Il Presepe monumentale della Basilicata a Siena

E’ un Presepe perennemente in viaggio e in esposizione, che inizia il suo percorso grazie all’artista Francesco Artese che scruta i paesaggi, la spiritualità e le asprezze della Lucania e le immortala in una Matera realistica e riprodotta in scala, con ben 120 personaggi prodotti in terracotta, che girano intorno alla gioia della nascita che si rinnova, o all’opera d’arte che percorre il mondo parlando della terra d’origine dell’artista.
L’opera sarà esposta fino al 2 febbraio 2024 presso la Chiesa della Santissima Annunziata in Piazza Duomo, voluta dall’Arcidiocesi di Siena, dalla Fondazione Santa Maria della Scala e dall’Associazione dei Lucani a Siena. Ingresso gratuito. Fonte: Il Cittadino.

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La nebbia morbida di Siena

Come diceva il saggio Totò: “La nebbia c’è ma non si vede” ed è un problema serio perchè si nasconde e non si scorge, subdola e infida come una bianchina in salita.
Ammolla, nasconde e celia, seleziona la voglia di uscire e i passanti.
Ma è pieno di giapponesi, ci sta che li porti a zonzo la nebbia e non si rendano neanche conto di essere fra le lastre di Piazza.

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L’Unesco e il progresso enologico

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Cosa hanno in comune – a livello di rapporti pratici e quotidiani – persone che vivono nella Val di Pesa, nella Val d’Elsa, a Poggibonsi, nel Chianti e nella Berardenga?

A livello di relazioni personali, gli abitanti, non molto.
Se si necessita di un bullone mancante in loco la Berardenga lo cerca in Val d’Ambra o a Siena, il Chianti (Radda e Gaiole) lo cercano nel Val d’Arno o a Siena, Castellina (Chianti) a Poggibonsi o a Siena.
Greve lo cerca verso Firenze, Barberino e Tavarnelle verso Poggibonsi/Certaldo.
Il solo collante che queste persone possono avere fra loro è quello di risiedere all’interno di un’area di produzione commerciale legata al vino.
Un’area vasta e spropositata che pende (dal punto di vista di territorio e abitanti) sul versante fiorentino.
Il mastice (in questo caso da botte) resta sempre il vino: la zona di produzione di un prodotto commerciale che si vorrebbe far diventare Patrimonio dell’Unesco all’interno del Sistema Villa – Fattoria.
La cosa ha le gambe corte, essendo storicamente la Toscana agricola impostata su questo sistema, simile anche fuori Regione.

Il sistema di Villa padronale (o Fattoria) e poderi è comune nelle parti agricole della Regione (salvo differire nelle coltivazioni delle zone bonificate).
Nella “Storia del paesaggio agrario italiano”, Emilio Sereni parla della Toscana delle riforme agricole leopoldine e del cambio di passo di una nobiltà terriera che per la prima volta investe capitali (invece di trarli con la rendita) e terrazza colline, crea case migliori per i contadini, costruisce magazzini e cantine.
Se l’Unesco si deve pronunciare sul “Sistema di Villa e Fattoria nel Chianti Classico”, non può fare a meno di notare che si tratta di una caratteristica tipica non solo di quel territorio commerciale, ma di quasi tutta la Toscana coltivata.

L’unico comune denominatore che si nota in questa istanza è di voler evidenziare una zona di produzione vinicola molto confondibile sia a livello nazionale che internazionale, dato che la menzione “Chianti” ricade su tutte le colline della Toscana dove sia piantata una vite e questo tentativo sembra puntare a voler far nascere (accanto al Chianti e al Chianti Inventato) un altro Chianti: il Chianti più Erotico che c’è, per differenziarlo dal Chianti delle colline pisane (vista mare) aretine, senesi, fiorentine, della cintura di Pontassieve e delle bretelle di Palazzo del Pero.

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Autosalone Basilica di Provenzano

basilica provenzano e macchine in sosta

Anche uno dei luoghi più rappresentativi di Siena quale è la Basilica e l’omonima Piazza di Provenzano è affogata costantemente dalle macchine in sosta, sia davanti all’ingresso, sia in quasi tutto il resto della Piazza.
Mettono i brividi quelle vecchie foto in bianco e nero dove si vedono Piazza del Campo e la Piazza del Duomo (causa ospedale) riempite di macchine in sosta, come ora avviene stranamente per la Piazza di San Domenico o questa, libera solo nei pochi giorni intorno al Palio del 2 luglio.
Intanto (e non da molto) la Piazza del Duomo si è svuotata delle macchine di servizio al Palazzo del Governo ed è tornata splendidamente godibile, come sarebbe giusto lo fosse anche Provenzano per poter ammirare la Basilica al netto delle carrozzerie.

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Il foliage del Pratomagno

E’ commovente perchè basta alzare una mano per riuscire a toccare le nuvole con un dito.
Veder sparire d’improvviso ettari dorati di faggete e ritrovarli sgargianti di sole dopo che il velo biaco viene sfrattato dal vento.
Quiete che rasserena, colori intensi che la natura crea.

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Il Chianti è senese

castello di brolio autunno

Se Chianti (insieme a Pizza e Ciao) non fosse fra le parole italiane più conosciute al mondo, è certo che non desterebbe alcun interesse, rimanendo quella zona brulla, arida e scoscesa, che anche i proverbi o i modi di dire, squalificano non poco.
“Chi va nel Chianti o trova un sasso o trova un bischero” oppure “A Radda, Gaiole e Barbischio non ci starebbe neanche Cristo” e tanti altri…
Invece il Chianti è talmente rinomato dal punto di vista commerciale che di Chianti ce ne sono ben due: quello vero e quello inventato.
Una Lega politica, militare e amministrativa che ha tenuto insieme un territorio senza sussulti per oltre cinque secoli, legata allo Stato Fiorentino.
Tre amministrazioni distinte dopo lo scioglimento delle Leghe nel 1774 volute dalla Riforma di Pietro Leopoldo di Lorena (rimanendo integrati nella Provincia di Firenze).
Il passaggio dell’intero territorio del Chianti nella Provincia di Siena, con il Dipartimento dell’Ombrone, in epoca napoleonica e poi confermato dal Regno d’Italia nel 1861.
Quindi il Chianti è fiorentino fino agli albori del 1800 e da quel punto in poi diventa interamente senese, tanto che oggi il Chianti – storico e geografico – è senese, l’altro (ammesso ce ne siano altri) ricade nella denominazione Inventato.
E da quando dal punto di vista commerciale il termine “Chianti” ha cominciato a “tirare”, non sono mai mancate istanze e tentativi di appropriarsi del nome e della storia o di entrarne a farne parte entrando dalla finestra.
Per 1900 anni, il Chianti è rimasto quel territorio arido e sassoso, cerniera di confine fra due stati che almeno fino alla metà del ‘500 se le sono date di santa ragione.
Le ambizioni esterne di entrare a far parte di questa famiglia sono sempre state rigettate a livello statale e ci sono voluti ben 1972 anni prima che una decisione (regionale) regalasse a Greve (FI) il titolo tanto agognato.
Non è un caso se a uno di Radda, Gaiole o Castellina, viene chiesto di dove provenga, esso risponda semplicemente dal luogo senza star lì ad allungare il brodo con il termine Chianti.
E’ vero che se si domanda a un qualsiasi tizio che è diventato “chiantigiano” da solo mezzo secolo, questi prenda la rincorsa e a pieni polmoni riversi ‘essere di “Greve in Chianti” o “Panzano in Chianti”,”So’ di Strada in Chianti” oppure “So’ di San Polo in Chianti” e via dicendo…
Come aiuta il linguaggio nel capire le cose: alcuni anni indietro,si era alla ricerca di una vigna bruciata da delle fave che con il trinciaerba nel mese di luglio erano andati a sfalciare l’erba secca alta un metro in una vigna intorno a Colle ai Lecci di San Gusmè.
Chiedendo informazioni a San Gusmè su dove quella vigna si trovasse, venne chiesto anche di chi fosse e la risposta fu emblematica, guardando e indicando una certa direzione: “La vigna è di gente là del Chianti”.
A Barberino (Val d’Elsa) il comune patrono della chiesa (san Bartolomeo) permise di scambiare diverse parole con signore e signori di ogni età che per far capire dove si trovava Vertine (sapendo vagamente dove si trovasse Radda per averci avuto qualche lontano parente) dissi che Vertine era dietro Poggibonsi e tutti si sentirono più sollevati.
Quindi, se il commercio allunga e allarga le cose a piacimento, il linguaggio, i contatti e le relazioni fra le persone, riconducono le cose più vicine al reale.

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Erbetta in Piazza

Dopo che l’ultimo pulman raccoglie gli ultimi sellfisti, sembra che la piazza diventi persino più grande, forse per un’illusione ottica dovuta al rivederla percorsa da gente indaffarata o anziani che riprendono a godere di questa antica bellezza facendo capolino al cantiere della Fonte Gaia, dove dentro si trovano alcuni tecnici che la stanno riportando allo splndore di conio di Tito Sarrocchi.
Di certo molti capanni dei barre sono stati smontati e la Piazza si riappropria di se stessa.
Nelle commettiture della lisca di pesce rinasce anche l’erba, di un verde intenso che risalta fra mattone e mattone.
Oggi e domani ci sarà il Mercato nel Campo e la voglia di mortadella produrrà un bel calpestio.

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Il Chianti… che cosa?

carro agricolo

Mi permetto di intervenire su questo argomento del quale mi sta molto a cuore una parte, quella territoriale, mentre lascerei a voi esperti e professionisti del vino la parte riguardante la denominazione vinicola. Su quest’ultimo punto, che appunto vi lascio, mi limito a osservare che se pur forse in un remoto ieri era esistito un senso per l’espressione “vino Chianti”, intendendo un TIPO di vino piu’ o meno preciso, ormai (da almeno una quindicina d’anni) ogni senso residuo per tale espressione e’ venuto meno: mai stato un vitigno, ormai non piu’ un uvaggio (sotto lo stesso nome si trova dal sangiovese in purezza alla vecchia formula ai nuovi uvaggi con percentuali sostanziose di vitigni che ormai nessuno osa chiamare piu’ “migliorativi”), chissa’ da quando non piu’ neppure una parvenza di stile (chi fa piu’ il governo?), il nome “chianti” affibbiato a una bottiglia di vino assomiglia sempre piu’ a quel coltello cui si era cambiato prima la lama, poi il manico, poi ancora la lama, poi ancora il manico….e tuttavia “rimaneva” sempre lo stesso coltello. Cercatela voi la “chiantitude” e tanti auguri. Territorio dunque, visto che quel famoso coltello era innanzitutto e prima di tutto proprio questo (il vino DEL Chianti). E territorio sia, allora. E quando si dice territorio si dice innanzitutto storia piu’ che geografia. Giusto: Chianti e’ stato a lungo prima che un coronimo (toponimo di regione) un oronimo, ossia un toponimo di rilievi montuosi. A questo proposito giova ricordare che i Monti del Chianti erano i monti fra Monte Luco e il San Michele. Estremi esclusi. Era cioe’ quella tasca rincagnata fra il passo di Cancelli e il Monte Muro. Ma fu prima ancora (ormai e’ confermato dagli archeologi, mi risulta) un idronimo, ossia un toponimo di corso d’acqua. Il Clante. Ossia il Massellone. E venendo da Siena lo si percepisce immediatamente che la musica cambia appena si passa il ponte delle Granchiaie. Il paesaggio si infossa, si rincagna, si chiude. Lo scoglio affiora sempre piu’ dalla terra. La terra s’incattivisce, si capisce bene che si sta entrando proprio nel Chianti, quello vero. Si parla qui di un Chianti arcaico, di un Ur-Chianti, di un Chianti con la K. Ma questa e’ ancora geografia. Parliamo di storia, allora. E la storia e’ che il Chianti e’ cerniera di confine. Terra di attriti, da sempre. Rimanendo a tempi relativamente recenti (diciamo successivi al crollo dell’impero romano) attrito fra diocesi diverse (quindi, sembrerebbe di imparare, risalente a una cerniera fra lucumonie etrusche diverse), quella aretina e quella fiesolana. Ed eccoci alla vera dicotomia chiantigiana: un chianti aretino e un chianti fiesolano (ma in questo senso!). Da Vertine (Fiesole) e’ possibile lanciare un bel fischio ed essere uditi in quel di Barbistio (Arezzo). Lo stesso e’ possibile fare da San Polo (l’unico San Polo che il Chianti conosca, che pero’ guarda un po’ si chiama “in Rosso”) fiesolano e farsi udire a Lecchi aretina. Poi in tempi decisamente piu’ bassomedievali frizione e confine fra Firenze e Siena. Ed eccoci all’altra dicotomia, contraddittoria, esistente nel Chianti: un Chianti senese e fiorentino. Non un Chianti senese e uno fiorentino, si badi. Ma un unico Chianti insieme senese (perche’ sostanzialmente, idrograficamente senese; e anche perche’ per la prossimita’ a Siena i fiorentini se lo sono dovuti conquistare col ferro e col fuoco) e fiorentino (perche’ storicamente fu appunto conquistato da Firenze e inserito nell’ordinamento in leghe del contado fiorentino, nel quale ordinamento a lungo rimase. E basti sentire l’accento dei chiantigiani per capire che in queste terre il cuore e’ viola) e poi senese ancora (perche’ dopo la riforma leopoldina che aboli’ le leghe fu annesso al compartimento senese, e tutt’oggi e’ interamente, ripeto INTERAMENTE in provincia di Siena) e poi forse nel vicino futuro ridinuovo fiorentino (perche’ la provincia di Siena non la vedo messa molto durevole in termini amministrativi, e perche’ c’e’ aria di accorpamenti di comuni, e perche’ figurati se in quel di Firenze si potra’ mai tollerare che si crei un’entita’ chiamata “Chianti” a sud del confine provinciale, ossia che tenga fuori i comuni che da decenni si sono clonati un Chianti a misura di vinattiere a nord del San Michele…..). Ecco: il Chianti questo e’ sempre stato, una terra di confine e di frizioni. E tutto questo carattere proverbiale di cerniera, di confine, dove andrebbe a finire, come lo si potrebbe anche soltanto percepire (e far percepire ai perplessi turisti che volessero chiedere spiegazione alle ancor piu’ perplesse guide turistiche) se si volesse ammettere un territorio con questo nome ma straportato verso Cerbaia e Impruneta come i disciplinari di produzione di prodotti dell’enogastronomia vorrebbero?

Fonti: IntravinoIt hobby vino

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Raccolta alimentare alla Coop di Castelnuovo

misericordia castelnuovo berardenga

Aiutare il prossimo è un bene di prima necessità ed è in questo spirito che la Misericordia e la Coop Amiatina di Castelnuovo Berardenga propongono una due giorni di raccolta alimentare da destirnarsi alle famiglie in difficoltà.

Venerdi 1 e sabato 2 dicembre, al negozio Coop, sarà possibile donare beni di prima necessità (a lunga conservazione) dando una mano a chi ha ricevuto qualche colpo di frusta dalla vita. Fonte: Il Cittadino.

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Lo zafferano spuntato dal niente

zafferano

Improvvisamente, sopra un muro e dal niente – al riparo di una ginestra – spunta un crocus strano, o meglio un fiorellino che è parecchio strano che sia lì, dato che nessuno ha certo provveduto a mettere un bulbo del fiore pregiato dello zafferano.
Facile che qualche uccellino si sia cibato chissà dove di un seme e lo abbia sganciato da dietro in questa posizione che pare ideale per il crocus sativus.

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