Stappare è l’atto conclusivo di un lavoro che per un vino di qualità ha almeno due anni di situazioni ad incastro spesso non combacianti fra loro per via della solita variabile climatica che pregiuda o alimenta il valore percettivo di un’annata.
L’altra variabile è l’uomo con i suoi limiti, sentimenti, amori e dolori, tempo trascorso sulle zolle operativo ma anche a spasso con le mani in tasca in allegra osservazione degli eventi e dei messaggi lanciano le viti.
Si parte con la potatura in questo periodo, si finisce con il condividere la bottiglia a tavola fra amici e se il vino termina senza parlar di lui ha svolto la sua funzione essenziale di appoggio al cibo e donando istanti di serenità.
Fra potare e bere c’è la legatura, la lacrimazione, la pulizia al piede e la scelta dei tralci che devono fruttificare, lo splendore dell’uva in fiore che si riempie di punti bianchi profumatissimi specie nel Canaiolo come fossero sinonimo di bella donna, i trattamenti, sfalciature dell’erba o lavorazioni del terreno, la sfemminellatura, cimatura, il riposo di agosto se le bizze del tempo lo consentono.
Dopo ferragosto la sfogliatura, il controllo del trattore, dei carrelli, il lavaggio dei tini o delle botti, assaggiare, passeggiare, imbrunirsi alle nuvole cariche e improvvise, sperare non sia grandine, bestemmiare se a settembre piove troppo o un daino o una banda di cinghiali iniziano a pasteggiare con l’uva ora dolce.
Ancora assaggiare e passeggiare, scegliere il momento giusto della vendemmia con il polso e la sensibilità di chi la vigna la conosce e la capisce.
Tenere distinte le zone alte e le zone basse, gli angoli migliori da quelli balordi.
Pigiare, diraspare, usare barili sculati o botti o tini di cemento per la fermentazione; l’uva buona non necessita di ingredienti se non qualche grammo di metabisolfito.
Rimontare all’aria, a scroscio benefico che vanifica i puzzi di fermentazione, salassare, rompere il cappello della vinaccia, macerare il vino sulle bucce per estrarre struttura, colore, tenacia e perseveranza.
Svinatura e pressa, separazione del chiaro dal torbo, pulire, sempre pulire, vino nelle botti, travaso per levare le fecce grossolane.
Silenzio riposa. Gorgoglia per lo svogimento degli zuccheri rimasti.
Arriva il freddo, si stabilizza e si ripulisce, si travasa, si aspetta che maturi e svolga l’acido malico se ancora è presente.
A primavera si travasa, si rimette a riposo.
Ogni tanto si assaggia, si aspetta, si colma o si scolma il vaso vinario a seconda della stagione.
E’ pronto. Analisi di laboratorio. Tappi, bottiglie, capsule, etichette, cartoni, personale, macchine o camion per imbottigliare. Il filtro a grana grossa.
Si aspetta.
Viene venduto e chi lo acquista lo beve fra amici.
S’incazza se a tavola si parla di soldi.
C’è tanta maledetta, inutile burocrazia.
Troppe scarpe a punta.
E’ commovente.
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Da un ufficio di lunedi mattina chiudo gli occhi e penso a queste bellezza e alla tanta passione c’è dietro.
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…quanto lavoro prima che io intinga il pennello!!!!
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Con la tua consueta capacità di essere sintetico ed esaustivo allo stesso tempo hai dato un ritmo a chi legge le tue parole, quasi come un poesia.
Il tuo caustico TROPPE SCARPE A PUNTA mi fa sempre pensare ad una bellissima canzone di Paolo Conte ” Sotto le stelle del jazz “:
Pochi capivano il jazz
TROPPE CRAVATTE SBAGLIATE
ragazzi-scimmia del jazz
così eravamo noi, così eravamo noi
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un film bello e fatto, praticamente. Grazie
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Francesco, se Paolo Conte non si arrabbia si possono arrangiare le parole della sua canzone al vino.
“Molti antani, troppe scarpe a punta ci girano intorno”.
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Andrea penso che Paolo Conte ne sarebbe felice 🙂
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Andrea, questo tuo pezzo di “poesia”, mi ha portata indietro nel tempo, tanto tempo,alla mia prima infanzia quando per un certo periodo ho abitato nella casa del nonno.
Conosco alcune delle operazioni necessarie per salvaguardare la vigna ed ottenere un buon raccolto; ne sentivo parlare da lui che, possedendo vari terreni , era produttore di vino e di olio. Nel cortile, vicino all’abitazione, c’era lo stabilimento vinicolo e la cantina e d’estate io ero spesso presente quando arrivavano dai campi i carri carichi d’uva. Rimanevo a guardare la macchina che divorava i grappoli, ma la mia gioia era quando il nonno mi faceva entrare nella vasca di raccolta a pigiare l’uva: sento ancora l’aroma del mosto e sotto i piedi gli acini turgidi che mi divertivo a schiacciare; è una sensazione che ricordo ancora.
A quell’epoca il vino pugliese si vendeva al nord che, come sentivo dire, lo usavano per “tagliare “il loro vino, così dicevano. Anche il momento della vendita era per me divertente perchè mio zio mi faceva azionare la pompa per riempire le autobotti ed io ero molto fiera di questo incarico.
Ciao, ora mi conosci un pò di più.
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Ma le coccinelle capitano per caso o, magari, ce le metti tu nelle foto?
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Signora Marisa, mi aveva accennato alle sue esperienze vinicole passate nell’azienda del nonno e ora sono felice che ha voluto entrare nel dettaglio.
All’epoca il vino pugliese veniva usato come “vino da taglio” per dare spessore e colore ai vini dalla Toscana in su.
Poi l’uva (o il vino) sono diventati parte integrante di un malo modo di far vino, ovvero arrivavano di notte per riempire le fallanze di denominazioni più prestigiose e remunerative.
Da qualche anno la Puglia produce ed imbottiglia e fa cose buonissime.
Soprattutto con il Negroamaro.
Le coccinelle non sono frutto di trucco fotografico. Nelle mie scorribande campagnole le trovo spesso e sono un dono e un pensiero sempre caro che si rinnova.
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Grazie,Andrea,per le tue “chicche”di vita contadina vera,vissuta con passione. Son certa che molti amerebbero vedere dal vivo le varie fasi del farsi del vino.Un saluto
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