Una poesia di Prevert

Una seggiola di vecchia foggia al meriggio del tiglio dove tante foglie cadenti provano a atterrare e il vento dispettoso di un battito d’ali le scivola fra le altre a terra.
Sempre portata da un soffio, atterra sulla seduta la foglia di un ciliegio distante, alla maniera di una refolo metrico di Prevert o la poesia mallinconica messa in musica da Ives Montand.
Sorride ancora e ringrazia la vita quella sabbia lavata dal mare che porta via i rancori e salva gli affetti.

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Porpora e oro delle vigne di Brolio

Sembra di essere nella Pinacoteca di Siena (uno dei musei più importanti al mondo che raccoglie l’arte di grandi maestri del Trecento e Quattrocento) dove i colori preminenti e sgargianti risultano essere l’oro antico del sangiovese e il porpora acceso di qualche vite gallica.
Silenzio, pace, contemplazione. Pensiero che per potare o pulire un filare manualmente una persona impiega almeno una giornata di lavoro per la lunghezza di quelle rette parallele che producono uva.
Simbiosi di come la bellezza e la cura di un luogo si riversino poi all’interno di una bottiglia di vino.
Un’annunciazione agricola di un’opera d’arte pittorica che si rinnova ogni anno.

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Le opere di Cesare Olmastroni al Museo Chianti Origo

Cesare Olmastroni nacqua a Fonterutoli (Castellina) nel maggio del 1943 quando la guerra si faceva più difficile e cattiva.

Perse la mamma da adolescente e fu avviato alla carriera artistica da uno zio scultore e decoratore che aveva molti contatti e commissioni fra le ville e le fattorie.
Durante il sevizio militare scampò a uun grave incidente che gli causò una lunghissima convalescenza, dopo la quale tornò a lavorare come decoratore e restauratore, tanto che si verificò la committenza più importante – dal punto di vista personale – quale le decorazioni all’interno del Castello di Meleto che gli portarono fama, ma soprattutto l’amore della vita sotto il nome di Fernanda.

Intorno ai trent’anni principiò a lavorare per il Comune di Siena (una collaborazione cardiologica e ininterrotta) dove lavorò e supervisionò ogni restauro nel Palazzo Pubblico, al Teatro dei Rinnovati, alla Accademia dei Rozzi, nell’essere il padre protettivo di ogni autore del Palio, fino a realizzarne lui stesso due (magnifici).
Il suo estro si è esteso ovunque nel mondo e ben oltre Siena in tanti lavori e opere.

La sua vocazione e capacità produttiva, lo rende uno degli autori contemporanei più importanti.
La sua sobrietà umile e garbata, lo rende figlio del tempo di guerra e modello da perseguire negli eccessi di luce fatua dei tempi moderni.
La mostra al Museo Chianti Origo è stata possibile grazie alla concessione di familiari e privati a cui il grande artista ha fatto dono per occasioni importanti.

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Camminare intorno San Donato in Perano

Accanto ai cipressi che spennellano la strada bianca, si alzano e si rincorrono delle nuvole bianche con un cuore di panna.

Il loro ondulare distratto produce un aprire e chidere la lanterna del sole, generando a terra un gioco di luce e ombre con chiaro scuri sgargianti che mettono in risalto il fine brecciolino bianco di alberese fra i filari, il porpora infuocato di rose alle testate, le foglie locali e bordolesi delle viti.
Arrivando al punto panoramico si nota il pesticcio fitto di quanti si sono fermati a consultare questo docile paesaggio ottobrino.

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I gustosi fagioli alla Bud Spencer

Il bambino “bombadiere” della famiglia contadina sempre alle prese con i problemi al carro, ne deve aver mangiati parecchi se la cura ricostituente si è misurata in qualche gallone di wihsky.

Par di sentire una musica, un cavallo, una slitta, un deserto e dei grulli pistoleros intenti a cuocere una bella padellata di fagioli per due fratelli che a turno li deruberanno dei legumi.
Poesia, e romaticismo si fondono all’interno di un barattolo di latta con dentro una delizia della vita: i fagioli alla Bud Spencer, borlotti, poco pomodoro, un filo di rigatino. Basta solo scaldarli.

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Fiamma e Marisa, ferri da maglia a Pitigliano

Due artiste del ferro da calza che si ritrovano in una stanza sotto casa di Fiamma e passano i pomeriggi in compagnia a inventare oggetti unici o piccoli utensili per casa.
Passando dal ponte che collega la parte nuova con il centro storico di Pitigliano, è impossibile non notare queste due signore assorte in letizia a sferruzzare a una velocità della luce tale che il passaggio del filo sulla punta del ferro, finisce per ipnotizzare.
Un’agilità di azione e di pensiero fuori dal comune, come la praticità e la bellezza dei capi che inventano – di uso quotidiano – scambiando parole con chi passa a chi rimane incantato da un filo di lana colorato che diventa forma e sostanza.

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La Nazione, un articolo sul torrente Chianti/Massellone

“L’annuncio era stato dato dal presidente Eugenio Giani (da poco riconfermato) alla presentazione della mostra del vino Chianti Classico a Greve lo scorso mese. “Adesso c’è la legge – specifica il sindaco di Gaiole Michele Pescini, nel cui territorio scorre… l’ex Massellone – e noi concordiamo poiché qui abbiamo sempre puntato sull’identità. C’è un documento dell’anno 790 che abbiamo nel nostro Museo Chianti Origo e che parla di una proprietà ‘in Chianti’ riferendosi alla valle del Massellone. Ne ha scritto l’esperto storico professor Renato Stopani. Con questo, non vogliamo mettere in discussione ciò che si intende per Chianti oggi, che è anche nella Tentative List dell’Unesco”.

Renato Stopani è uno dei massimi esperti di questa terra, con numerose ricerche soprattutto sull’arte romanica locale. Quando si parla di Chianti, si apre subito un ventaglio di pareri: dall’approvazione appunto alla cautela, al riserbo (Vito De Meo) allo scetticismo. Abbiamo sondato il parere di persone che sono da decenni esperte del Chianti, ne tramandano la storia. Alla fattispecie scetticismo può ascriversi il punto di vista di Massimo Anichini: “Sì. Cautela e scetticismo visto che da tempo immemore quel corso d’acqua si chiama Massellone e questa decisione trova la gente ignara”.

“Di valle del Chianti – osserva da parte sua Andrea Pagliantini, che ha un seguito blog su questa terra – riferisce il professor Stopani. Ci può stare il cambio di nome, ma serviva non un annuncio in un contesto diverso quale quello di Greve, bensì magari un evento a Gaiole per rendere la gente più partecipe”. Pagliantini pone in evidenza che la ricerca storico-scientifica è oggettiva; tuttavia si va a toccare adesso proprio l’aspetto se vogliamo ‘sentimentale’ e delle radici di una popolazione. Coinvolgere dunque di più i cittadini. “Ci sono pareri contrastanti, a quanto ho sentito”, afferma Silvia Ammavuta, che ritiene che tanti continueranno a chiamare quel breve corso d’acqua Massellone. Ci vorrà del tempo, in sintesi, affinché la nuova informazione si sedimenti.

Renzo Centri, da Gaiole, da decenni (come aveva fatto il padre, Enzo) porta avanti ricerche sul medioevo del Chianti. Si sofferma su elementi oggettivi dando uno sguardo anche oltre l’età di mezzo: “Di sicuro la valle del Massellone viene nominata in documenti come valle del Chianti. È plausibile che fosse il nome del fiume in epoca etrusca. Ci hanno lavorato diversi studiosi tra i quali il professor Stopani”. Non passi inosservata anche la variazione da “torrente” a “fiume” proprio per l’importanza storica, come sottolineato dal governatore Giani. Vito De Meo fa parte del Gruppo Archeologico Salingolpe, con base a Castellina ma con raggio di ricerca nel Chianti Senese: “La volontà e l’esperienza ci impongono di ragionare unicamente in termini scientifici. Poi, magari, dopo accurate verifiche indipendenti si chiarisce che il cambiamento del nome è giustificabile e va bene così ma fino a quel momento non andrei a sostenere tale scelta. Credo sia necessario almeno per adesso esprimere un prudente riserbo”.

Fonte: Andrea Ciappi La Nazione 26 ottobre 2025

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Podernovi per sognare più forte

Una porzione sobria e asciutta di Chianti rimasto fermo rispetto all’andamento ostentorio e patinato dato dalla madia atta a dar valorizzazione del fatuo come al vapore del respiro di un bove o di un fagiano in una mattina dove il termometro segnala brinata.
Qui ci si zittisce, si diventa piccini e ci si accuccia nell’ascolto del vento che trasporta corvi come se fossero note musicali, pampani che in viti diverse virano dall’oro al porpora, un paesaggio sincero, umile, dove le viti che hanno partorito si mettono il vestito migliore prima di entrare in letargo.

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Leone Piccioni e l’arte contemporanea a Pienza

Figlio del ministro Attilio e fratello del compositore e direttore d’orchestra Piero, Leone Piccioni (studente universitario del professor Giuseppe Ungaretti) fu un alto dirigente RAI e un lungimirante appassionato d’arte, che ammaliato alle poesie di Luzi dedicate al territorio della Val d’Orcia e di Pienza, si trovo a prendere due stanzucce nel centro della città di Pio II, quando essa non era presa d’assalto come adesso dai profughi della vita modernae della cultura intesa coome gelato al cacio pecorino o calamite da frigorifero.
Essere un alto dirigente della RAI – unita a una vera passione per l’arte sotto ogni sua forma – aveva permesso a Leone Piccioni di venire in contatto con tutta una serie di personaggi dello spettacolo e di artisti che in breve vennero invitati a Pienza per esporre le loro opere nella rotondità del suolo che nutre il grano o per la creazione di convegni e mostre di ogni tipo.
Stregati dall’umile fastosità di questi luoghi in disparte ben prima che diventasse Unesco e il profumo di pecorino inondasse le vie mescolato a bolgherette boccette di essenze, arrivarono nomi da brivido nel campo della pittura e che donarono al Comune di Pienza un’opera del loro ingegno.
Da collezioni private, ma soprattutto dalle donazioni di artisti all’amministrazione pientina, è stata allestita una splendida mostra (ingresso gratuito) presso il Conservatorio San Carlo (visitabile fino al 9 novembre) che raccoglie opere di Guttuso, Sassu, Carrà, Capogrossi, De Chirico, Fontana, Maccari, Manzù, Mirò, Pomodoro…

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Una parabola sul campanile di Badia a Monastero

Da questo luogo parte tutta la storia della Berardenga e le stratificazioni che si sono succedute nei secoli, parlano di momenti e personaggi alti che a loro modo hanno sempre contribuito ad alzare il livello culturale e di conservazione del luogo.
Questo fino ad oggi e al momento in cui è apparsa un’antenna parabolica all’altezza della prima trifora che guarda la piccola chiesa con cripta e accoglie chi arriva.
Non si tratta dell’installazione di un’antenna per vedere le partite in qualche condominio in qualche zona di piana, ma del campanile di un’Abbazia che sorge nell’anno 867, che ha visto passare Goti, Vandali, Barbari e ne è uscita indenne fino al momento che un “luminare” ha deciso che la nuova liturgia passa dalla comunicazione e i campanili delle chiese possono fare da pernio a queste brutte “padelle”.

La padella è già un po’ di tempo che si trova appollaiata – a vista -sulla torre campanaria, ma non è normale che un manufatto di tale pregio gli faccia da base.

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