Mario Perrotta in “Milite Ignoto – Quindicidiciotto” sulla scalinata della chiesa dei Servi a Siena

Non c’è paese, anche il più piccolo e disperso per lo stivale che non abbia un cippo, una targa, un monumento, una lapide di marmo, un viale di cipressi o di lecci a ricordo dei caduti nella Grande guerra.
Gli attacchi ignobili privi di tattica, di logica, di totale disprezzo per la dignità umana di Cadorna sull’Isonzo (le famose spallate) dove in pochi metri i sassi spogli venivano imbevuti del sangue di contadini analfabeti mandati all’abbattimento con la stessa indolenza con la quale il generale Cadorna inzuppava i savoiardi nel caffè a colazione…….. questi attacchi, questo disprezzo, questi morti, meritano il rispetto di un colpo di martello sulle targhe delle vie che danno “lustro” al Grande Generalissimo.

Sulla scalinata della chiesa dei Servi, da cui si gode di uno dei panorami più belli sulla città di Siena, seduto su una serie di sacchi di sabbia come quelli che venivano appoggiati sul bordo delle trincee, Mario Perrotta, ha dato prova di essere un grande attore, coinvolgendo e commuovendo un folto pubblico accorso ad assistere a uno spettacolo dal tema non facile e piuttosto ostico, ma che di fatto ha raso al suolo una generazione di giovani italiani, ignari in gran parte del motivo per cui, chi avevano di fronte, era da considerare un nemico.
Un popolo che per la prima volta si vede unito e mal si capisce, ognuno con il suo modo di pregare, bestemiare, pensare alla mamma, alla fidanzata, ai campi  e alla loro cura.
E lo spettacolo procede con gli idiomi dei fanti, quella carne da cannone, mandata a versare il proprio sangue nelle trincee per irribustire una stirpe di contadini che preferisce non essere eroe, ma che si vede tirata addosso la colpa di ogni disfatta e derubata di ogni merito conquistato con il proprio sangue.
Mario Perrotta si è tuffato nelle lettere e nei diari dei combattenti conservati all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano e da li riescono asciuttamente le voci di trincea dei combattenti, la loro vita nel fango, i pidocchi, le infezioni, la denutrizione che uccidevano più delle pallottole austriache.

Riemerge la morte nelle sue mille pieghe di un’inutile strage decisa da cento folli idioti nelle cancellerie europee per calcoli di convenienza, di espansione, di fetente nazionalismo.
Un’emozione per il pubblico e una concentrazione per l’artista,  che sono state messe a dura prova dal buon  quarto d’ora di campane del duomo, come se la voce della chiesa avesse bisogno di spazi o non si sentisse abbastanza.
Questa grande serata di spettacolo e di riflessione si deve all’Università di Siena (Francesco Frati, Fiorino Iantorno e Nicola Labanca) e alla Contrada di Valdimontone, nella persona del Priore Simone Bari, oltre alla bravura di Mario Perrotta.

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