Il suicidio dell’olio italiano secondo il New York Times

Andreas Marz della rivista Merum, ha scritto nel corso degli anni tonnellate di parole in difesa dell’olio con la O maiscula e contemporaneamente ha messo nero su bianco fatti e misfatti dell’olio industriale ricevendo in cambio tonnellate di querele da parte dei grandi colossi del settore.
Querele da cui è passato indenne e con le spese legali sostenute dai lettori della rivista.

Ora il New York Times prende in giro con una serie di vignette la bontà del nostro olio e la serietà del nostro sistema di controlli e la qualità del prodotto che esportiamo. Come dargli torto?
Tante tonnellate di olio di merda varcano l’oceano o popolano i supermercati italiani con etichette allusive o tenere immagini di campagna e cipressini.
Lo sanno babbi e mamme che condiscono la farinata del pupo con uno strano liquido verde preso a pochi euro da sopra uno scaffale?
E lo sanno i consumatori che il prezzo dell’olio DOP è alto più per burocrazia, fascette, contributi stampa e propaganda al Consorzio di appartenenza che per il costo del lavoro, cura delle piante e della spremitura delle olive?
Da una parte il cartello dell’industria dell’olio, dall’altra la burocrazia che affoga le minime speranze di ripresa del settore e la voglia di continuare a fare olio e paesaggio che hanno molti olivicoltori di qualità.
Con l’articolo del New York Times ci facciamo l’ennesima figura da bischeri che è tutta meritata.

Anche perchè negli Stati Uniti vengono assemblati centinaia di finti e squallidi prodotti italiani e non siamo capaci di tutelarci.

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0 risposte a Il suicidio dell’olio italiano secondo il New York Times

  1. Nic Marsél ha detto:

    Andrea, complimenti per l’articolo e i link davvero preziosi. Mi sembrano le cose più sensate scritte sull’argomento. Grazie.

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  2. Andrea Pagliantini ha detto:

    Ciao Nic e benvenuto.
    Preferirei sempre avere torto quando si parla di campagna e delle aggressioni che subisce da bande di lanzichenecchi armate di ampie bisacce, che i bene abbienti chiamano progresso, mercato, benessere e sviluppo, mentre io essendo con i piedi piantati in terra chiamo con un nome proprio: merda.
    Che straripa su quanti fanno le cose per bene, rispettano il luogo in cui operano e offrono un prodotto sano a chi lo consuma.

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  3. silvana ha detto:

    Non è che “non siamo capaci di tutelarci”, è che siamo pervasi dai disonesti arroganti (pensano che tutti gli altri siano iposcienti) …

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  4. Pingback: All’Università della Calabria messa a punto la risonanza magnetica per tracciare la qualità dell’olio d’oliva italiano | Andrea Pagliantini

  5. fabio ha detto:

    Molto liquido verde spacciato come olio fa letteralmente schifo.
    Fra burocrazia, spese vive di mantenimento e di raccolta, nessun olivicoltore può produrre olio a quei prezzi.

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