
Coricate su ripiani di castagno nel loro riposo al fresco e al buio, riemergono delle bottiglie di Chianti Classico con oltre mezzo secolo dalla vendemmia dell’uva.
Splendide etichette di quando ancora gli stilisti non erano presenti nel vino come merlot e cabernet e neanche le “scarpe a punta” si intravedevano all’orizzonte, queste bottiglie hanno per annata la classica lunetta, mentre Brolio ha l’elegante fascetta sul collo e il gallo sulla curvatura.
Tre nonni di San Felice, uno di Villa a Sesta, uno di Brolio e una bottiglia della Mandria che è più rara e introvabile del portiere Pizzaballa nelle Figurine Panini.
Coclee, pompe a pistoni, diraspatrice ondeggianti, vasche di cemento e legno di rovere di grandi botti la tecnologia di questi vini nei quali era ammessa anche l’uva bianca di malvasia e trebbiano.
Non erano annate africane come in questo ultimo ventennio e le gradazioni in genere non volavano verso l’alto, ma nel caso di queste bottiglie, le viti che le hanno prodotte si trovavano fra i luoghi più santi e rinomati per fare vino di ottima qualità.
Una beva e dei profumi che chi ne capiva riusciva a distinguere la zona di provenienza e il Maestro Giulio Gambelli sapeva riconoscere persino la vigna d’origine e le piante che c’erano intorno…
Quei vini beverini rosso rubino che non tende all’inchiostro, sono un messaggio in bottiglia per chi si ostinava a fare “concentrati d’uva” in epoche successive, mentre ora ci pensa direttamente il clima e la natura a concentrare.
Un pensiero rinfrescante di uve bianche nel sangiovese – mettendo in panchina i bordolesi francesi – non sarebbe quello di fare un ritorno al “vino da mescita” come tante scarpe a punta sostengono, ma un ritorno a beva e piacevolezza per cui il Chianti è stato apprezzato e conosciuto nel mondo.