Giulio Gambelli re del Sangiovese intervistato da Andrea Settefonti su La Nazione

giulio-gambelli- foto da luciano pignata.itDa un cassetto ricompare un pregiato ritaglio di giornale, ben piegato e ben tenuto che riporta un’intervista al grande Maestro del Sangiovese Giulio Gambelli, che nell’occasione della consegna del “Premio Bicchierino” creato in suo onore dalla sua città (Poggibonsi) per l’intensa opera svolta nel mondo del vino, viene intervistato da Andrea Settefonti per il quotidiano “La Nazione”. Rianima la semplicità con cui il Maestro parla di questo amore.

“Bicchierino. Detto così potrebbe sembrare una presa in giro. In realtà è il nome d’arte, il simpatico nomignolo che da sempre ha accompagnato Giulio Gambelli, 82 anni, enologo o forse meglio “Maestro Assaggiatore”, padre di famosi vini come quelli di Montevertine (Pergole Torte), Cacchiano, e Fonterutoli tanto per citare alcuni big del Chianti Classico, o Poggio di Sotto e Case Basse a Montalcino.
Ieri ha ricevuto dal Comune di Poggibonsi il Premio Bicchierino, creato proprio in suo onore. E un altro esperto, Carlo Macchi, gli ha dedicato una biografia.

La sua attività inizia a 14 anni quasi per caso

C’era da aiutare in famiglia, eravamo tre figli. Andai a lavorare all’Enopolio di Poggibonsi dove era consulente Tancredi Biondi Santi. Intuì le mie capacità e mi fece crescere con lui.

Gambelli è sinonimmo di Sangiovese

E’ davvero un gran vitigno. Io l’ho sempre lavorato e lo preferisco agli altri, a quelli internazionali che vinifico sempre a parte.

Che differenza c’è fra i vini di oggi e quelli di trenta anni fa?

Oggi si fanno vini buoni, anche se non si usano uve bianche. Ci sono altre tecniche, si seguono altri gusti, altre mode. Io ho sempre fatto un vino che piacesse a me con Sangiovese e Canaiolo, altra uva eccezionale per dare scorrevolezza. Oggi si è orientati verso altre tipologie.

E non c’è più il tradizionale fiasco

Tutto è legato al cambiamento del gusto. Oggi dopo mezzo bicchiere di vino dici basta. Prima il vino era morbido grazie alle uve bianche, si poteva bere anche un bicchiere in più e non succedeva niente. E’ questione di scelte, si è preferito il mercato, è stato sacrificato il nostro gusto per quello che viene definito internazionale.

Questo però ha aiutato il vino a crescere

Beh, certo. Negli anni sessanta quando c’erano le fattorie e la mezzadria nelle cantine ci trovavi di tutto. I salami e i prosciutti a stagionare, con il loro profumo, c’era l’odore forte degli animali, insomma, era molto approssimato. Oggi si sono fatti grandi progressi, cantine moderne, pulite, efficenti.

Che consigli si sente di dare a chi produce?

Il vino si fa prima di tutto con molta passione e tanta naturalezza. Due elementi che si sommano, ovviamente, a un buon terreno per i vignetie alla selezione dei vitigni. E poi c’è la lavorazione e  il trattamento, la cantina.

Andrea Settefonti, La Nazione domenica 15 aprile 2007

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