti vi fu un dissesto finanziario generato da enormi debiti di gioco che videro i Ricasoli di Meleto prendere possesso del Palazzo entro le mura e dei tre poderi.
La famiglia Visconti retrocesse dal rango di “possidenti” al rango di popolani come lo erano gli altri abitanti del paese, ma con il pregio di essere da sempre spiriti liberi e indomiti.
Fra i ricordi di Alfonso Sderci ci sono delle lunghe chiacchierate con Irma e Francesca (Visconti) in epoche lontane pochi decenni dall’oggi e viene fuori la storia di un camino imponente (di pietra serana) che aveva come fregio centrale il Biscione dei Visconti e che venne smontato e acquistato da uno zio impresario edile dello Sderci.
L’allora Rettore dell’Università di Siena Mauro Barni (medico legale di grandissima levatura e in seguito ottimo sindaco di Siena) era amico dello Sderci impresario a cui chiese il montaggio di un camino all’interno della Certosa di Pontignano di proprietà dell’Università.
Fu li che venne portato e montato il camino e Alfonso Sderci (anni dopo) girovagando per tutta la Certosa alla sua ricerca, alla fine lo trovò e fotografò… con l’incanto del Biscione dei Visconti su pietra serena.
Venendo all’oggi (ringraziando Alessandra e Gaia per la cordiale disponibilità) e dopo aver girato ogni stanza provvista di camino della Certosa di Pontignano, il Biscione non è saltato fuori.
A pian terreno c’è un camino con un animale rampante che non si capisce se essere un cane, una pantera o altro, ma dello stemma dei Visconti neanche l’ombra.
Un successivo tentativo presso l’archivio storiografico dell’Università di Siena ha dato esito negativo: del camino dei Visconti di Vertine, non vi sono informazioni.

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Esempio di flavescenza dorata

flavescenza dorata

Le foglie della vite diventano rosse pur non essendo nè colorino nè di matrice franciosa (che hanno in autunno licenza poetica di essere porpora).
I tralci non lignificano, non induriscono, virano al giallo, pieni di noduli e sono tenerissimi, tanto che per l’annata successiva la pianta non riesce a vegetare e si atrofizza.
Fase di potatura pericolosissima, dato che le forbici possono trasmettere la patologia a una vite sana e indurla a deperire.

Serve portarsi dietro alcol per disinfettare la lama, serve che personale qualificato compia l’azione di segnalare la pianta (che non potrà vegetare avendo i razzolini cortissimi e stenti) serve rimuovere e bruciare il veicolo d’infezione.
La cicalina (farfallina portatrice della flavescenza) deposita le uova nel legno vecchio, quindi è sempre saggio bruciare le potature invece di tritarle nei filari.
I vecchi contadini erano usi mettere “delle trappole” fra le vigne: dei mazzetti di sarmenti legati e in giro, in modo da far depositare le uova e poi bruciarli nei forni o nel campo.

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“I due Papi” con Giorgio Colangeli e Mariano Rigillo

Si parte dalla fine, ovvero dal lunghissimo scrosciante applauso che il pubblico del Teatro dei Rinnovati ha tributato a due leoni del palcoscenico: Giorgio Colangeli e Mariano Rigillo, nello spettacolo scritto da Anthony McCarten.

Un incontro scontro tra Benedetto XVI e l’allora cardinale Jorge Bergoglio, nel periodo in cui Joseph Ratzinger stava covando in se la sorprendente decisione di rinunciare alla carica di Vescovo di Roma.
Le loro posizioni divergono praticamente su tutti i temi scottanti della Chiesa, dal celibato dei preti, alle non limpide cose della Banca Vaticana, dagli abusi sessuali di sacerdoti ai danni di minori, sul rapporto fra fede e omosessualità.
Una Chiesa arroccata su se stessa a difesa della “tradizione” quella di Joseph Ratzinger, una concezione “dal basso” dei Barrios di Buenos Aires e aperta al mondo quella di Jorge Bergoglio, amante del calcio, del tango, delle scarpe comode, delle parole semplici, dei sensi di colpa per i massacri compiuti dalla dittatura militare argentina.
In due Millenni di storia la chiesa ha sempre avuto l’uomo giusto al momento giusto per cavalcare e guidare i propri interessi spirituali e strategici.
Uno spettacolo che tiene sospesa la platea su fatti noti, ma con riflessioni intime dei personaggi, sul fatto che un raffinato teologo e studioso solitario, ossessionato dai simboli del potere papale (scarpette rosse, mantelline, copricapi ecc.) poco aveva inciso sulle male piante del suo podere.
“Nuntio vobis gaudium magnum, habemus Papam” ed ecco arrivare il Papa dalla fine del mondo in un perodo non facile, fresco di furto di rondine, la cui schiettezza e determinazione lo fa subito amare.

di Anthony McCarten, regia di Giancarlo Nicoletti,traduzione Edoardo Erba,con la partecipazione di Anna Teresa Rossini e con Ira Fronten e Alessandro Giova.
Scene di Alessandro Chiti, costumi di Vincenzo Napolitano, Alessandra Menè, disegno luci e fonico: David Barittoni, Associazione Altra Scena.

Un augurio per la tua salute Bergoglio.

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