Frasi d’amore nella Berardenga

Forse c’è speranza se una ragazza affida alle parole un sentimento scritto a pennarello in vari punti di un percorso pedonale con l’intento di far colpo sulla luce dei suoi occhi.
Uno sportello elettrico, un lume basso, un palo segnaletico, un muretto le lavagne sopra le quali lanciare i propri messaggi in bottiglia.
C’è purezza in tutto questo, la ragazza merita dalla vita ogni raggio di sole.

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Tra l’oleandro e il baobab

Quest’anno non c’è molto movimento di persone tranne gli indigeni o le splendide signore che la mattina presto salgono dalla Buca in simbiosi con i primi morbidi raggi di sole e camminano a passo svelto e deciso, rischiando di finire nella nuvola di polvere sollevata da qualche marrano in macchina sullo sterro di San Donato.
Non c’è un sottofondo di malinconia nel fatto che il turismo becero e cafone (fra cui quello americano) quest’anno non è invadente, non arriva (per ora) in elicottero, non si interpone nel cambio della guardia delle nove di sera al Parco, quando le cicale lasciano le chiavi della notte ai grilli.
I gatti di Vasco si dispongono sotto il fico dell’orto, alla Capanna, nel sedile del trattore di Pasqualino e nienteli fa muovere tranne quando sentono una voce amica o direttamente la panda del padrone, che sanno essere sempre piena di scatolette o croccantini per loro e la volpe (che anche lei non disdegna i biscottini al salmone e gamberetti).
Ci sono tutti gli oleandri in fiore, quello alla porta ha preso una bella ridimensionata, ma deve tornare ad avere le frasche fresche e docili senza essere invadente.
I due in piazza della chiesa, quello porpora alla torretta, la cascata di fiori bianchi che sta sopra la piazzetta della Teresa, mentre quello di Reinard è stato ridimensionato e tornerà presto vigoroso e quello nell’orto della Daniela svetta di rosa verso il cielo.
La sera al Parco, come si è detto il cambio della guardia fra cicale e grilli, Massimo che porta Maciste alla cuccia, Pasqualino che va a chiudere le galline.

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Giallo Federica

Con la luce in tralice da dove il sole va a dormire il giallo classico vira verso una colorazione più acuta che tinge i petali di un’ambra mielata che fino all’ultimo spiraglio di lume ripercorre e ricalca lo sguardo felino e malinconico, lapidario e ironico di una donna che trattiene il sorriso perchè solo chi è dotato di occhi cardiologicamente capaci riesce a percepirlo.
Lo so che le dolcezze le guardi di traverso, ma ti si accendono gli occhi quando le ricevi, piccola rondine stitica e puntigliosa.

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Paesaggi dell’anima, mostra a Palazzo Patrizi

Il lento scorrere della sobria campagna senese – malinconica d’inverno sgargiante nei mesi di sole -, vista da quattro artisti con le radici ben piantate nel territorio, che sanno rappresentare nelle sfumature dell’uggia invernale o nel garrire delle tonalità primaverili quanta naturale armonia è dipinta nella campagna senese.

I materiali che usano gli artisti sono diversi, ma hanno in comune il riuso del trovato o l’uso di terra, polvere di travertino, pezzi di ferro o di legno.
Artisti valenti, attivi romantici illustratori di un angolo di pace in cui si riversa il mondo: Caterina Moscadelli, Mario Boni, Sylvia Bulfoni e Marco Montagnani, in mostra a Palazzo Patrizi.

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Il coniglio alla cacciatora di Monteluco TV

monteluco tv chianti

Quei pini messi a dimora ai tempi del Piano Fanfan e la loro presenza rende balsamica l’aria e la loro ombra rende delizioso il fresco del camminarci sotto o leggerci un libro.
I 752 metri di Monteluco, visibile da ovunque di giorno come di notte per l’antenna illuminata di rosso, che espande il segnale televisivo in tutto il contado sottostante.
Il fresco, la brezza, ma anche molto altro, come i sapori di un ristorante familiare ( La Pineta) ancorato ai sapori della tradizione, quei piatti a prima vista facili, ma di cui bisogna avere dimestichezza, tempi, proporzione e quella cosa fondamentale che è l’occhio di chi cuoce.
Un buon rosso nel bicchiere, ottimi caci e affettati, un conigliolo alla cacciatora sublime, che una volta assaggiato fa venir voglia di scalare il Monteluco anche a piedi.

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Angela Carli, pittrice del cinema e della parola

In quanto a splendore, Angela Carli è l’alter-ego vivente delle donne riprodotte nelle sue opere.
Chi decide di passare per via Stalloreggi (la via Margutta di Siena) di fronte all’Enotecaro dell’Oca con la moglie della Torre (sublimi pinot del Trentino) e poco dopo lo storico negozio di elettricità della vulcanica signora Angela, può verificare con i propri occhi la veridicità della parola fascino.
Con una tecnica originale che unisce l’uso di vecchi giornali e periodici, il taglio, la colla, l’uso del classico pennello e colore, Angela Carli compone per immagini biografie di donne con personalità imponenti, dove mai si sono posate monotonie e provincialismi.
Per un’artista, i quadri, le opere, sono come figli, Angela Carli li ha sparsi per il mondo e non basta una vita per rivederli tutti. Fonte: Il Cittadino.

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Il molestatore notturno della Berardenga

civetta nella torre orologio berardenga (2)

Non si pensi a qualche maniaco con l’impermiabile che imperversa per le vie di Castelnuovo nelle ore notturne, qualche spirito satirico alla Pasquino che appone liriche irriverenti sul potere al glicine della sbiadita Piazza Marconi o ai colonnini della chiesa (Camera Alta) o qualche tira-tardi che suona i campanelli alle ore più lupine.
La Torre dell’Orologio può sintonizzare il battito delle 21.30 con l’entrata in servizio del magnifico esemplare di civetta che ogni notte entra in opera (per le prime quattro ore sulla Torre, le successive tre e mezzo sul comignolo di un edificio di via Fiorita) e allieta – con il suo canto continuo – i sogni realizzati o rimasti a metà di una camminata nel rinfrescante bosco innevato dell’Amiata, mentre per le finestre aperte dal bollore, il popolo della Berardenga si agita sul sudario del guanciale e tramuta quel “Tutto mio” del loquace animale in qualcosa di poco religioso e ripetibile.

Fonti:Il Gazzettino del Chianti Il Cittadino.

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“Il paradiso è sempre altrove”, spettacolo a San Gusmè

C’era chi davvero ci ha creduto a una svolta laica e progressista, a un trionfo dell’onestà per il bene comune, in un paese dove le necessità dovevano essere pari al lavoro svolto.
C’è chi ci credeva (ma a vari livelli) c’è chi è sempre stato lingua in bocca con gli oscillatori di turiboli e il presente è il frutto di quel grande matrimonio d’interessi da sempre perseguito fin dagli anni ’50.
Nel 1975, una massa di giovani esprime per la prima volta il proprio voto alle Amministrative e come un’onda la paura di vincere da una parte, e di perdere dall’altra, scolorisce la voglia di cambiare e di rendere l’Italia un paese più potabile.
In questo grande movimento di idee e di avvenimenti, ci sono le storie delle persone, di una ragazza madre che diventa segretaria di sezione (che stravolge i pensieri dei militanti dubitosi del fatto che se le donne principiano a occuparsi di politica, le loro cene e desine cominciano a essere sempre più insicure) e inizia a consumare un rapporto politico e personale con un dirigente democristiano.
La figlia risente dell’aria che frizza e non vuole vedere un’idea scolorire e si avvicina ai gruppi di sinistra più ardita che da sempre il partitone non tollera.
Sono anni di grande fermento politico e sociale, la legge Basaglia apre i cancelli di quei luoghi di terrore che sono i manicomi, arriva la vittoria del Referenudm sul divorzio, viene istituito il Servizio Sanitario Nazionale, terrorismo, stragi (politiche e mafiose) stravolgono tutto e il Compromesso Storico è la restaurazione di chi ha tutto da guadagnare nel tirare a perdere.
Due regazzi degli anni ’70 (un giovane scrittore tedesco, la figlia della segretaria ragazza madre) che si ritrovano nei nostri giorni e ripercorrono la loro giovinezza e il loro sogno d’amore e di libertà, stravolto dal verminaio che sta dietro l’uccisione di Aldo Moro e la restaurazione dell’Italietta, cialtrona, servile, baciapile, forte con i deboli, genuflessa verso le ingiustizie.
La terza parte della “Stagione della memoria”, dopo le “Albicocche rosse” sulla strage del Palazzaccio, “La grande gelata” del ’56 che secca gli ulivi e le viti e porta la migrazione e il lavoro in fabbrica di un contadino della Berardenga, e il sogno infranto di un paese più pulito ed equo.

Il teatro St. Pauli di Amburgo e il Teatro Vittorio Alfieri, che dal 2014 vede salire sul palco attori professionisti italiani e tedeschi, insieme a un gruppo di attori dilettanti (allenati da anni dalle varie rappresentazioni del Bruscello) Adriana Altaras, Daniela Morozzi, Gianni Ferreri, Anna Meacci, Peter Franke e Stefano Santomauro.
La regia di Ulrich Waller, Dania Hohmann e Matteo Marsan, il canto finale di “Bella ciao” da parte di attori, musicisti, il pubblico intervenuto che nasconde le lacrime che hanno alimentato la speranza di un’ Italia presa a tradimento, derubata e colpita al cuore.

Fonte: Il Cittadino

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Uto Ughi e il concerto “Chigiana100” in Piazza del Campo

Siamo nelle fasi di smuratura degli ultimi caratelli composti da doghe di rovere e ciliegio, dove si sono affinati amore, pensiero e speranza.
Si deve a Guido Monaco se un aretino, un livornese, un badengo, un girgentano, un inglese, un pakistano, un russo, un ucraino e via dicendo, riescono a comunicare fra loro attraverso il linguaggio pulito e franco della musica scritta in un universale suono su carta.
Il vice sindaco di Siena Michele Capitani e il Presidente della Fondazione Carlo Rossi (di quella banca di cui è rimasto qualche brandello di muro) in un inno alla gioia di aggettivi non salati, ringraziano tanto l’universo creato, le stelle e le lucciole prima di lasciare spazio all’immenso Maestro Uto Ughi e ai grandi musicisti dell’ORT diretti da Simone Bernardini, per il concerto “Chigiana100”.
Cento anni di attività per l’Accademia Musicale Chigiana, voluta, sostenuta, finanziata dal conte Guido Chigi Saracini, che nel suo buen ritiro di Castelnuovo Berardenga realizzò la sua villa in campagna come una cittadella musicale, adesso coltivata a rovi, lecci franati, statue corrose, cancelli sbarrati.
Una sera d’estate con il violino di un ex alunno della Chigiana che si è fatto apprezzare nel mondo, un cielo pulito di stelle, la rondine in volo, la potenza e l’energia della Sinfonia n. 4 in la maggiore op.90 “Italiana” di Felix Mendelssoh – Bartholdy, un inno alla coltivazione di pensieri positivi. Fonte Il Cittadino.

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Antenna radio sul campanile della Pieve di Molli

Un antico comunello, nei pressi di Sovicille, la cui chiesa – dedicata a San Giovanni Battista – è un esempio di asciutto romanico di mirabile bellezza, pur essendo stata rimaneggiata nei secoli, buon ultimo nel 1930, in seguito ai danni per la caduta di un fulmine.
Molli è un luogo avvolto nelle foglie di castagno come potrebbe esserlo una forma di pecorino, messa al fresco negli orci per stagionare.
Il tetto della Pieve è avvolto in un telone verde (increspato e rovesciato dal vento che non ripara il pavimento dalla pioggia) alcune sue ali formano figure mirabili e scomposte nel cielo.
Laicamente si avverte una forte presenza spirituale in questa quiete campagnola in disparte, dove viene naturale la voglia di guardarsi dentro – passi in avanti o delusioni pese senza farsi sconti – e all’ombra del cipresso, nella brezzolina fresca della sera, salta agli occhi un’enorme (e brutta) antenna posta su una torre campanaria di pregevole fattura e antichità.
Antenna delle onde radio vaticane (come da cartello) esempio che anche i preti possono essere pie persone, ma anche dotate di pessimo gusto. Fonte: Il Cittadino.

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