La Torre di Vertine prima del restuaro

Questa come era, ciò che si vede adesso, è stato aggiunto dall’antiquario Alberto Bruschi da Grassina che nel 1972 restaurò i vecchi sassi ciondolanti della torre con garbo, gusto e una gran bella scala moderna di ferro che ancora consente l’accesso alla torre.

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Il mandolato di mezzane

Tanti viaggiatori dei secoli scorsi sono rimasti affascinati da quelle costruzioni – non a uso abitativo – posti nelle campagne toscane quali erano le capanne da ricovero attrezzi vari.
La caratteristica principale era un traforo di laterizio a schermo fatto usando mezzane murate a coltello, per conferire quella vista sflasata caratteristica: Il “mandolato”.
Funzionale per parare la pioggia e aereare l’ambiente dove poteva essere ricoverato foraggio per gli animali.

Questo tipo di muratura nasce nel Settecento con la riforma Lorenese delle campagne… diverrà una delle caratteristiche delle aree rurali della Toscana.

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Il Ghetto di Pitigliano

Un insediamento ebraico di Pitigliano ha inizio nella prima metà del Quattrocento. Crebbe a partire dal tardo Cinquecento quando in città – all’epoca governata dai conti Orsini – vennero accolti ebrei in fuga dai piccoli centri del Lazio, Firenze e Siena, in seguito all’istituzione dei ghetti nello Stato della Chiesa e nel Granducato di Toscana.

A inizio Seicento la città passò ai Medici i quali, nel 1622, imposero anche qui il ghetto. Destinarono un caseggiato lungo l’asse urbano di via Zuccarelli, fra i vicoli Marghera e Goito, dove già alla fine del Cinquecento era stata costruita la sinagoga.

Nonostante la segregazione, rimasero per lo più buone relazioni con la popolazione locale e vennero concessi privilegi eccezionali per l’epoca, come il diritto di possedere beni immobili.

Non mancarono però vessazioni da parte delle autorità civici e cattoliche. Con l’insediamento nel 1799 di un governo filo napoleonico, i portoni del ghetto furono demoliti.

Durante le sommosse contro rivoluzionarie, diversi ebrei furono accusati di sostegno ai giacobini ed arrestati; soltanto quando una truppa orvietana si mosse all’attacco del ghetto, la popolazione locale intervenne in sostegno del gruppo ebraico.

Lo scampato pericolo fu per molti anni celebrato con un Purim locale, anche chiamato “notte degli orvietani”.

Con la definitiva emancipazione (1859) gli ebrei pitiglianesi si spostarono gradualmente verso i centri maggiori. Dell’antico ghetto si conservano la sinagoga (ricostruita) e il forno per il pane azzimo pasquale, in funzione fino al 1939; nei locali adiacenti sono stati individuati e ricostruiti i tipici servizi di vita comunitaria, quali il miqveh, il macello e la cantina kasher, insieme ad una mostra di oggetti e documenti.

Quello di Pitigliano fu un centro ebraico vivace e numeroso in proporzione agli abitanti del luogo; per questo motivo, la città è tuttora nota come “Piccola Gerusalemme”. Fonte: Visit Jewish Italy

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Rimesso il cartello della località “Osteria della Passera”

Alcuni mesi fa qualche buontempone a cui piace la passera fatta di bandone, “rimosse” il cartello della rinomata frazione del comune di Gaiole.
Sembra una goliardata per chissà quali fini, ma di fatto si tratta di un furto di un bene Pubblico che ha ben poco di allegorico.
Visto che è la seconda volta che il pannello viene rubato, il consiglio agli utenti del bandone è di ordinare on – line un cartello similare che potrà arrivare comodamente a casa propria per pochi spicci. Fonte:Il Cittadino.

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“Alle origini del Chianti”, libro di Donatella Tognaccini

La professoressa Donatella Tognaccini ha al suo attivo una fitta serie di pubblicazioni e studi nel campo del territorio chiantigiano.
Si è occupata di San Donato in Perano, Stielle, l’albero genealogico della famiglia Ricasoli, del castello prima perduto e poi ritrovato di Malclavello, la storia delle monete riemerse a Cetamura, la Pieve di San Marcellino e di San Polo in Rosso, più tanti racconti storici e di letteratura.
L’ultima pubblicazione riguarda un breve torrente che si getta nell’Arbia al ponte delle Granchiaie e – quando ha voglia – attraversa l’abitato di Gaiole: il Massellone.
Fino a non molti anni era in corrispondenza con orti rigogliosi, tomboli e pozze piene di lasche e trote.
Nel libro si apprendono molte curiosità storiche e geografiche, come la scoperta (nel 2016) da parte di Renzo Centri delle sorgenti sotto il colle di Cetamura (luoghi di importanti scavi di epoca etrusco – romana) nei dintorni del podere Fontecaresino, mentre una pietra lavorata finemente a uso rituale venne rinvenuta da Claudio Bonci nel 2021 lungo il corso del torrente.

La prima menzione dell’idronimo Massellone si ha in un documento della Badia di Coltibuono del 1085 per una donazione di due privati alla Badia.
La prima attestazione del termine Chianti riguarda un documento del XII Secolo riguardante il castello di Malclavello (nei diintorni di Barbischio).

“A quel tempo “Chianti” era già un toponimo, ma molti studiosi ritengono probabile che l’idronimo di origine etrusca “Chianti” indicasse nell’antichità la valle del Massellone, quindi è possibile che potesse fare riferimento anche allo stesso Massellone”.
E scrive la professoressa Tognaccini:” L’idronomo Chianti, corrisponde secondo il linguista Giovanni Semeraro a Clantum, ovvero “Colli delle sorgenti”.

Lo storico Antonio Casabianca riporta un documento del 1409 in cui è interessante l’estensione del termine “Chianti” alle vie di acqua: “Tessa di Cecco di San Giusto a Rentennano della “Valle del Chianti”.
Ancora più chiaro e riportato ancora nelle pubblicazioni del Casabianca un documento del 1457:” Actum in burgum Gaiuolis Vallis Clantis”, “rogato nel borgo di Gaiole della Valle del Chianti”.
Il libro è una miniera di informazioni storiche e geografiche su un piccolo angolo di mondo il cui nome si è applicato a una parte considerevole della Toscana non per storia o idrografia.
Donatella Tognaccini “Alle origini del Chianti: il Torrente Massellone” Edizioni Chianti General 2024

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Lo sbalzo termico nell’ultime foglie di sangiovese

Nelle ultime foglie di sangiovese rimaste appese fra i filari, l’esposizione a temperature fredde di notte e temperate di giorno porta la pianta a produrre antociani, lo stesso processo che avviene nelle arance di Sicilia, divenute famose per i loro gustosi spicchi arrossati.
Il sangiovese d’autunno ha la caratteristica foglia verde – oro come la nazionale brasiliana, ma di fronte a oscillazioni brusche della temperatura fra la notte e il giorno, le piante reagiscono producendo quello che nell’uva e nel futuro vino si chiama beva e profumo, nelle foglie un delicato panneggio emotivo.

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Una sedia da ufficio nel cassonetto

Bisogna essere un po’ marrani dentro per infilare dentro un cassonetto come niente fosse un oggetto che proprio lì non ha motivo di essere per la sua struttura e il suo ingombro.
Dal cassonetto in aperta campagna è stata rimossa – documentata – caricata e portata come avrebbe dovuto essere al punto di raccolta SEI più vicino (quello di Gaiole in Chianti).

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Berardenga, la ferita della chiesa di Barca

Rispetto a visite precedenti ci sono dei “progressi” tesi all’indietro nello stato di “conservazione” della chiesa di Barca, vecchio comunello della Berardenga.
Il tetto franato è confermato, ma la vegetazione selvatica, si sta riprendendo sia le scale di accesso, sia la possibilità di vedere la targa con i nomi delle dieci anime rubate alla vita nel carmaio della Prima Guerra Mondiale, partite per le trincee e che mai fecero ritorno.
Fino agli anni ’50 c’era un mondo che girava intorno a questo luogo, ma la memoria è sciapita e la scarsa manutenzione perpetuata da decenni, ha fatto si che il tetto arrivasse in terra e la vegetazione di rovi, edera e vitalbe, stia oscurando il pregiato edificio vittima di altri pensieri più fecondi.
Al momento c’è solo un righello nel verde imperioso… un tunnel percorso dai cinghiali.

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La bellezza di Piazza del Campo senza dehor

Quando ettari di tavolini invadono i centri storici si ha la sensazione che quanto di bello è stato fatto e messo insieme dai nostri (lontani) antenati, abbia il solo scopo di fare da “splendida cornice” a ossibuchi e aperitivi da consumarsi apparecchiati nelle strade.
Il turismo è un industria pesante e come tale lascia una scia di scorie nella vita sociale, ed è fra le cause dello svuotamento abitativo dei residenti o porta alla fuga di essi per eccesso di caos.
Per acchiappare il turismo super benestante si è inziato da tempo a pensare a forme attrattive un po’ sopra le righe come i voli di linea per pochissimi eletti su scali aerei finanziati pubblicamente – e caramente – il ruolo dei furgoni (sempre più invasivi) atti al rilascio dei villeggianti fin nel piatto dell’osteria prescelta, centri benessere e bollcine sparse fra centro e campagna: il movimento umano destinato a essere un bene di consumo e meno di conoscenza.
La fruizione di uno spazio pubblico per ammirare un palazzo, uno scorcio, un punto di vista, è una possibilità in via di estinzione, come lo spazio pedonale in tante strade.
Pare che il futuro sia l’industria pesante… dannatamente pesante.

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Una vecchia insegna di scuola elementare

Se ne sono perse le tracce di queste vecchie e care insegne che sormontavano l’ingresso delle scuole e davano loro un’impronta “sacrale” come quella di entrare in un luogo pubblico dove si arriva da piccoli in punta di piedi per apprendere come diventare cittadini formati di curiosità, senso critico e desiderio di partecipazione in una società che comprendeva diritti e doveri messi sulla stessa bilancia.
Questa latta tenuta al muro da chiodi con la colatura di ruggine è come uno squillo di campanella al cuore del percorso fatto per diventare grandi.

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