La salvia nel sangiovese

Di solito la salvia finisce in pentola con qualche capo d’aglio nella cottura dei fagioli o finisce nel dietro del pollo per la lunga cottura nel forno.
Grossi cespugli nell’orto o in qualche vaso, ma rarissima posta sotto le viti, dove di norma si tende a polverizzare meccanicamente qualunque erba ci sia sotto, oppure – tristemente – con un passaggio di botte con le padelle sul davanti del trattore che irrorano il diserbante.
Eppure ci sta bene ed è vigorosa, segno che quelle viti vengono trattate come qualcuno di famiglia.

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Panicale con la forma di chitarra

Un signore che guida una carretta piena di legna solitario nella piazza aggredita da un vento diaccio e aretino, si ferma volentieri a scambiare due parole e spiega che il paese non è molto abitato – ma ogni casa è rimessa – e quando ci sono da portare i crocioni dentro la chiesa in giro per il paese, tanti sparsi per il mondo rientrano per fare quella fatica immane di quintali di legno a tracolla.
Fuori dalle mura, davanti al museo del tulle – in un edificio che era di certo chiesa – c’è una bella aiola di erbaccia sconsacrata che sarà rimessa a verso non appena si rialzano i bandoni del museo e di un certo piccolo edificio in fondo al paese che racchiude le opere del Perugino e di un certo Raffaello.
I ponti alla porta di ingresso per il consolidamento delle mura e una continua scoperta di palazzi belli, il solitario e svettante Palazzo Pretorio, i vicolini, gli orci e i vasi pieni di fiori, un teatro ben attivo, una Pinacoteca nel Palazzo Comunale… le macchine posteggiate come si deve.
Di singolare Panicale ha il fatto che la parte più antica non è stata affogata – come avviene sempre – dal moderno del non stile dell’edilizia creata intorno.
Sovrasta una piana a lungo andare di campi coltivati e di strane creature edilizie, mentre sullo sfondo compare il cratere pieno d’acqua del Trasimeno.

Visto dall’alto – il paese – ha la forma di una chitarra.

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Foglia d’oro

La pittura senese del Duecento e del Trecento si avvaleva di botteghe di autori che erano all’avanguardia nel mondo con le loro opere di colori ardenti, con gli sfondi d’oro corredati dagli inimitabili punzoni che erano la firma di una scuola d’arte impareggiabile.

Tutto questo si trova nei volumi di storia dell’arte oppure esposto nei più prestigiosi musei sparsi per il mondo, mentre c’è una variante di foglia d’oro contemporanea il cui sguardo sapientemente intinto nel cobalto, è un cavallo a dondolo di ottimismo filigranato di azione. Con l’incanto di una primavera alle porte.

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Le primule selvatiche del Borro di Parabuio

La Teresa sentiva a pelle quando era il momento giusto in cui scappavano le primule, anche in quel basso del Borro di Parabuio che combaciava con la fine di una vigna che ben conosceva.
Qualche volta le erano state portate, levando il pane di terra e mettendolo in un vaso nel pianerottolo di casa e le coccolava con cura.
Giù nel borro nascono spontanee, chiazze chiare fra le foglie secche, proprio sul ciglio del rigagnolo dopo che si è nascosto carsicamente fra le pieghe del sottosuolo, mentre – dove sono le cascate di pietra spugnosa – il fragore è impetuoso e fermandosi all’angolo del Parco della Rimembranza, pare che da Vertine si avvertano le cascate del Niagara.

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La gratella etrusca nel Museo Corboli di Asciano

Gli etruschi erano un popolo saggio, laborioso e raffinato dal punto di vista artistico, basti pensare la mole di reperti archeologici che hanno ispirato nei secoli inimmaginabili oggetti di vezzo, ma anche di uso comune.
Se al Museo Paleontologico di Montevarchi si trova il “rumaiolo“, al Museo Corboli di Asciano c’è un utensile di cucina che mette tutti d’accordo: una griglia su cui quel saggio popolo metteva sulla brace fette di pane per bruschette, polli, costolecci e rostinciane… che a chiamarle “costine” si levano gli avi dalle tombe per scapaccionarci.

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Berardenga, si parla del santuario di San Casciano Bagni

Il gruppo “Berardenga della storia e dell’Arte” e la “Società Filarmonica, organizzano per sabato 22 marzo alle ore 17 (ingresso libero – presso i locali della Società Filarmonico Drammatica di Castelnuovo Berardenga) un incontro con Emanuele Mariotti (direttore archeologico degli scavi di San Casciano Bagni) che illustrerà nel dettaglio la più straordinaria scoperta archeologica del secolo che per importanza e valore dei ritrovamenti, sta facendo il giro del mondo.
“Il santuario ritrovato” con una mole di oggetti votivi perfettamente conservati che riemergono dalle acque termali dopo secoli di devozione alle antiche divinità etrusche.

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Pejo, l’acqua dei film poliziotteschi

acqua pejo

Negli anni ’70 non c’era Poliziottesco, commedia scollacciata all’italiana o rissa con Piedone lo sbirro che non contenesse qualche malcapitato che andasse a sbattere su una pila di cassette dell’acqua o non avesse sul comodino mentre ululava di disperazione nel vedere da lontano l’abbondanza della Fenech o pigliasse un cazzottone da Bud Spencer.

Di quei film non c’è molto da ricordare se non giocare prendendo spunto dal grande Alfred Hitchcock che costellava le sue pellicole con dei camei della sua presenza stravagante di pochi secondi al cospetto di grandi temi e sceneggiature.
Fra Pierini, ispettore Giraldi e poppe al vento la sfida è sempre quella di trovare nei film bottiglie di Pejo, Pun e Mes, whisky con l’etichetta storta, Fernet Branca, crodini e Cinzano.

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Storia degli Agricoltori del Chianti Geografico

“Cooperativa fra Agricoltori del Chianti Geografico”, più che la ragione sociale di un nuovo organismo, quando apparve sembrò un grido di sfida dei chiantigiani contro gli altri viticoltori toscani, rei di essersi appropriati del nome del loro territorio.

Nel 1961, in un contesto nel quale lo scippo del nome Chianti era diventato preoccupante, uno sparuto gruppo di agricoltori gaiolesi…”

Inizia così il libro “Appunti di Geografia”, un diario del Chianti Geografico nei ricordi di Alfonso Sderci, direttore amministrativo della cooperativa fin dalla nascita, che nel 2001 dette alle stampe questo preziosissimo volume di storia vinaria.
Era l’8 ottobre 1961 quando 17 agricoltori del comune di Gaiole riuniti nella Società Filarmonica costituirono la cooperativa Agricoltori del Chianti Geografico e ne fissarono gli scopi.
Gli inizi sono traballanti e pionieristici con alcuni propositi naufragati, quali l’acquisto di macchine agricole da far girare a rotazione fra i soci, ma l’iniziativa non ebbe successo.
Nel 1965 la cooperativa pare essere destinata alla liquidazione quando congiuntamente i sindaci di Radda (Mario Pescini) e di Gaiole (Alberto Sderci) fanno intervenire l’onorevole Amintore Fanfani che mette la cooperativa sotto l’ala protettrice dell’Ente Irrigazione e Sviluppo che sovrintende il programma Feoga di razionalizzazione delle culture e dei vigneti.

La svolta, ma le vinificazioni e i conferimenti di uva avvengono a Cerreto e qui giunge Antonio Pacini enologo che aveva lasciato traumaticamente il Castello di Brolio.
Le vinificazioni vanno bene e si ottengono dei buonissimi vini che poi saranno venduti sfusi.
Passano pochi anni e la cantina di Cerreto non basta e vengono presi in affitto nuovi locali intorno a Castellina e Fagnano nella Berardenga.

Poi cambia la sede operativa di Cerreto per la sua vendita e la nuova sala comando diventa il castello di Scopeto e viene presa in affitto anche la nuovissima cantina dell’onorevole Malagodi all’Aiola.

Nacque così l’esigenza di erigere una nuova cantina che grazie all’amicizia fra i sindaci Sderci e Pescini e l’intervento dell’onnipresente Amintore Fanfani, vide la luce su un terreno di proprietà di Luigi Ricasoli… la cantina sarà finita nel 1972.

Nasce la prima porzione di uno stabilimento che sarà ingrandito varie volte nel corso degli anni e nasce anche l’esigenza di commercializzare il vino in bottiglia per dare più importanza e reddito alla società.

Le prime etichette incise con punzoni di legno sono incise dal grande Igino Sderci, noto strumentista e padre di Carlo, presidente della cooperativa.
Nasce lo stemma dei tre simboli dei comuni del Chianti in etichetta: Radda, Gaiole e Castellina.

I primi imbottigliamenti sono fatti essenzialmente a mano, lontani anni luce dalla tecnologia che arriverà qualche decennio dopo.

Riempitura e tappatura, capsulatura e poi diverse signore che metteranno etichette, marchio e lunetta dell’annata manualmente con la colla.

Aumentano i soci, aumenta la quantità di uve conferite e di vino prodotto, aumenta la quantità di bottiglie vendute in Italia e un po’ in Germania.

Ma nasce un “pasticciaccio” con la Viticola Toscana e il suo presidente Remo Ciampi che stava per costituire una nuova cooperativa denominata “Chianti Storico” con evidente plagio del Chianti Geografico, questione portata a buon fine dallo studio dell’avvocato Barbero, costringendo il signor Ciampi a venire a patti.

Alla fine degli anni ’70 la cantina necessita di un nuovo ampliamento e la tecnologia porta molti miglioramenti in tutte le fasi di lavorazione.
Passano per il Geografico gli enologi Andrea Mazzoni e successivamente Vittorio Fiore e si aggiunge la cantina di San Gimignano alla famiglia del Chianti Geografico, inserendosi prepotentemente nel mercato della Vernaccia e dei vini bianchi.

La cooperativa cresce e vengono inseriti al suo interno delle figure importanti quali Walter Mugnaini e Barbara Bartalesi nell’amministrazione, Carlo Salvadori alla direzione generale e Fioravante Cappelli, grande curatore commerciale che riesce a creare una fitta rete di vendita con notevoli benefici per la società.

Tanti pranzi sociali tenuti nelle cantine e tante riunioni finite a tarda sera per la gioia di Alfonso che porta tutti al Ristorante Carloni per mangiare una “bistecchina”.
Il Geografico si consolida, è ovunque presente grazie alla sua rete capillare con le proprie bottiglie, la tecnologia avanza e fa dimenticare i tempi pioneristici degli inizi, ma questo lento incedere del tempo, porta Alfonso Sderci alla pensione nel 2001 e sarà un’amore fra il mastodontico ragioniere e la società Agricoltori del Chianti Geografico, che non avrà mai fine.

Poco prima di andare in pensione una mattina si vide sbucare una scimmia dalla finestra dell’ufficio… veniva da una fuga dal Parco di Cavriglia.
Fonte: Appunti di Geografia, diario del Chianti Geografico nei ricordi di Alfonso Sderci.

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La Pinacoteca di Siena al Tg2

Una pala d’altare (dei Gesuati) dipinta nel 1444 da Sano di Pietro e ricomposta con la sua predella proveniente dal Museo del Louvre (acquistati nel 1852 dalla famiglia Campana in quel tempo in debito di ossigeno) commissionata per la chiesa di San Girolamo e conservata all’interno della Pinacoteca di Siena.
Le predelle raccontano la vita di San Girolamo e sono una prova ulteriore dell’arte senese degli sfondi d’oro, mentre a Firenze si erano esplorate altre prospettive.
Su un telegiornale nazionale – per una volta – in mezzo cronache nere e compitini imparati a memoria da politici di ogni bandiera, brilla un intermezzo culturale, con il direttore Axel Hemery che illustra da par suo l’importanza di questa ricomposizione pittorica e l’importanza culturale e storica di uno dei musei più prestigiosi al mondo per quanto riguarda i seccoli XIII e XIV.

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Gli apini che avevano le pasticcerie

apino arancione

Quando si aprivano le bocche dei forni il profumo si espandeva ovunque e i primi mezzi che si muovevano nell’ombra e poi nella prima luce erano gli apini delle pasticcerie che portavano nei negozi e nei bar il frutto delle notti insonni di chi era addetto all’impasto, alla cottura e alla creazione delle paste più sublimi che senza il giornale fresco di edicola e di inchiostro erano il primo passo per affrontare la giornata in tempi in cui la gente ancora si parlava.

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