Arista e tombola di Villa a Sesta

Venti minuti di applausi per l’arista alle mele e prugne, ma senza dire il nome della cuoca, per non correre il rischio che venga rapita da qualche magnate texano, qualche affarista russo o qualche sceicco arabo per ben accogliere i propri ospiti occidentali con qualcosa di cotto e buono.
Il sano vivere in semplicità e quiete di un paese eversivo nel modo di stare sulla faccia della terra: aperto e inclusivo, divertente, mettendo fiato, forza e fantasia con l’aggiunta sempre di un sorriso.

Ritratto di Villa a Sesta in un giorno di febbraio con il mandorlo sulla strada con gli occhi gonfi e i fiori pronti a spumeggiare di rosa sgargiante.
Fine del ricreativo, inizia a principiare il culturale con la tombola che con l’estrazione dei primi due numeri, porta una decina di ambi da saper gestire, risolti con l’assegnazione dei premi a una sfida alla carta più alta.
Ce ne vuole per arrivare alla tombola, poi interrompe il gioco la Poggesi che arraffa a metà il primo premio con in concomintanza con un’altra signora.
Si attendeva uno scontro a colpi di pennata nei giardini per l’aggiudicazione del premio, mentre invece hanno optato per la divisione della posta in palio per stare nello spirito amoroso di Villa a Sesta.

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Le calde frittelle di Rapolano Terme

Tutti i giovedi mattina (giorno di mercato) il sabato pomeriggio e la domenica tutto il giorno, presso lo stand di piazza Giannetti si possono trovare le più gustose frittelle in circolazione, la cui squisitezza è diventata leggendaria fra gli abitanti come fra i tanti villeggianti che affollano gli stabilimenti termali.
I volontari del “Settembre rapolanese” sono dei veri maestri nell’arte delle frittelle di riso e per i più goduriosi non mancano i famosi bomboloni alla crema. Fino a domenica 23 marzo.

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Via dell’amore a Colle Val d’Elsa

La parte alta è a metà fra la via di fuga e il romanticismo di Venezia quando il freddo e la nebbia prendono il sopravvento sulle invasioni barbariche.
Un film d’amore e d’anarchia, senza che nessuno dei sue esista più e faccia presa sulle lastre e sui pensieri, troppo presi dalla sovra esposizione ostentativa.
La via dell’amore di Colle è stretta e breve: inizia e immediatamente finisce, con in mezzo dei motorini, panni stesi, cacate di piccione e un paio di ciclamini a ingentilire.
Di notte, a correre fra le vie deserte, è come tornar bambini, sotto solo lo sguardo di qualche stanco gatto infreddolito.

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Dacia Maraini al Santa Maria della Scala

“My vida” espressione in uso nel comune parlare dei latinoamericani per indicare una persona amata, un figlio o una figlia, una persona cara.
“Vita mia” è l’ultima opera letteraria della scrittrice Dacia Maraini, accolta a Siena nella gremitissima “Sala Italo Calvino” del Santa Maria della Scala.
Una conversazione condotta da Riccarco Castellana (professore di letteratura contemporanea all’Università di Siena) e dalla direttrice della Fondazione Santa Maria della Scala, Chiara Valdambrini, con letture di brani da parte dell’attrice Paola Lambardi.

Giappone 1943, memorie di una bambina italiana in un campo di prigionia, nella settimana in cui si celebra la Giornata della Memoria.

In quel periodo la famiglia del famoso antropologo Fosco Maraini, composta di tre figlie e della moglie Topazia, si trovava per studi in Giappone (paese alleato della Germania nazista e dell’Italia in camicia nera) e in occasione dell’8 settembre fu chiesto a Fosco e alla moglie di giurare fedeltà alla Repubblica Sociale, cosa che rifiutarono categoricamente ben consapevoli di cosa sarebbero andati incontro.
La famiglia Maraini venne rinchiusa in un campo di prigionia insieme ad altri italiani che rifiutarono Salò, considerati come traditori dai giapponesi.
Qui partono i racconti di una bambina privata della libertà e vissuta per quasi due anni da prigioniera fra stenti, fame e malattie.
Dal mondo esterno non arrivavano notizie, stando ai carcerieri le forze dell’Asse stavano dilagando in tutto il mondo (mentre per fortuna era il contrario) e una mattina dell’estate 1945 si accorsero che non c’erano più i carcerieri, misteriosamente scomparsi senza capire perchè, finchè non furono dei contadini nei dintorni che spiegarono loroo che il Giappone si era arreso e che la guerra era già finita da tempo anche in Europa.
Una storia che la scrittrice ha tenuto nel cassetto per tanti e tanti anni, prima di convincersi di portarla a termine e dare così alle stampe questa sua preziosa testimonianza con gli occhi di bambina.
” La democrazia è una cosa complicata – afferma la scrittrice – a volte si ha la sensazione che una persona sola – forte e totalitaria -semplifichi la vita, ma a quel punto le persone devono solo obbedire o ingraziarsi le figure che contano per averne prestigio o ritorno.
Il rischio della corruzione è alto, per cui per quanto imperfetta possa essere, la Democrazia è un bene da curare e preservare da tutti”.
La sala – commossa – saluta con un fragoroso applauso questa minuta e graziosa ragazza degli anni ’30.

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La bicicletta eroica dell’arrotino

Pedalare su quelle onde di argilla asciugate dal mare, non è cosa agevole neanche per le gambe dei professionisti, che nello sterro di strappi impervi e improvvisi, quando arrivano sul traguardo di Siena, sono ben consapevoli di aver fatto un’impresa.
Eppure – con mezzi ben diversi – c’era chi girava le Crete Senesi pedalando di podere in podere a portare i suoi servizi ai contadini: arrotatura di coltelli, falci, forbici, pennate, falce fienaia, con una pietra il cui movimento era dato dai pedali e le poche cose di questo mestiere itinerante venivano custodite su una valigetta sul piano della ruota di dietro e su un paniere sul davanti, confidando nell’ospitalità contadina quando si metteva a piovere o nevicare e onorando quel poco (tanto) che c’era a tavola.

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I primi carciofi fritti di Monte Oliveto Maggiore

Dagli anni ’60, la signora Luisa non ha mai smesso di friggere carciofi con la pastella nella rinomata padella di ferro (dove il calore si trasmette meglio e più uniforme).
“Ci vuole meno a farlo che a spiegarlo” è una frase apocalittica per questi tempi dove la parola è da tanto che ha sostituito la “banalità” del fare e dell’apparire.
I primi carciofi dell’anno, sono propedeutici a quelli che devono venire: sono croccanti fuori, cotti e tanto morbidissimi dentro, bollenti, ottimi e da qui in avanti (con la primavera che incalza) saranno persino migliori.
A Monte Oliveto Maggiore, fra i carciofi fritti fra i più buoni dell’universo, con una boccata d’arte e storia digestiva, con i capolavori del ciclo di affreschi del Sodoma e del Signorelli e il monaco organista che mette in moto i mantici la mattina presto.

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Gli studenti del Sarrocchi sul sentiero della Memoria

“L’anticiclone di Villa a Sesta” ha protetto dalle intemperie anche questa splendida iniziativa che ha coinvolto le quinte classi dell’Istituto Sarrocchi di Siena, con gli studenti che si sono arrampicati sul “Sentiero di Bubi”, ovvero verso quel capanno nel bosco dove la famaglia Anati trovò rifugio nel freddo inverno a cavallo fra il 1943 e il 1944 e permise loro di salvarsi dalle persecuzioni razziali naziste, con gli abitanti del luogo che si prodigarono per nasconderli e rifornirli di cibo.
Una famiglia di otto persone (quattro adulti e quattro bambini nascosta in un bosco proprio in faccia al paese) che ha vissuto mesi in un ricovero di fortuna, prima che finisse la follia e il mondo tornasse un po’ più normale.
I professori Fabio Mugnaini e Riccardo Bardotti hanno spiegato davanti al rifugio il contesto storico dell’epoca, Tamar Tal Anati ha narrato le riprese del film e la ricerca del bosco da parte dei fratelli Anati, ben settanta anni dopo lo svolgimento dei fatti, mentre i volontari del Gruppo Escursionisti della Berardenga, hanno garantito la scalata e la discesa in sicurezza.

Il professor Giovanni Bianchi e gli encomiabili volontari del circolo che hanno cucinato e preparato la sala da pranzo, dopo il quale è intervenuto (in video) il ragazzo tredicenne del 1943 e ora prossimo ai 95 anni, Emanuele Anati (stimato professore di archeologia) che ha raccontato quel vivere nel bosco per sfuggire alle persecuzioni e della voglia di rimuovere e non parlare di quella storia per oltre mezzo secolo.
Si è congedato con un monito a tutti i presenti”:Bisogna sempre lottare contro le ingiustizie e fare in modo di creare un mondo migliore”.

E come scrive Paola Valenti (presidente del Circolo ARCI di Villa a Sesta): “Una giornata per non dimenticare…come ha detto più volte la senatrice Liliana Segre, dobbiamo combattere l’indifferenza e ricordare.

Il giorno della Memoria, quindi, non è soltanto una ricorrenza ma è un monito ad una costante e continua vigilanza.

Memoria e vigilanza contro ogni razzismo, contro ogni sopruso, per evitare che ancora una volta possa accadere”.

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Vertine, avviso di cortesia per mozziconi distratti

Quasi ogni sera dei giovani Vitellozzi vengono a fare due chiacchiere fra loro alla panchina o dentro al Casotto all’ingresso di Vertine e c’è da capire come questo loro momento di pace e svago in un gran bel posto sia una dei loro momenti più gratificanti e piacevoli.
Il problema è che alla luce del sole – quasi ogni mattina – il loro luogo di ritrovo serale, si presenta come un “bivacco di manipoli” con bottiglie, lattine, fogli di caramelle, cartacce e mozziconi sparsi ovunque in quella bella terrazza con vista sul paese.

Molte volte si pensa alla cattiveria e all’inciviltà senza pensare che forse in vita loro questi giovani non hanno mai udito una parola di spiegazione su come ci si comporta in un luogo pubblico o altrui, ed è per questo che è stato appeso un “Avviso di cortesia” in quella zona di chiacchiere serali, per ricordare che il cestino e il vaso di terra per i mozziconi sono lì per i rifiuti, non sono lì come semplici oggetti di arredo.

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L’imbrunire su Montepulciano e San Biagio

tramonto su montepulciano e san biagio

Il profilo del paese natio che vedeva il famoso poeta rinascimentale Agnolo Ambrogini detto il Poliziano, doveva essere ben diverso dall’attuale, tenuto conto che il tempio di San Biagio (che si scorge sulla destra) aveva ancora da essere edificato.
Così per il lungo viale di cipressi che lo precede (uno per ogni caduto) messi a dimora in ricordo e memoria di una inutile strage (la Prima Guerra Mondiale ben quattro secoli dopo) le cui targhe con i nomi ai piedi degli alberi sono in gran parte pressochè illeggibili nonostante un colpo di idropulitrice, li potrebbe riportare al loro splendore originale.
La questione è stata segnalata più volte, ma la locale Amministrazione non ci sente, per cui conviene godere della magia dell’ultimo sole che illumina radente questo bel profilo chianino.

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Acqua Borra triste e solitaria

Da qualche decennio all’Acqua Borra nascono e muoiono ristoranti, verrebbe da pensare che non sia l’uso più conveniente e forse neppure quello più opportuno.

Siamo all’interno di una delle aree più pregiate della Berardenga e simbolo millenario per la comunità senese.

Montaperti della battaglia, il distretto del martirio di Sant’Ansano con la cappella, la chiesa, il villaggio di S.Maria, che insieme compongono lo straordinario insieme di Dofana ( spesso tradotto in Duo Fana-due luoghi sacri), appena più in là Fontalpino che ci richiama all’epoca romana, con i resti archeologici di una grande Villa con annesse Terme, e poi Pancole con gli eccezionali reperti etruschi scoperti già nel settecento. Potrei continuare, ma non sfugge a nessuno di cosa stiamo scrivendo.

E quindi veniamo all’Acqua Borra, l’archeologia ci conferma l’uso di queste acque sicuramente in epoca romana, nel Medioevo il luogo fu quasi oggetto di culto, in particolare per i senesi e nel circondario, ma la bontà di questa fonte venne colta ben oltre il nostro territorio.

Si pensi che per un lungo periodo medievale, ogni 25 Luglio vi si svolgeva una grande festa, partecipata in modo massivo, a base di buon cibo, musica e ballo.

Troviamo documentazione fin dal 1181 quando venne chiamata “ il bagno della Malena”, oppure nel 1289 quando viene citata come “l’Acqua di Dofana”. Nel 1412 è il governo senese a proporre nuove condizioni per la ricerca e lo sfruttamento di questa preziosa acqua calda, mentre nel 1475 i Savi dell’Università chiesero un cospicuo finanziamento ai Paschi per modificare il corso della Malena che esondando aveva arrecato danni. La motivazione fu che l’Acqua di Dofana faceva comodo ai poveri e ai ricchi.

Nel Seicento venne realizzato anche un Trattato medico per l’uso corretto di quest’acqua, pubblicato nel 1984 e anche nel 1987 nei Quaderni della Biblioteca Comunale.

All’inizio del ‘900 si era anche pensato alla realizzazione di un vero stabilimento termale, la cosa abortì, come altre in seguito, anche a causa di una portata che non è mai stata eccezionale.

Chi ha qualche capello bianco si ricorderà il notevole ricorso che dell’Acqua Borra facevano anche i castelnovini, almeno fino a tutti gli anni ’70 e per curare i più svariati malanni.

Ma non è dell’acqua che vorrei dire, certamente il suo valore potrà essere riscoperto, quanto sul cosa fare nell’immobile e nell’ambiente circostante, che possa risultare valorizzante per l’acqua medicamentosa e nel contempo rappresentare un luogo simbolo, di raccolta e di salvaguardia dei valori storici immensi che tutta quell’area esprime, cosa della quale non sempre siamo stati all’altezza.

Perché, ed è questa la provocazione di cui abbiamo discusso all’interno del ns Gruppo Storia e Arte, non pensare all’immobile come a un Centro Culturale dove possano svolgersi le più svariate attività, un po’ quello che da tanti anni anche Mario Ascheri propone, il punto perfetto, anche per ragioni logistiche a rappresentare ed in continuo, il legame fra Siena e la Berardenga che come sappiamo è forte e indissolubile per le ragioni che la storia ci ha consegnato. Potrebbe, in questo ambito svilupparsi la testimonianza concreta di una grande memoria, dagli aspetti museali a quelli di racconto e confronto, gli spazi sembrano ampi e le idee per renderli armoniosi e fruibili non mancherebbero di sicuro.

Si dovrebbe pensare a come rendere piacevole e di richiamo l’area prospicente il complesso ( oggi un piazzalone polveroso d’estate). Un luogo ideale anche per le iniziative all’esterno, le fonti e il gigantesco e bellissimo specchio di travertino multicolore, si prestano per spettacoli teatrali estivi, dibattiti e altre rappresentazioni, il fronte strada potrebbe essere un lussureggiante “Orto Felice”e la Malena verso Montaperti una occasione per la mobilità dolce.

E’ evidente che ci vuole un progetto e più soggetti a concorrere alla sua realizzazione, dalle associazioni di volontariato alle Istituzioni e ora come non mai, la Comunità senese potrebbe ritrovare in questo, un senso di appagamento e di convergenza.

Noi la vediamo così, un ulteriore ristorante, in specie dopo i ripetuti fallimenti, non ci sembra l’ideale, mentre un’idea più visionaria potrebbe risultare molto importante per tutti.
Fonte: Le Nostre Orme Castelberardengo

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