Siena, chiuso l’alimentari Lorenzini

Generazioni di studenti e professori della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, hanno fra i ricordi e i sapori più cari, il momento della pausa pranzo, che a seconda del tempo a disposizione, prendeva canali diversi.
Qualche veloce panino per i più frettolosi, una infinità serie di bontà fra affettati e formaggi e tutta una serie di delizie di piatti pronti (realizzati da signora valente) che bastava solo scaldare in forno per pochi minuti.

Seguendo il ciclo della stagionalità si passava dalla minestra di pane alla panzanella o insalata di farro, vari arrosti, polpette, super sfiziosità come le zucchine o i pomodori ripieni.
Un velo di malinconia per il guardare sempre al passato per un triste presente.

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Pagliarese Chianti Classico Riserva 1981

Una bottiglia antica, nascosta alla luce e coperta dalla polvere del tempo che in questo caso preserva, nasconde e protegge.
Sigillata a cera lacca da un vigile urbano (Santino di Vagliagli) e con un cartellino pendente che stava a significare l’essere una delle quattro bottiglie campione per l’esportazione, due delle quali da inviare al laboratorio di analisi, una in giacenza in cantina, una per i vigili.
Il tappo è perfetto, imbevuto per mezzo centimetro dal vino, il suo profumo è superbo (come quando si apre una botte dopo un travaso) granato, subito pungente all’olfatto (come se fosse ai blocchi di partenza in attesa di essere stappato).
Teconolgia: scelta del tempo di vendemmia, vinificazione in solitaria delle uve del vigneto (sangiovese in prevalenza con qualche velatura di uva bianca) diraspatrice che balla, vasca di cemento, rimontaggi all’aria e svinatura dopo una ventina di giorni, sosta nel cemento prima della sfecciatura, botte grande da 70 hl e poi smezzata all’imbottigliamento in una da 37 hl, quasi conque anni dopo.
Questo vino nasceva in una zona dove solo l’errore umano o un’annata oltraggiosa potevano arrecare danno alla sua riuscita.

E’ stato degnamente festeggiato e condiviso come merita un grandioso esponente della terra… quella di quando non ci si montava la testa, forte di quarantaquattro anni di attesa.

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Vistarenni nella storia

Toponimo di origine etrusca “Fistarinne”, corrispondente a un villaggio rurale di non grandi dimensioni caratterizzato dalla parcellizazione delle terre in tanti proprietari, fra cui la Chiesa di Vertine e la Compagnia di Santa Maria a Vertine.

Nel Quattrocento era un villaggio di cinque case, ed era già presente la conduzione mezzadrile con il sistema poderale, ma con un’agricoltura più o meno di sussitenza.
Le cose cambiarono nel XVII Secolo, quando una famiglio fiorentina iniziò ad acquistare i terreni intorno, tanto da mettere insieme edifici, olivete, terreni, boschi sotto la proprietà di Giannozzo Da Cepperello.
Poco meno di un secolo dopo (1714) i Da Cepperello cedettero le proprietà di Vistarenni alla famiglia Pianigiani, i quali aggiunsero le terre appena acquistate ad altri possedimenti che avevano vicino: Adine, Sala, Gualdo, Vertine, facendo di Vistarenni il nucleo dirigenziale.

Tra il XVII e il XVIII Secolo, avvennero grosse trasformazioni, venne meno l’antico villaggio e venne edificata la villa – fattoria, che prima delle modifiche apportate nel Novecento, riprendeva gli edifici tardo rinascimentali.

Cambierà molto anche il paesaggio agrario con terreni coltivati a vite e olivo, con la promiscuità delle colture per le esigenze di sostentamento dei mezzadri.

Nel 1837, prende forma una nuova unità poderale, sorta su un poggio poco distante, il Poggio di Toni.

Nel 1852 le proprietà Pianigiani vengono vendute al principe Ferdinando Strozzi, la cui famiglie le terrà per quasi mezzo secolo.
Alla fine dell’Ottocento entrano in scena i baroni Sonnino(Giorgio, fratello di Sidney, Primo Ministro e più volte Ministro del Regno d’Italia) che insieme ad altre acquisizioni riescono a mettere insieme ben 650 ettari di terreno.

Ai primo del Novecento, la fattoria produceva ben 1200 ettolitri di vino di ottima qualità, stando alle recensioni dell’epoca e fu nel periodo 1914 -1919 che gli investimenti interessarono anche l’edificio padronale (oltre l’edificazione della cantina) con il rifacimento della facciata da parte dell’architetto fiorentino Ludovico Fortini (nella forma che vediamo oggi).

Fu costruita anche la cappellina padronale poco distante dalla fattoria, che i Sonnino vollero adibire a cappella sepolcrale.

Negli anni a cavallo fra Otto e Novecento, la proprietà di Vistarenni risultava composta dai seguenti poderi: Adine I, Adine II, Adine III, Adine IV, Battagliola, Casa al Poggio, Casina di Selvole, Casina di Vertine, Cavarchino, Cavarchione I, Cavarchione II, La Mandria, Montelucci, Poggione, Sala I, Sala II, Sala III, Le Selve, Trabecchi, Vallimaggio, Molino di Selvole, Fontercoli, Ripresa.

Fonte: Il sistema di fattoria nel Chianti Centro Studi Chiantigiani “Clante”.

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Berardenga, la mimosa del Poderuccio

La signora che cura questa magnifica pianta, sostiene che neanche tanto tempo fa era solo un piccolo “tallino che appena si vedeva” e che diverse volte il vento le ha arrovesciato rami, ma lei imperterrita, resiste e continua a crescere.

Una grande macchia gialla che guarda all’azzurro, dove le persone si recano, dove le macchine in transito si fermano, per ammirarne la bellezza e l’opulenza della fioritura

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La scala della Pia nella Pinacoteca di Siena

“La Pia è una delle figure più affascinanti ed enigmatiche della Divina Commedia, a cui Dante dedica due terzine che costituiscono un capolavoro per condensazione di significati.

La donna che si disvela mostrando di preoccuparsi per la stanchezza nel viaggio di Dante, narra delle sue origini senesi e della sua morte in Maremma peropera di colui che l’aveva “inanellata”.

Dante non rivela il suo vero nome e quello del marito e neppure le modalità e i motivi dell’uccisione, evocando solo la Maremma come luogo allora inospitale, cupo e malsano.

Intorno a questi versi sono state scritte infinite pagine di studio, volte a cercare di identificare dal punto di vista storico la Pia, tradizionalmente indicata come una Tolomei, sposa di Nello d’Inghiramo de’ Pannocchieschi, che l’avrebbe uccisa per gelosia o per sposare un’altra donna.

Questa tradizione, supportata da letteratura, arte e musica, hanno portato alla nascita di diverse leggende tra le quali proprio l’indicazione della scala a chiocciola di palazzo Brigidi come la “Scala della Pia”, derivata probabilmente con l’identificazione del tre – quattrocentesco palazzo Brigidi con l’antico palazzo Pannocchieschi, dove si è immaginato la donna fosse rimasta rinchiusa.
La scala elicoidale, collega il palazzo dalla cantina alla soffita e avendo una struttura leggera, non è percorribile, pur essendo visibile – bellissima – dall’affaccio del secondo piano della Pinacoteca”.

Fonte: Pinacoteca nazionale di Siena

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La mimosa gigante di Federica

Di un mese in anticipo la fioritura della mimosa gigante, nel giardino di una villetta romantica – un po’ appartata – con Siena stesa davanti nel suo sonnolento letargo invernale.
Al cospetto di questa mimosa immensa, l’enorme differenza di altezza con una piccola grande donna che accende di lana, pistacchio e (occhi) nocciola la spia ventricolare del giallo al cielo dell’esserci.
Con lo scialle, al bordo del muretto, con lo sguardo incantato e i capelli raccolti da un laccetto, sempre con le mani diacce e l’ironia tagliente.

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Prove tecniche di arrosto girato

maialino arrosto

Per fare le cose “scientifiche” come diceva “Peppe er Pantera”, ci vuole un minimo di tecnologia abbinata all’uso – in contemporanea- del pensiero e delle mani.
Uno spiedo, un motore di frigorifero che regola un movimento orario costante, pezzi di ulivo e quercia, tronchetti di alloro, dadolini di legna di ramerino e abete.
Un grande fuoco con la ciccia da cuocere a debita distanza (alla maniera argentina) per diverse ore, poi lo spiedo si avvicina per l’ultima razzata di fuoco vivace dove si incendiano le erbette messe da parte dal druido Panoramix: ramerino, salvia, alloro, lavanda, ulivo, leccio, quercia, qualche doga di barrique usata.

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Nebbia di una mattina nel Chianti

Quasi tutte le mattine questo velo di bambagia umida s’inerpica per l’aria e fà risaltare questi bassi rilievi collinari che con l’aureola di nebbia si montano la testa, volendo somigliare a vette più importanti.

La bruma s’infila nell’Amalunga, umidifica Coltalebolle e Casina, prende vigore nel Parabuio e poi vira per la Casuccia e appanna la visione di San Donato in Perano con vicissitudini vecchie e nuove.

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San Gusmè diventa Comune di Gaiole in Chianti

san gusmè di gaiole in chianti

Ha cominciato Trump con quella vaga idea di annettersi la Groenlandia (e già che c’era) anche levarsi la voglia di aggiungere un’altra stella alla bandiera infilando il Canada allo spiedo.
Se fosse il presidente di una bocciofila o di una pro – loco che annualmente (come attività culturale) organizza la sagra della porchetta, basterebbe un leggero sorriso per passare oltre al problema, ma essendo il presidente di un paese che nel mondo ha sempre avuto le mani in pasta, qualche pensiero piglia.

E’ in questa ottica che tante piccole cose iniziano a muoversi, come “l’imperialismo” (termine caro a Beppone fin dai grembiulini dell’asilo) del comune di Gaiole che piano, piano, cerca di inglobare anche pregiati territori confinanti.

A forza di dire che ovunque sia piantata una vite si è nel Chianti (l’ultima boiata commerciale è il proposito di far coincidere il territorio di produzione del Classico a un vago sistema agrario di fattoria – podere “tipico” solo del Gallo Nero sotto la benedizione dell’Unesco) produce la voglia in chi è vicino di diventare (Chianti) davvero.

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A Cortona la trippa su “orinazione”

cartello macelleria cortona

Per fortuna rimangono rare tracce di spontaneità vera e non costruita a tavolino da consulenti d’immagine, giornalisti compiacenti, arnesi del marketing e social manager.
C’è ancora vita ai lati estremi della regione (est e ovest) c’è ancora sana voglia di non pigliarsi tanto sul serio e dire le cose per quello che sono.
A Cortona la chianina è allevata da contadini, si trovano quasi tutti i giorni le “polpette con la pomarola” e su “orinazione” si trova “anco la trippa de chianina”.

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