Roberto Stucchi ospite della trasmissione di approfondimento “Primo Piano” di Canale 3 Toscana sul tema danni di ungulati

Dopo la conferenza stampa a Brolio di giovedi 5 novembre, dove i rappresentanti di 4 storiche aziende vitivinicole che da sole rappresentano ben 540 ettari di vigna  (Badia a Coltibuono, Barone Ricasoli, Castello di Meleto e Rocca di Castagnoli) hanno illustrato la mole di danni provocati dai cinghiali che hanno spolpato la materia prima per produrre vino: migliaia di quintali di uva che non potranno mai diventare bottiglie, Roberto Stucchi (Badia a Coltibuono) ospite del giornalista Jury Guerranti, spiega dal suo punto di vista, al pubblico televisivo senese e toscano, i risultati di una inapplicata politica venatoria e le sue ripercussioni su un territorio che rischia lo svilimento paesaggisto ed economico causato dall’allevamento intensivo del cinghiale.

In questa ottica lunedi 16 novembre, alle ore 10, presso la Camera di Commercio di Siena, sarà presente l’assessore regionale all’agricoltura Marco Remaschi per una conferenza sugli ungulati.

Qui la video intervista a Roberto Stucchi realizzata da Juri Guerranti di Canale 3 Toscana.

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0 risposte a Roberto Stucchi ospite della trasmissione di approfondimento “Primo Piano” di Canale 3 Toscana sul tema danni di ungulati

  1. Filippo Cintolesi ha detto:

    Tanto di cappello a Roberto Stucchi per la sua precisissima, equilibrata, pacata ma non per questo equivoca intervista. Ha avuto, ripeto pacatissimamente e con grande equilibrio, il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, ad esempio “allevamento abusivo su fondo altrui” quello che invece di solito viene falsamente presentato come un’attivita’ di “controllo” della popolazione di “selvatici” (che se non fossero stati importati una quarantina di anni fa allo scopo di diverticisi, non ci sarebbero affatto) e di puntare il dito verso dati di fatto reali al di la’ del folclore, cioe’ gli innegabili interessi che sono dietro al sistema caccia al cinghiale in Toscana, la cui dimensione possiamo soltanto immaginare, perche’ credo che sfuggano a qualsiasi controllo; lui cita due cespiti: quello dello smercio della carne e quello della vendita dei permessi agli ospiti provenienti dall’esterno alla zona di caccia. Potremmo aggiungerne un terzo, anche questo di dimensioni solo congetturabili: quello ruotante attorno ai cani da cinghiale.
    L’attuale vagheggiamento in alcune sedi altolocate di una filiera della carne di cinghiale toscano IGP fa solo temere il peggio: se si stabilisce la pazzesca vocazione di ampie zone di territorio regionale a produrre carne di cinghiale, siamo finiti, o per lo meno sono finite le altre possibilita’ di uso agricolo del territorio, quali viticoltura e olivicoltura (cosucce in una regione come la Toscana). Anche perche’ tale vocazione comporterebbe sinergicamente l’altra vocazione imposta al territorio: quella di diventare terreno di safari cinghialistici per danarosi appassionati provenienti da chissa’ dove.
    Di fronte ai numeri citati Stucchi circa le previsioni degli attuali strumenti normativi (tre cinghiali ogni cento ettari, se non ho capito male) , c’e’ da mettersi a ridere pensando alla consistenza dei branchi che molti di noi hanno la sfortuna di vedere pressoche’ ogni sera insistere sui propri campi.
    Io non vedo molte alternative: Se il Chianti vuole tornare a poter produrre olio e vino serenamente queste bestie vanno eradicate. Il loro posto e’ altrove. Non in zone dove esistono colture.
    Di nuovo, ripensando all’intervista di Stucchi: forse il suo merito piu’ grande e’ quello di contribuire notevolmente a dissipare (ribaltare!) l’enorme equivoco in cui puo’ facilmente cadere un pubblico poco documentato sul problema: pensare che l’attuale sistema di “caccia” al cinghiale sia funzionale al contenimento del numero di ungulati, e quindi che essere contro sia da animalisti.

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  2. Andrea Pagliantini ha detto:

    Analisi lucida – quella di Roberto Stucchi – di un territorio alle corde che non ne può più di questo allevamento intensivo di cinghiali da parte di pochi “appassionati”.

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