Chi non è del Chianti (e della Berardenga)

Bettino_Ricasoli

Il palco di un teatro (Alfieri di Castelnuovo Berardenga), un bravo musicista (Marzio Matteoli) una profonda voce narrante (Matteo Marsan) la presentazione curata da un antropologo dell’Università di Siena (Pietro Meloni), un argomento molto attuale: il Chianti, la sua storia attraverso le persone.
Lo spettacolo inizia con la puntualizzazione del luogo in oggetto: “Il Chianti Senese” posto alquanto immaginario come Macondo, Vigata, La Fonte della Giovinezza, Mompracem o la famosa Lilliput.
Il termine “Chianti Senese” è un non luogo che dà origine a non pochi equivoci perchè lascia intender credere che vi siano più e vari Chianti fra i poggi di Toscana, quando è chiaro e storicamente certo che il Chianti è uno.

Tre i capitoli di questa storia affascinante e ben narrata e musicata: la mezzadria, la vita grama di sussistenza che per secoli ha retto le sorti dei grandi proprietari terrieri e la miseria legata al lavoro di persone, la cui opera nei campi costava meno di quello di un carcerato.
Simbolo del Chianti, simbolo di questo sistema feudale, il barone, signore di Brolio, Bettino Ricasoli, inventore si della “Formula del Chianti sublime“, ma anche padrone duro, odiato tanto da entrare nella leggenda per le sue apparizioni e dispetti anche da dopo morto. In mezzo a questo le due guerre mondiali pagate a caro prezzo dalla gente di campagna.
Poi il boom economico, la feroce voglia di cambiare, migliorare vita, accedere allo svago e all’agio di avere qualche ora per se stessi, che danno vita alla fuga dalle campagne, all’orizzonte di un posto sotto un tetto e un lavoro retribuito. Uno spolamento dal quale il Chianti non si è mai più rialzato.

I poderi, le ville, le fattorie, le stalle in malora abbandonate cercando un affrancamento da una vita grama, oggetto della curiosità e del rifugio di un’avanguardia di gente colta che sceglie il Chianti come oasi di rifugio, di ispirazione, di ruspantezza nei rapporti ancora cordiali fra le persone. Inglesi soprattutto, fini degustatori di un territorio terrazzato, con agricoltura ancora promiscua, cesellato nel corso dei secoli.

Arriva forza lavoro dalla Sardegna (Berardenga) e dall’aretino (Chianti) per sopperire allo svuotamento di manodopera.

Si disfanno i campi, si abbattono i muri delle terrazze, si apre alla coltivazione intensiva, monoculturale della vite e del vino.

Si perde un patrimonio paesaggistico unico e si fanno vigneti enormi, in forte pendenza, dove la prima pioggia lava e trasporta in basso.

Il miraggio del vino e delle vacche grasse, del grasso stava sotto e dietro ogni mattone, di paesi, di case coloniche private di anima e rese meta di turismo per alcuni mesi l’anno e poi luoghi fantasma quando non arrivano villeggianti.
Chianti e Berardenga: Radda, Gaiole, Castellina e Castelnuovo, poco oltre i sedicimila abitanti (10.000 dei quali solo nella Berardenga) e un’impressionante lista di nazionalità diverse che riempiono le vigne, i ponti dei muratori, le abitazioni di badanti, le pulizie nei vari luoghi recettivi.

La storia di una ragazza peruviana che desidera fortemente l’Italia è tenerissima: parte da Lima per l’Honduras dove ha dei parenti, ottiene dall’Ambasciata Italiana un visto turistico, arriva a Roma, poi a Firenze, dove la Caritas le trova un lavoretto: dare una mano ad una famiglia dove c’è una persona con difficoltà. Ma a Radda, posto a un’ora di pulman da Firenze, fra i poggi del Chianti.
La ragazza viene, non conosce nessuno, inizia a lavorare con un visto turistico e le viene consigliato di non farsi vedere molto in giro, ma lei vuole lavorare a testa alta.
Con il passaporto va dai Carabinieri raddesi e dice che lei è qui per lavorare e vuole farlo alla luce del sole. Il militare dal cuore grande fa una copia del passaporto e le dice che qui c’è sempre spazio per le persone oneste.
La peruviana assiste un anziano che muore, poi un altro, passa il tempo libero fra una panchina e l’altra, non conoscendo nessuno, poi quando muore anche il secondo assistito teme di non avere altre occupazioni, ma un parente del defunto si dichiara apertamente e si fidanza. Si sposa, lavora alla casa di riposo, parla, vive, ha fatto amicizia con tutti.

Sono tanti questi nuovi abitanti arrivati nel Chianti e nella Berardenga, ma non hanno il livello culturale dei primi viaggiatori inglesi, non hanno la grana dei vari speculatori arrivati dagli anni ’90, non hanno spesso la voglia di integrarsi o di entrare in sintonia con le regole di questo paese anche perchè noi indigeni spesso non siamo e non diamo un grande esempio.

E’ vero il messaggio lanciato da Matteo Marsan, Marzio Matteoli e da Pietro Meloni: il Chianti, è sempre stato e sarà forgiato dalla gente che ci vive.

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Una risposta a Chi non è del Chianti (e della Berardenga)

  1. Saverio ha detto:

    “Chiaro e storicamente certo che il Chianti è uno” se ci si ferma al 1300, ma se si guarda anche solo all’etimologia del nome, che nella più recente delle ipotesi ricondurrebbe ai latini, nella meno recente agli etruschi, ci si accorge che già esisteva un territorio dal quale i fiorentini (e questo già dà da pensare…) hanno dato il nome a quella Lega Militare che si può immaginare ne sia una rappresentazione parziale. Infatti, se si guarda alle caratteristiche geomorfologiche dell’area di produzione del Chianti Classico, si percepisce chiaramente una certa omogeneità, che farebbe propendere per un toponimo che individua un territorio con determinate caratteristiche, privo totalmente di definizione dei confini politici e del quale la Lega ne andò a comprendere solo una parte, questa si ben delimitata e corrispondente ai tre comuni senesi con il suffisso “in Chianti” (almeno per ora…) Castellina, Gaiole e Radda.
    Comunque complimenti al Teatro Alfieri per il progetto, sperando che la rappresentazione venga ulteriormente programmata, anche negli altri comuni.

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