Italia Nostra attacca sulla Villa Chigi Saracini

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Sulla Nazione Siena di lunedi 6 febbraio, l’intervento di Laura Comi, Presidente della sezione senese di Italia Nostra a proposito della Villa Chigi Saracini “che sovrasta l’abitato di Castelnuovo Berardenga e che da diversi anni vive in uno stato di triste e delittuoso abbandono”.

Dice sempre Laura Comi: ” Lo stato attuale della Villa è un grido di dolore rappresentato dall’abbandono totale del bene, dalla sua chiusura e dal continuo peggioramento delle parti del parco e della Villa”.

E ancora: ” Fa specie registrare la evidente passività della popolazione di Castelnuovo Berardenga, che forse, non si rende conto e non ha mai lottato per il recupero e per un nuovo e intelligente utilizzo”. Fonte: La Nazione lunedi 6 febbraio 2023.

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Le frittelle in festa di Rapolano Terme

Non sono calde, ma bollenti. Alleviano gli schiamazzi del vento gelido aretino, tenendo ben stretto in mano il sacchettino bianco di carta, ripieno di calore e di fragranza che ha il solo difetto di durare poco, perchè le frittelle di Rapolano volano via come ciliegie.

Sono i volontari del Settembre Rapolanese che fino al 19 marzo (il giovedi mattina, il sabato pomeriggio e la domenica tutto il giorno) nel capannino di Piazza della Repubblica, friggono quel piccolo dolce povero simbolo del carnevale e dello zucchero che rimane appiccicato alle mani.
I tanti villeggianti rinvigoriti da qualche ora passata nel rilassante benessere delle terme, continuano nel beneficio riempiendosi di frittelle. Fonte: Il Cittadino.

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Nel borro di Parabuio

Il momento in cui ancora non c’è foglia, è l’attimo giusto per cogliere il fragore che dall’angolo del Parco dei Caduti di Vertine, si sente distintamente.
Uno scorrere di acqua che dura tutto l’anno, anche nei momenti più fatali di siccità, e il tutto avviene in un percorso formato dal calcare, da piante, piccoli legni, inglobati nel tempo.
Questo splendido disegno della natura è la base costruttiva su cui poggia Vertine: i tetti a volta delle cantine, sono costruiti di questo materiale spugnoso, lo stesso che abbelliva ogni singolo leccio del Parco dei Caduti.

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Il papavero solitario di febbraio

papavero pievasciata febbraio 2023

Ha dell’incredibile la caparbia volontà di esistere di questo splendido papavero solitario che non ha voluto essere uno dei tanti fratelli che a maggio riempiono gli occhi a partire dai campi.
Nei meno gradi attuali, frastornato dal vento aretino, ha la cima dei petali abbrustolita dal freddo, ma tenace vive, combatte e non si piega.

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Igino Sderci liutaio eccelso da Gaiole in Chianti

igino sderci liutaio da gaiole

Il padre Niccolò aveva una piccola impresa artigiana che operava in diversi campi: uno di questi era la falegnameria specializzata nella costruzione di botti per la vinificazione.

La madre Fulvia invece proveniva da una famiglia che godeva di una certa agiatezza.

Ebbero quattro figli: Igino, Fortunato, Zamira e Giselda.

Era nato a Gaiole in Chianti il 7 dicembre 1884, aveva una grande predisposizione per il lavoro del legno e lavorò come intagliatore presso i Corsini di Siena.
Nel frattempo, da autodidatta, realizza il suo primo violino che presenta al signor Olmi, noto esperto e negoziante di strumenti musicali a Siena.
Questi lo presenta a Leandro Bisiach e al conte Guido Chigi Saracini e da lì inizia la sua storia.

Nel 1921, all’età di 37 anni, Igino acquistò, grazie all’eredità paterna, un appartamento al secondo piano di un palazzo di fine Ottocento a Firenze, in via Montanara 6, in posizione defilata rispetto al centro storico, dove avrebbe lavorato per il resto della sua lunghissima vita.
Il laboratorio, una piccolissima stanza del suo appartamento, rispecchiava pienamente la sua personalità riservata e la sua totale dedizione al lavoro: lo spazio era ridotto ai minimi termini, sufficiente per il banco da lavoro e un armadio che conteneva i modelli e le vernici.
Da artigiano formatosi agli inizi del secolo passato, i suoi utensili si limitavano a pochi attrezzi da intaglio, una sega a voltino, un trapano e qualche altro arnese, funzionante rigorosamente a mano.
La sua parsimonia lo induceva a non disfarsi di niente, per cui quel piccolo laboratorio era pieno di oggetti eterogenei, su cui primeggiavano gli scarti di legno, e lo spazio vitale per lavorare sullo stesso banco era estremamente ridotto, tante erano le cose ammucchiate sopra.

Entrando nel laboratorio sembrava impossibile che da un tale caos potessero uscire gli strumenti eleganti e raffinati firmati da Sderci.
In quegli anni Igino continuò a collaborare pienamente con la famiglia Bisiach a Milano, pur rientrato a Firenze, dove peraltro aveva ritrovato Carlo Bisiach che nel 1922 vi si era trasferito da Siena, dove si era sposato con la pianista Daria Guidi conosciuta nell’ambiente musicale di quella città.

Carlo Bisiach era un valente violoncellista, allievo di Giovanni Buti; durante la Prima guerra mondiale aveva prestato servizio militare suonando per le truppe al fronte.
Negli anni Venti Igino non trascurò di farsi apprezzare tanto dall’ambiente musicale fiorentino che dai numerosi colleghi liutai: infatti aFirenze operavano i Casini, Serafino (1863-1952) e il figlio Lapo
(1896-1986), Silvio Vezio Paoletti (1883-1971), Giuseppe Del Lungo (1883-1926), Ferdinando Ferroni (1868-1949), Giuseppe Bargelli (1886-1962) e Alfio Batelli (1903-1976).
Igino ebbe rapporti cordiali con molti dei suoi colleghi fiorentini e non, intrattenendo con alcuni anche rapporti epistolari.

Il nostro Igino era molto stimato, le sue capacità e la sua maestria furono di esempio per molti, e in alcuni casi è anche evidente l’influenza che Sderci ebbe su di loro.
Alcuni liutai come Piero Badalassi (Pisa 1915-1991), Alfredo Del Lungo (Firenze, 1909-Tucuman, 1993), Stelio Rossi (Arcidosso, 1913-Siena, 1996), Cesare Maggiali (Moneta, 1886-Carrara, 1949),
Ovidio Giarelli (Carrara, 1921-2006) mostrano, nella loro evoluzione stilistica, alcune caratteristiche che rimandano immediatamente al nostro liutaio.

E anche tra i colleghi non toscani possiamo trovare chi trasse ispirazione dalla maestria di Igino, come Giuseppe Lucci. Muore a Firenze il 24 maggio 1983. Fonte: Cremonatools.

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La pulizia della Pieve di Pievasciata

Le truppe vaticane avevano una capillarità che neanche i Carabinieri potevano vantare: avevano un presidio in ogni singola frazione o gruppetto di case e spesso il fortilizio nella campagna, consisteva in un’opera d’arte architettonica, arricchita da statue e dipinti di pregio, segno che l’ente di riferimento, nel corso dei secoli, ha saputo mettere bene a frutto i propri possedimenti, frutto di decime, donazioni e di tante indulgenze e giri di reliquie.
E’ probabile che la crisi delle vocazioni coincida con l’allentamento capillare del territorio a beneficio di tener presidiato il capoluogo, dando in concessione al sacerdote, varie piccole chiese dei dintorni rimaste prive dell’intonacato conduttore.
Ne consegue anche che piccoli o grandi splendori di arte sacra finiscano ricoperte dall’edera e dalle vitalbe, mentre altri oggetti di culto e di arte, finiscono nelle mani di privati, come la chiesa del Popolo di San Bartolomeo a Vertine (Diocesi di Fiesole).
Molti edifici rischiano di franare, altri sono già ridotti a calcinacci (pur essendo di privati) per fortuna la meravigliosa Pieve di Pievasciata, è uscita da quel limbo di incuria.
Un’impresa turistica l’ha recentemente rilevata dalla Diocesi di Siena e ha provveduto a liberarla da tutta quella serie di rovi e arbusti che l’aggredivano, riportando la struttura alla luce e mettendo teli di plastica a coprire i tetti franati, che danno la sensazione di avere la funzione di sudari a protezione di un corpo di fabbricato ferito e martoriato.
E’ certo che negli ultimi decenni, le truppe vaticane hanno avuto meno volontari della Legione Straniera, ma è anche certo che le casse della Sede Apostolica e delle varie filiali non hanno mai sfiorato i limiti di guardia e godono buona salute.
Il rischio della vendita di edifici di culto (nonchè opere d’arte) risolve il problema del logorio delle vitalbe, ma pone il problema dello snaturamento dei medesimi non tanto dal suo uso secolare, ma in quello futuro.
A Vertine, tanto per fare un esempio, la Canonica e la torre dell’anno Mille, riconvertite a residenza turistica di lusso, a pochi metri, sono state dotate del “confort” di una vasca piscina idromassaggio, che niente ha della forma e della grazia di un’acquasantiera.

Fonte: Il Gazzettino del Chianti

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Salare il prosciutto

Quando arrivava il freddo, era il momento giusto per iniziare a suddividere il maiale nei vari tagli e trasformazioni delle parti più o meno nobili, ed era una scienza, un momento di gioia, cadenzato di sale, spezie, pepe, buccia di limone, qualche spezia a seconda del posto.

Un momento in cui qualche caloria in più, contribuiva all’istante a sopportare meglio il peso dell’inverno e l’obbligo di dover pagare il pizzo al padrone sotto forma di spalla o di prosciutto, che poi si sarebbero sbafati i soliti sottopancia.

La salatura del prosciutto è la cosa più nobile e semplice che esista in natura dopo il fare vino (che in parte serve sotto forma di aceto).

Una scaldata all’aceto con dentro aglio e ramerino, un massaggio all’arto in una tinozza con questo disinfettante naturale e futuro prosciutto coperto di sale, posizionato in leggera pendenza, un giorno di sale per chilo di ciccia, meno un paio di giorni o tre.
Successivamente lavatura con vino bianco, un’ora di riposo e tanto pepe a coprire le parti vive e intime per evitare il covare di ospiti indesiderati.
Appeso al buio in mesi di stagionatura in ambiente secco e asciutto, ottimale il taglio dai dieci mesi in poi con pane fresco e popone.

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Riflessi di alba nel profumo di caffè

alba nel caffè

A gennaio, quel lampione del sole si alza tardi e tutto rimane bianco come se fosse arrivata una nevicata, ma è solo l’effetto della fata morgana, dei primi raggi che si riflettono sulla crosta brinata, per cui la sosta tiepida ravvicinata a salame fra le coperte, in quell’istante, non vale la somma intera delle riserve auree del Vaticano fra aureole e lingotti.
La prima luce, piglia la finestra in tralice, sceglie la somma di quattro mattonelle al cui centro c’è la caffettiera che frigge, con la lacrima di manico creata non a arte.

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La torre di Cancelli

torre di cancelli in chianti

Salendo da destra e mancina, ovvero dal profumo di vinaccia in macerazione che sale dal Chianti, oppure dalle gocciole lacrimose di nebbia che salgono da Cavriglia, appena spiana e poi riscende e viceversa, c’è “la torre del casellante di Cancelli”, che invece di chiedere un Fiorino a chi passa, è lì immobile da oltre Mille anni (1085) e spiega a chi passa che da qui in avanti c’è un mondo diverso da quell’altri.

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Martello neve e corda

Uno scatto che pare fatto dalla infinita Tina Modotti, un poco più brillante del suo manifesto poetico rivoluzionario che arriva addosso come una labbrata improvvisa.
Poi, più semplicemente è un sinonimo dei tempi di ora: la corda per tenerci fermi, il gelo per conservarci immobili, il martello per legnare negli attributi paiono nobili.

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