Il cisternone di Monte San Savino

Capitale toscana della porchetta, ma anche cittadina apprezzabile dal punto di vista artistico.

Grazie alla passerella metallica che l’attraversa, il Cisternone è visitabile all’interno (ingresso libero) ogni giorno.

Costruita sia con materiale misto, sia pietre che laterizi, si compone di due navate ciascuna di mt. 26,00×5,00 coperte con volta a botte, collegate tra loro da quattro ampie aperture con struttura ad arco a tutto sesto.

All’esterno sotto le due nicchie si possono notare i fori delle cannelle di erogazione dell’acqua ormai scomparse.

La cisterna posizionata sotto il giardino pensile del palazzo di Monte sede del municipio di Monte San Savino è stata realizzata tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 su progetto forse di Antonio da Sangallo il Vecchio o di Nanni di Baccio Bigio, architetto che curò il completamento del palazzo della famiglia Di Monte.

Si trattava di una conserva di acque risorgive del circolandario, oggi raccoglie le acque del Butarone.

E’ uno dei più grandi depositi di acqua in Toscana, secondo solo alle tre cisterne di Livorno (Il Cisternone di Antonio Poccianti) per il completamento dell’acquedotto Leopoldino.

Un tempo raccoglieva le acque per la collettività, oggi viene usata per irrigare il giardino pensile sovrastante. Fonte: Monte San Savino Turismo

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Il violoncello di via Banchi di Sopra

violoncello via banchi di sopra siena siena settembre 2023

Un suono che strugge i sentimenti alle anime portate al romanticismo, delle note che rallegrano e colpiscono al cuore anche i più frettolosi che hanno compreso di aver ricevuto un grande dono (da un musicista impeccabile nello stile e nella bravura) per infrangere la monotonia nelle trincee da scavare tutti i giorni.
Una gioia, un rompere le righe ai pensieri quotidiani, un rompere gli schemi con un suono dolce che ritempra e fortifica l’arte di essere.

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Don Terence Kovilage Silva nuovo parroco del Chianti

don terence Kovilage Terence Chaminda Silva

Sullo scacchiere della Diocesi di Fiesole, ci sono state più mosse del cavallo: don Stefano Isolan a Cavriglia, Don Hector Largo a Castelnuovo dei Sabbioni e Neri (dopo sette anni di navigazione delle anime del Massellone), Don Maurizio del Bue al Pestello, don Angelo Silei vice prete alla Basilica di San Giovanni a Arezzo e don Terence Kovilage Chaminda Silva parroco nel Chianti.
Don Terence proviene dallo Sri Lanka (un’isola dell’Oceano Indiano) ha raggiunto riva portato in canoa dai fratelli Abbagnale, poi – una volta sbarcato sul continente – ha preso a noleggio cavallo e slitta per un lento e lungo viaggio dall’India, attraverso l’Asia, gli stati che finiscono con “Stan”, per poi spoggettare a Trieste e scendere fino al Chianti alimentato da tanta fede e qualche migliaio di scatole di fagioli all’uccelletto, aperte durante il tragitto.

Peccato non sia arrivato con una bicicletta d’epoca, i tubolari a tracolla e tutto fangoso, altrimenti sarebbe stato insignito dell’onorificenza del prete più Eroico dell’universo e sarebbe stato scelto come testimonial delle strade a sterro anche su Playboy.
E’ giunto nella nuova parrocchia preciso per la recente messa di San Bartolomeo (patrono di Vertine) con una scampanata che è durata venti minuti, con Teo che ha abbaiato per tutto il tempo della Messa, con certe zanzare che durante la celebrazione mordevano anche le panche, con il Pipa che nel mentre bagnava i pumodori nell’orto, pensava a cosa mangiare per cena.
Don Terence appare come una persona sensibile, gioviale. Disponibile a calarsi da subito nella nuova realtà, ma una cosa non gli era stata detta: ovvero che la chiesa di Vertine era stata venduta (dal vescovo Giovannetti) insieme alla canonica e a lui toccherà pernottare nella brinata di San Sigismondo.
Il cavallo scalpita, la slitta non è ancora stata staccata… va bene andare in missione, ma pensava a una sede erotica come Vertine, non al fondovalle.

Le campane sono già state accordate con la musica celestiale di Lo chiamavano Trinità.

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Uva Federica

Il crepuscolare chiude le luci pubbliche alle 6.34 del mattino e le riaccende alle 19.24, subito dopo che la luce del tramonto ti si illumina negli occhi e nel piccolo paese del sabato del villaggio ognuno piglia la propria stanchezza e si incammina verso l’orizzonte della cena.
Durante il giorno con le tue gambine corte ti arrampichi sulla buccia degli acini, leccando le lacrime di zucchero che il contatto con il paniere rompe.
La sera sei stanchina, ti metti gli occhiali, il cuscino di noccioli di ciliegio già caldo sul collo, un tomo ottocentesco di classici russi o francesi sulle ginocchia, con le calzine a protezione dei piedini diacci.
Non c’è niente di più tenero di questa scena domestica che si intrufola nell’autunno.

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Tornano i “volatili” dell’eliporto di Vertine

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Sempre a proposito di “turismo colto, non invadente e raffinato”, tornano i “volatili” del famoso eliporto di Vertine, che per non far riscaldare una coppettina di champagne (come la Ferragni) si fanno paracadutare sui piatti del ristorante e poi tornano nei letti a castello del campo base, per una lenta e nobile digestione.
Se in altri ambienti di pregio ha destato scandalo il movimento in elicottero di facoltosi personaggi in cerca d’autore nella loro noia quotidiana, nel Chianti vale sempre il solito detto famoso e applicato da secoli del: “Porte aperte a chi porta”.

Considerando la mole di persone facoltose che frequentano, o hanno possedimenti in zona, se ognuno di loro volesse muoversi in elicottero, il cielo del Chianti sarebbe più affollato del centro di Roma nelle ore di punta. Fonte: Il Cittadino.

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“Un libro di marmo”, opera di Marilena Caciorgna

un libro di marmo di marilena caciorgna

Nell’Aula Magna nel Palazzo del Rettorato in via Banchi di Sotto 55, martedi 19 settembre alle ore 17, sarà presentato il nuovo libro di Marilena Caciorgna sul pavimento del Duomo di Siena, edito dalla casa editrice Sillabe in due versioni, in lingua italiana e in inglese.

Il saluto del Rettore dell’Università di Siena – professore Roberto Di Pietra – introdurrà la presentazione di “Un libro di marmo – il pavimento del Duomo di Siena”, che riunisce gli studi ultradecennali della professoressa Caciorgna, su quella meraviglia dell’ingegno umano che sono le figure nel marmo, che sono un accurato studio filosofico e religioso sul Nuovo e Vecchio Testamento, ma anche sul mondo antico.
Marilena Caciorgna svolge attività di ricerca, organizzazione di mostre, progettazione culturale ed editoriale per la valorizzazione del patrimonio artistico ed è docente di Iconografia e tradizione classica dell’Università degli Studi di Siena

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La targa a ricordo di tutti i vertinesi

targa in memoria di tutti i vertinesi

In un piccolo paese costruito con pietre di alberese, chiunque ci sia nato o ci abbia vissuto un periodo più o meno lungo della propria vita, lascia un’impronta nella propria e altrui memoria.
Il passaggio di ognuno è importante perchè tutti hanno lasciato una traccia, un qualcosa in cui il singolo era più capace o eccelleva e lo metteva – anche – al servizio di chi aveva intorno.
Pure i silenzi lanciano un’impronta decisa: poche parole schiette e ben mirate, fanno più presa di una valanga di melassa ipocrita tipica dei centri dove cade la guazza.
Non è un rischio affermarlo (tuttavia si accettano volentieri smentite) ma si ha come la sensazione che a Vertine nessuno si è mai sentito solo, specie nei momenti più bui.
Ciascuno – con il suo modo di essere e con le sue particolarità – ha arricchito questa piccola comunità con la sua unicità e la targa aggiunta al leccio all’ingresso del Parco della Rimembranza, vuole celebrarne con una carezza di vento, lo spirito e la persistenza nei cuori di ognuno.

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La Madonna dei pellegrini del Caravaggio

caravaggio chiesa di sant'agostino

Roma, Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio appena restaurata, con gli ultimi ponteggi che vengono smontati dopo anni di accurati lavori.
Entrando, subito a destra, nella Cappella dei signori Cavalletti, troneggia questa splendida opera di Michelangelo Merisi che nei primi anni del Seicento destò stupore e scandalo per i pellegrini (che si prostrano di fronte a una Madonna popolana con un bimbo in braccio) con i piedi nudi e con segni di poca lavanda.
L’estrema povertà delle persone al cospetto della Vergine e di lei stessa (solitamente riprodotta in trono e con abiti pregiati, Lena, diminutivo di Maddalena Antognetti, modella e musa del pittore, cortigiana di ricchi mercanti e anche cardinali) destò non puchi rumori fra magnati e tonache che predicavano bene ma, al solito, razzolavano male fra agi, cortigiane, possessi e poteri da inseguire, mentre il committente – il notaio bolognese Cavalletti – la prese bene.
Resta una meraviglia che ruba gli occhi e incanta lo sguardo, un manifesto laico che indica come gli ultimi saranno i primi a essere genuini e spontanei, i primi a corrompersi l’anima verso chi ha, invece di andare alla ricerca di un riscatto collettivo.
Tutto il Vangelo – secondo Ennio Flaiano – è basato sul calcolo delle probabilità! Chi ha fame sarà sfamato, gli ultimi saranno i primi, eccetera.

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Fernando Botero

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La Madonna più gioninca che occhio umano e pittore abbia mai rappresentato, con un cittino in braccio in calzoncini corti e scarpette da famiglia bene nere, con la fibbiettina e i calzini bianchi (anche lui unn bimbo in eccesso).
Tre cavalli (che al posto della biada sembra siano stati alimentati a burro e fritto) un baio, un bianco… un verde ramarro.
Un Palio (quello del 16 agosto 2002) ambitissimo per la vittoria e per averlo nel proprio Museo di Contrada come una sicura opera d’arte.

Vinto dalla Tartuca, oggi Fernando Botero se n’è andato a disegnare la terra dal cielo.

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Via Franciosa, bandiere e Vespa della Selva

Per chi era un affezionato cliente del vecchio ospedale, le vie e vicoli della Selva, erano il passaggio obbligato per arrivarvi.

C’erano diverse mescite di vino con tavoli e panche dove si mescolavano persone diverse, provenienti da ovunque che con due fette di pane, fetta di pecorino, salame o buristo – più un poco di vino a calo da dentro un boccione da due litri – si risollevavano il morale.
Questi locali sono chiusi da tempo immemore, la sfida è continuare a cercarli, ricordarsi dietro quale uscio chiuso si trovavano, chi li gestiva, far rigalleggiare nella memoria qualche episodio lì vissuto.
Pare mille anni fa, iinvece era ieri: cambiato il mondo, il genere di locali, le persone e meno che meno c’è il vecchio ospedale che da anni è diventato un museo.
La Selva invece è sempre imbaniderata perchè vince il Palio fitto, fitto.

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