Il Chianti è un parco africano: su Chiantisette Claudio Coli intervista lo zoologo Federico Morimando

cinghiale cinghiale grigio

L’assalto dei lupi all’allevamento di cinta senese del Podere Ensoli è solo l’ultimo episodio di un continuo stillicidio che sta lentamente distruggendo le attività agricole nel Chianti e in tutta la provincia di Siena.

Non solo i cinghiali, che hanno procurato danni incalcolabili ai produttori vinicoli, ma anche lupi affamati, che ciclicamente banchettano con pecore e maiali.

Un’emergenza ambientale complessa e radicata che riguarda l’intero ecosistema chiantigiano e la sua fauna, come ha spiegato in esclusiva a Chiantisette il dottor Federico Morimando, esperto di zoologia e consulente scientifico dell’ATC Siena: “La presenza sempre più massiccia dei lupi nel Chianti è strettamente collegata alla sproporzionata popolazione di ungulati e cervidi, poichè sono proprio i lupi i loro predatori naturali.

Ed essendo animali opportunisti, non si tirano certo indietro se si imbattono anche in capre o suini.

Lupi e cinghiali sono due facce della stessa medaglia. Il tutto – continua – deriva da un cambiamento in atto da più di 30 anni, che ha visto il progressivo aumento della superfice forestale e arbustiva a scapito di quella coltivata e allavata, dovuta a delle pratiche agricole che non hanno tenuto conto dei mutamenti in atto.

L’abnorme popolazione selvaggia di questi animali è un qualcosa con cui dover necessariamente far fronte.
Chi decide di avviare un’attività zootecnica nel Chianti, non può non tener conto di questi animali: la forma mentis comune è che questa terra sia a misura di uomo, in realtà sembra più simile a un parco africano, fatto di prede, predatori, e recinzioni”.

La nuova legge obiettivo risolverà  il problema? “E’ molto ambiziosa – sottolinea Morimando – ma non di sicura efficacia. Anche con gli abbattimenti ci vorranno 5 – 6 anni per riordinare l’ecosistema e la fauna.
Gli allevatori non riusciranno a resistere abbastanza. E sulle pasturazioni illegali dico che, per quanto sbagliate, non sono la causa dell’emergenza. E’ un problema ecosistemico naturale”.

Claudio Coli

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