La Pieve di San Polo in Rosso vista da Donatella Tognaccini

Prestigio, potenza, ricchezza, sacralità, bellezza sono i termini che più si adattano a descrivere la Pieve di San Polo in Rosso, ricordata più volte nelle pergamene della Badia di Coltibuono (Firenze, Archivio di Stato). In un documento in particolare, risalente al 27 gennaio 1070, Benno e Ugo del fu Ranieri (in accordo con il fratello Sichelmo) donarono al Monastero di Coltibuono terreni ubicati anche nel territorio della Pieve di San Polo in Rosso,  S. Pauli scito Russo

I donatori erano tutti bisnipoti di Ridolfo di Geremia, ma il più importante di loro risulta essere Benno, identificabile con il celebre Benedetto, il nobile, poi monaco di Coltibuono, che si fece eremita e morì, venerato dal popolo come beato. Un documento, riportato da Antonio Casabianca, pare confermare che furono proprio i Firidolfi (poi Ricasoli) a fondare la Pieve di cui ebbero il giuspatronato fin dal secolo XII. Altri documenti ci dicono che forse la Pieve fu legata anche ai Berardenghi di Valcortese.

Circa la pertinenza di San Polo in Rosso, una bolla papale di Pasquale II evidenzia che nel 1103 si trovava sotto l’autorità del vescovo di Fiesole. 

Divenuta importante avamposto fiorentino contro Siena nel XIII secolo, venne fortificata. Alcune parti a filaretto di alberese sia nella Pieve che nel campanile possono essere ricondotte all’epoca più antica assieme ad elementi quali portali ad arco e feritoie, per il resto il paramento murario rivela interventi stratificati che vanno dal XIV al XVI secolo. Se il primitivo circuito murario comprendeva probabilmente la chiesa romanica, l’area del cortile e una torre in facciata, nel XIV secolo furono apportate modifiche: le capriate della Pieve romanica vennero sostituite da volte a crociera gotiche e semipilastri furono appoggiati ai primitivi pilastri per sostenerle. 

Esternamente sono le mura ad attrarre lo sguardo per le necessità di difesa che comunicano: il circuito fortificato, d’impianto quadrangolare, ingloba la Pieve, che ha la facciata rialzata fino alla sommità rettilinea delle mura. Il campanile e l’abside semicircolare sono torri con funzioni difensive al pari di quelle cilindriche, che sporgono dalla fortificazione. La torre ubicata sul lato settentrionale mostra ancora beccatelli e archibugiere. Agli inizi del ’900 l’interno della Pieve subì un intervento di ripristino in stile neomedievale.

La pieve a S.o polo è rappresentata in modo schematico, come turrita fortificazione, nella carta “Toscana e Umbria” (zona del Chianti) di Leonardo da Vinci, risalente al 1502 circa (Royal Library di Windsor, RLW 12278 recto). Un’immagine più dettagliata e realistica è offerta invece da una stampa di proprietà della famiglia Ricasoli (Castello di Brolio, collezione privata), raffigurante l’albero genealogico della casata e i luoghi da essa dominati. Fu realizzata dal monaco e incisore Vito Falcini da Vallombrosa tra il 19 febbraio del 1584 e la fine del medesimo anno, certamente sulla base di disegni più antichi. La cinta muraria merlata presenta torri quadrangolari e circolari, la chiesa ha tetto a capanna e campanile fortificato, ma l’aspetto più interessante risulta essere la porta d’accesso, protetta da torrioni e racchiusa in un secondo recinto murario di minore altezza, posto su un solo lato. Diversa e in parte stereotipata è invece la raffigurazione della Pieve di San Polo in Rosso nelle Mappe dei Capitani di Parte Guelfa (1580-95). In questo disegno l’edificio sacro, privo di campanile, risulta completamente circondato dal secondo circuito murario. Sappiamo che fu Gherardo di Francesco Mechini da Settignano ad ottenere l’incarico nel 1583 per il Vicariato di Certaldo, cui il Chianti apparteneva, ma è noto che il lavoro si protrasse nel tempo, almeno fino al 1585, prima con semplici schizzi e in seguito con la redazione finale, ultimata anche a distanza di vari anni (della Pieve di San Polo non è rimasto lo schizzo preparatorio). 

Fra le vicende che videro protagonista la Pieve il più significativo risale al 1351, quando ne era pievano il nobile Ranieri Ricasoli, il quale dovette subire il violento assalto dei nipoti, figli di suo fratello Bindo, i quali erano desiderosi di impadronirsi dei ricchissimi beni dello zio. La molla che fece scattare l’attacco fu la gelosia, il timore che Ranieri lasciasse la cospicua eredità ai cugini, i figli di Albertaccio. Nonostante il saccheggio e la devastazione della Pieve, grazie al sollecito intervento delle truppe fiorentine, gli assalitori furono infine respinti. Si racconta che Ranieri, prima di morire poco tempo dopo per il dispiacere, abbia lasciato ogni suo bene alla bisnipote Bartolomea, figlia di Bindaccio di Albertaccio (maritata nel 1352 con Iacopo di Donato Acciaioli), l’unica che evidentemente a suo avviso lo meritava davvero. Nel XV secolo, al tempo della seconda guerra aragonese (1478), la struttura castellana fu parzialmente distrutta. Tornata in mani fiorentine a partire dal 1483, fu nuovamente fortificata. Intanto altri motivi di ostilità accendevano gli animi in seno alla famiglia Ricasoli. Nel 1480, infatti, fu nominato pievano di San Polo in Rosso il fiorentino Ludovico di Ugolino Martelli, la cui nomina fu voluta dai Fibindacci. Il 25 luglio 1497, con il breve di Alessandro VI, questi equilibri mutarono e la Pieve di San Polo in Rosso tornò saldamente in possesso dei Ricasoli di Meleto nella persona di Giuliano di Ranieri che beneficiava anche di San Pietro in Avenano e di Santa Maria a Spaltenna. Giuliano Ricasoli, con l’approvazione di Papa Giulio II, fondò nel 1508 il ricco canonicato Ricasoli per non sottoporre le sue ricchezze alla tassazione fiorentina e fu il primo canonico che lo tenne fino alla sua morte avvenuta nell’aprile del 1544. Ciò destò invidie familiari e gravi contrasti. La lite familiare, che si protraeva ormai da lungo tempo, fu risolta da Cosimo I nel 1564 con l’ordine di avvicendamento nella carica fra Fibindacci e Ricasoli da Meleto. 

L’importanza della Pieve di San Polo in Rosso dal punto di vista artistico è testimoniata dai numerosi tesori che ancora custodisce o che da qui provengono. Fra questi ricordiamo la Croce (Siena, Pinacoteca Nazionale), databile fra il 1310 ed il 1315, attribuita a Segna di Bonaventura; il Crocifisso in legno scolpito e dipinto dell’altar maggiore, opera di artista senese di primo Trecento; il polittico di Ugolino di Nerio, capolavoro della pittura duccesca di inizi Trecento, trasferito nel Castello di Brolio da Bettino Ricasoli (1809-1880); il ciclo di affreschi con “Storie della vita di Cristo” di Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero (databile agli ultimi decenni del ’300); gli affreschi raffiguranti i Santi Pietro e Paolo, opera di artista senese di metà Trecento. 

La Pieve di San Polo reca nell’indicazione toponomastica, oltre l’agionimo San Polo (San Paolo),  la denominazione “in Rosso”, forse con riferimento non ad una generica indicazione cromatica, ma al nome più antico del luogo, ricollegabile ad un culto pagano di tipo propiziatorio. Bisogna considerare che l’aggettivo “rosso”, in latino ruber, a, um, ma anche robus, a, um e russus, a,um, reca la stessa base di robigo ossia “ruggine generata dal grano” (anche il termine “grano duro” veniva detto robus). Il colore “rosso” evocava infatti il temibile morbo che colpiva il frumento e che occorreva scongiurare per motivi di sopravvivenza. Il numen, che rappresentava la malattia stessa, era anche la potenza divina che avrebbe potuto evitarla. Esso aveva due aspetti: uno femminile Robigo e uno maschile Robigus, entrambi personificazione della “Ruggine”. Secondo alcuni scrittori come Varrone (De lingua latina VI, 16) e Servio (Commentarii in Vergilii Georgica I, 51) la divinità era maschile e benefica, per altri come Ovidio (Fasti IV, 901), Columella (De re rustica X, 342-343), Plinio il Vecchio (Naturalis Historia XVIII, 161) era femminile e funesta. Nell’antica Roma le erano dedicati i Robigalia, che si celebravano il 25 aprile, istituiti per proteggere le spighe nascenti quando queste potevano essere infestate dalla ruggine, infatti le preghiere, i riti e i sacrifici animali servivano come forma di magia omeopatica o simpatica che raggiungeva il suo scopo in forza della similarità. L’importanza del cultoè confermata dal fatto che con il Cristianesimo non scomparve, ma si trasformò nelle rito delle Rogazioni, processioni con preghiere e suppliche, che si tenevano, sempre il 25 aprile, al fine di purificare e benedire i campi (Rogazioni maggiori). 

Fonti: Donatella Tognaccini, Magazine Chianti General Service

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