La cantina di Felsina e Carlotta Salvini

La chiave del portone della cantina settecentesca di Felsina non è di quelle si possono perdere facilmente, potendola tenere tranquillamente sotto il braccio e sicuramente realizzata da qualche maestro della nobile arte del ferro battuto che nella Berardenga ha una lunghissima tradizione.

Fra due ali di silenti e sagge botti grandi di rovere, che custodiscono il tesoro di questa terra che da grandi vini, si scende con a lato sempre un semi cerchio di botti più piccole nelle cui lavagnette si leggono i nomi che a suo tempo riempiranno tante centinaia di ottime bottiglie.
Una rastrelliera che custodisce un sangiovese in taglio con pinot nero e chardonnay che spumantizzato con metodo classico riempie i calici nei luoghi più esclusivi e le volte sotto le quali un tempo erano presenti grandissime botti che hanno tolto il disturbo per lasciar spazio ai piccoli carati francesi.
E ad accogliere visitatori e clienti per queste vie del bere c’è Carlotta Salvini, un raro senso di coniugazione appropriata del verbo accogliere al tempo presente che non è la solita, scontata litania di commerciale vinario, ma il volto dolce e cordiale di chi ha in dono di spiegare e rappresentare le virtù di una grande azienda.

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