Anteprima Chianti Classico 2013

Erano 166 le aziende presenti alla Stazione Leopolda specchio di un territorio vinicolo che in lungo spazia da Ponte a Bozzone ed arriva ad un tiro di schioppo dall’Impruneta e (in largo) dal Monte San Michele alla Sambuca (nella in Val di Pesa).
E vi era una folta delegazione di oli DOP Chianti Classico in cui si aveva la possibilità di degustare delle maiuscole eccellenze guidati da un belvedere con la padella al collo che spiegava gli oli con trasporto e risonanza di brividi emotivi quale brillante, frutta secca e amaricante (forse memore del mitico Kambusa Uan…….. l’amaricante).

In linea generale (nel vino) manca la piacevolezza del naso e il ristagno di fiori e frutta nel bicchiere quando è vuoto mentre ci sono  diversi sangiovesi con cadenze di speziato che tendono alla noia.

Un importatore australiano (non all’Anteprima) nei giorni scorsi faceva notare come fosse per lui molto difficile riuscire a comunicare e far capire geograficamente ai suoi clienti dove nasce il vino Chianti (Classico) a dispetto di altre denominazioni che hanno un riferimento  chiaro al territorio di origine. Nel mondo che si restringe e  dove la comunicazione in ogni campo procede di corsa, questa potrebbe essere una lacuna molto penalizzante per questo spicchio di mondo

Le foto mostrano le eccellenze del territorio…….. con alcune note a margine.
Oltre ai ben noti e sicuri di cui non si può fare a meno di parlare (essendo autentiche colonne) ci sono alcune aziende da segnalare quali il Barlettaio (sangiovese in purezza, di Radda) Istine (il 2010, azienda sempre di Radda) il nuovo, piacevole corso intrapreso dalla Fornace di Ridolfo dei fratelli Cantalici, Setriolo e Villa Pomona di Castellina,  Le Miccine nel microcosmo Vertine che cresce bene, Meleto bevibile.
Deviazione su Colle Bereto e il suo Pinò Nero che vale la pena di assaggiare.
Grandissimo il rapporto qualità/prezzo per il Chianti Classico di Badia a Coltibuono.
Mentre il nuovo logo del Consorzio sarà un galletto rampante.

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0 risposte a Anteprima Chianti Classico 2013

  1. Bante ha detto:

    Sono affezionato al vecchio logo. Avevo anche sentito dire che qualcuno, nel consorzio, avrebbe voluto abbandonare il logo del Gallo Nero. Penso che sarebbe una scelta pessima. Per costituire una consistenza identitaria, specie nel vino, un logo ha bisogno di lustri, se non di secoli. Se anche l’immagine del Gallo Nero nel tempo fosse stata sgualcita da politiche sbagliate, crisi e periodi bui, porta ancora con sé la forza di un blasone che ha attraversato e fatto la storia del vino. Rinunciare a questo simbolo sarebbe come rinunciare alla propria faccia e rifarsi il nasino. Ti guardi allo specchio e continui a vedere un bischero.
    Diversamente, ripensare le indicazioni geografiche potrebbe essere uno sforzo utile da fare.

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  2. silvana biasutti ha detto:

    Sono d’accordissimo con @Bante: più passa il tempo, più un logo può diventare un …Classico. Vale per tutti i marchi; a maggior ragione per il simbolo di una terra e di un vino che viene da lontano. E se cammin facendo ha incocciato dei personaggi che non l’hanno capito, che importa…Lui resta, i personaggi passano.
    E poi, un gallo nero è una figura entrata nell’immaginario di tutto il mondo enoico.
    Certo, in Italia, se non si costruisce il nuovo, se non si espianta la vigna che ha “già” quindici anni, se non si cambia il marchio,… si rischia di non far circolare abbastanza il circolante, o no?
    Avremmo bisogno di un santo protettore, qualcuno che ci protegga da noi stessi.

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  3. Rossano ha detto:

    Apparte il fatto che a me garba il simbolo vecchio… vorrei puntualizzare una cosa che riporto dal messaggio che ha scritto “Bante”: <>
    Questa è pura ed unica verità! Su questo bisogna lavorare e di certo cambiareo abbandonare il marchio del Gallo nero sarebbe un errore madornale che porterebbe ancora di più a creare confusione tra quello che è il vero Chianti (per intendersi il Chianti Classico che io preferirei Storico) dalle buffonate di Chianti e Chianti Colli vari che ci sono al giro grazie ad una politica scellerata fatta anni orsono!

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  4. Andrea Pagliantini ha detto:

    Sono d’accordo in tutto e per tutto con voi che siete intervenuti e vorrei aggiungere una banalità assoluta.
    Il vino a certi livelli è un bene voluttuario per chi lo acquista, ma se alla produzione si pensa di anteporre la finanza con il miele della parola che ci circola, facendo un prodotto senza un polso che batte di sensibilità e ascolto degli eventi temporali, diventa come fare seggiole impagliate alla catena di montaggio.

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  5. Bante ha detto:

    Non volevo dire che il logo del Gallo Nero non si può toccare. Anzi, credo che il lavoro che hanno fatto, per esempio, con il Gallo Nero del logo dell’olio Chianti Classico Dop sia ottimo (si vede nelle foto): le linee sono state semplificate, ma i caratteri e le proporzioni sono state rispettate. E’ ancora lui, giusto un po’ ripulito. Quello del vino, invece, mi sembra che abbia perso un po’ le proporzioni, specie nella fascia circolare, ma ho visto diverse immagini e non tutte erano uguali. L”importante, comunque, vecchio o nuovo, è che il Chianti Classico continui a portare lo stemma di famiglia e che si possa continuare a dire che s’è bevuto un gallo nero strepitoso.

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  6. Rossano ha detto:

    Mi piacerebbe avere una risposta direttamente da Michele a questa domanda:
    <>

    Per quanto riguarda quello che hanno scritto Andrea e Michele sul simbolo del Chianti Classico sono d’accordissimo con loro! Condivido anche il pensiero di Bante sul simbolo della DOP dell’olio.

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  7. Rossano ha detto:

    “Monteraponi: Floreale e roccioso. Sapidità avvertibile al naso. Bocca poco dinamica, inchiodata dal tannino. Da Aspettare? 84”

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  8. Rossano ha detto:

    Mi piacerebbe avere una risposta direttamente da Michele a questa domanda:
    “Monteraponi: Floreale e roccioso. Sapidità avvertibile al naso. Bocca poco dinamica, inchiodata dal tannino. Da Aspettare? 84″

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  9. Andrea Pagliantini ha detto:

    Se Michele passa di qua sopra, posso immaginare il suo parere.
    Poi, per quanto riguarda il simbolo dell’olio mi piacerebbe che qua sopra passasse il Cintolesi perchè avrebbe un aneddoto molto carino da raccontare a tal proposito.

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  10. Andrea Pagliantini ha detto:

    Pare che il prossimo anno l’Anteprima non venga riproposta.
    Nel caso contrario però ho idea di girarla in lungo e in largo dopo essermi preparato con uno schema di aziende sotto i dieci ettari o poco sopra da aggregare alle eccellenze di cui non manco e non mancherò mai di parlare, che sono la spina dorsale della denominazione.
    Di pan pepato e spezie nel bicchiere non se ne può più.

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  11. filippo cintolesi ha detto:

    Temo di non essere (piu’) in grado di provare alcunché, da quando ho perso il precedente laptop, quindi mi astengo.

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  12. Michele Braganti ha detto:

    ….il nuovo gallo e’ una cagata pazzesca altro che corrazzata potemkin….!!!!!!!
    i voti gli da il gori….e in parte ti avrei gia’ risposto….esagerato il 92+ alla mia riserva come l’84….in questo momento se assaggiassi i due vini alla cieca direi che il 2011 e’ tutto meno che da aspettare….o come il 95 a una riserva fatta a gaiole…che se e’ tutto sangiovese(chiantigiano)….io so’ alta, bionda, c’ho 20 anni…..e mi chiamo Inga….

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  13. Rossano ha detto:

    interessantissima risposta! Grazie Michele.
    P.S.= “i voti li da il gori…” scusate ma non sono in grado di capire se è bene o male… o capito qual’è il tuo punto di vista “sul gori” che mi ha fatto capire il peso che possa avere…

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  14. Andrea Pagliantini ha detto:

    Non mi metto a sindacare se il punteggio di 95 dato da Andrea Gori alla riserva 2009 di Riecine può essere giusto o sbagliato. Resta pur sempre una cosa soggettiva legata ad un gusto personale, ad un palato, ad una preferenza del tutto legittima.
    Giro spesso per le vigne facendo delle gran belle camminate più o meno in ogni stagione, in questo periodo specie se piove, a settembre proprio per il piacere di gustare il caldo meno offensivo e i colori delle vigne e il pampane che si rinverzicola dopo il sol leone.
    Passeggiando per le viti, il 95 pare un miraggio.
    Quelle ho visto sono state tradotte da cordone (segando le viti a metà) a una specie di candelabro con tanti capi a frutto.
    Fastelli di uva ammontinata e rossastra, esposta al sole di agosto per una sfalciatura che diventa anche sfogliatura e cimatura dei capi che portano l’uva.
    Difficile pensare che a inizio ottobre quest’uva fosse stata da campionato del mondo.

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  15. Michele Braganti ha detto:

    …grande Andrea….hai colto nel segno….
    garba a tutti vincere….anche a me e parecchio….
    se perdo preferisco perdere con tutte le ossa rotte….lottando A ARMI PARI!
    il sangiovese qui in Toscana ti lancia una sfida….che non sempre vinci….poi ci sono altre strade x vincerla… e quella che scende verso Cavriglia e’ una di queste…..;-)

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  16. Andrea Pagliantini ha detto:

    Il Sangiovese, lo sai meglio di me che è una brutta bestia.
    Basta una guazzata a settembre per vederlo partire o una botta di caldo per veder arrivare l’oidio al galoppo insieme a tante altre variabili che incidono nel bene o nel male nell’annata.
    A fare il vino sono boni tutti, ma girare per le vigne è cosa per intimi carbonari, meno che meno per comunicatori o appassionati che vengono immediatamente convogliati nelle ampie sale coronate di travicelli finto vecchio a guardare il dest-riga perfetto dell’allineamento delle barique.
    Poi, più che la strada scende a Cavriglia, per fare il vino serve stare sul pezzo oltre la rapidità di decisione in qualche fase critica della stagione.
    Un consiglio per appassionati e operatori del vino in genere: camminate le vigne che sono il miglior addetto stampa e propaganda di loro stesse.

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  17. Bante ha detto:

    Pagliantini, fai bene a girare per vigne, si imparano un sacco di cose. Ma le vigne, per chi ce l’ha, sono come i figli: non è bello sentirsi criticare per come li si tira su (non sono di Riecine, sia chiaro). Ognuno ha i suoi metodi, chi sfoglia, chi non sfoglia, chi cima e chi non cima, chi candelabri e chi razzoli. La verità non ce l’ha in tasca nessuno. E ognuno conosce le proprie vigne meglio di ogni altro, specie se visitatore occasionale. Magari uno può chiedere delle risposte direttamente a chi lavora le vigne in un certo modo, e ragionare, piuttosto, su queste risposte, se convincono o meno. Se a Riecine riescono a fare il vino buono con il metodo Simonit e con i grappoli a tutto sole buon per loro. Se poi uno dice di non dare il diserbo e al piede della vigna c’è il prato rosso, allora ci sono davvero gli estremi per lo sputtanamento, ma questo non c’entra niente con le aziende sopra citate.

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  18. Andrea Pagliantini ha detto:

    Bante, vorrei poterti dire che sono d’accordo con te, come vorrei poterti dire che in generale chi ha vigna la considera come una figlia o un parente caro.
    Sempre in generale chi ha vigna in piccolo come in grande non lo vede altro che un mezzo per far ciccia da una parte, per diversificare la finanza dall’altra restringendo di brutto le cure e la passione da quando il vino, certo modo di fare affari, certo arrivare, ripiantare vitigni alla moda del momento e ripartire celermente con surplus di capitale ha avuto un bel freno, il vino vale poco, le aziende hanno un valore fittizio sulla carta mentre sulla realtà, stando a quanto costa il vino all’ingrosso, tanti valori sono aria come quella gonfia palloni aereostatici.
    Questo in linea generale, per fortuna con molte stupende eccezioni.
    Per quel poco ne capisco, da uva non matura e non sana è difficile riuscire a fare grandi vini.
    Camminare per le vigne è sempre istruttivo: permette di vedere e parlare con chi c’è oltre a imparare cose e particolari che fanno sempre comodo in un settore dove mai ogni anno (di norma) è uguale a se stesso.
    Ammiro chi riesce a crearsi un bacino d’udenza proponendo teorie non dico stravaganti, ma spiegabili sulla carta confortate da dati, articoli, seminari e via dicendo, ma che poi sul piano pratico e realizzativo hanno il lenzuolo corto.
    Cura maniacale della vigna a parole, sperpero di presenzialismo e pubbliche relazioni nei fatti.

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