La porta del salone degli inganni del falso toscano

Dichiarazione evidente dell’origine in etichetta, che renda immediatamente riconoscibile il prodotto italiano e toscano, divieto di utilizzo di marchi capaci di evocare radici territoriali inesistenti e possibilità di verificare il prodotto anche con analisi sensoriali e non solo chimiche.

Queste le risposte che la Coldiretti chiede con forza in risposta alla frode, alla contraffazione e sofisticazione dell’olio extravergine toscano.

Nel mondo lo vendono con l’etichetta “Tuscan Moon” spacciandolo per un vino sangiovese ma di toscano non ha davvero nulla.

Lo stesso accade per il “Forest Ville”, etichetta chiaramente e furbamente ingannevole: c’è scritto “Sangiovese – Chianti” ma è prodotto nella Napa Valley.

Poi c’è il “Toscano”, salame prodotto in qualche paese sconosciuto degli Usa – il “Fennel Pollin Saleme” venduto in accoppiata al vino, ancora toscano, si fa per dire; la “Palenta” prodotta in Serbia, la “Finocchiono”, tentativo cacofonico di imitare il successo della nostra Finocchiona e la passata di pomodoro “San Marzano” confezionati in Usa, la pasta “Italiano” prodotta in Egitto ed i “Macaroni” rumeni fino all’olio extravergine che sfrutta immagini e riferimenti della toscanità, come per esempio Firenze, per commercializzare confezioni il cui olio è la somma di miscele provenienti da paesi europei.

Fonti: Informarezzo e Coldiretti

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0 risposte a La porta del salone degli inganni del falso toscano

  1. Gielle ha detto:

    La porta del falso è sempre in agguato a Vertine, come in Toscana e nel mondo e sono danni grossi per la nostra agricoltura.
    Se si facesse come gli americani e gli si copiasse qualche loro prodotto, il giorno dopo ci avrebbero già coperti di missili.

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  2. Dario ha detto:

    Le proposte della Coldiretti, una volta tanto, sono le stesse della Ue.
    Di fronte a questi obbrobri ci si sforma il giusto. Si squagliano dassé e se qualcuno a migliaia di chilometri li compra, penso le sue papille glielo facciano capire che ha fatto il guadagno di pottino.
    Il problema è quando e se partono da qui. Come l’olio.

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  3. Andrea Pagliantini ha detto:

    Certo vino spacciato per locale con etichette posticce e fasulle sottintendono a località famose, è una schifezza, ma l’olio che parte da qui e nei fatti è una miscela di greco-tunisino-spagnolo venduto con richiami al Chianti, a Firenze, a certi panorami bucolici toscani è un’indecenza che andrebbe assolutamente stroncata anche per salvare la vera olivicoltura e agricoltura toscana e per non spacciare merda nel mondo riconducendola ad un territorio che poi nei fatti non c’entra niente se non come luogo di assemblamento.

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  4. silvana biasutti ha detto:

    Ho – vanamente – lottato contro il panino “tipico” senese, imbottito di finta fontina.
    Un genere mai scomparso che ha avuto il ruolo straordinario di riuscire ad allontanare da Siena(!) un bel po’ di turisti/visitatori non idioti. Cioè in grado di intendere la buggeratura e di volere comportamenti più onesti.

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  5. Andrea Pagliantini ha detto:

    Nei bar, sembra circolino gli stessi panini dal nord alla punta estrema dello stivale.
    Non c’è vetrinetta e vassoio che non presenti quei mattoncini di gomma portati dentro scatole di cartone chiuse con una pellicola trasparente come se arrivassero da una catena di montaggio del panino.
    La fontina cara Silvana (quella vera) mi piace eccome se mi piace, ma provare a proporre al turista qualcosa di più locale come il pecorino, che tra l’altro nella nostra provincia non manca, insieme ad un paio di fette di prosciutto di cinta è realto, utopia o miopia, specie senza dover azzannare al collo l’incauto turista al momento del conto?

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  6. silvana biasutti ha detto:

    E’ una buona domanda che (mi) pongo da anni e a cui i bar senesi (ma anche in provincia) raramente danno risposte convincenti…

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  7. Andrea Pagliantini ha detto:

    Eppure rientra nel giusto offrire il territorio sotto forma di sapore alla gente di passaggio.
    Offrire lo stesso panino della stazione di Milano o di Bologna, o di Firenze, ma che senso ha? E’accoglienza o tirare legnate e basta?

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  8. Filippo Cintolesi ha detto:

    La fontinaccia nell’involto di celofan rosso e’ tipico modernariato come la luisona. Fa bottega di alimentari di quelle che vanno scomparendo. Fa urfido. Va difesa, non attaccata. Come il trancio di gianduia bicolore nella stagnola gialla. Accanto alla ricotta, al catino dell’antipasto di mare, alla vaschetta di acciughe sotto pesto e al capocollo col grasso ingiallito.

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  9. Andrea Pagliantini ha detto:

    Niente da obiettare, ma si stava dicendo dei panini seriali elargiti dai bar…

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  10. silvana biasutti ha detto:

    Caro Cintolesi e che dire del “salame di cioccolato”, allora? Magari si trovassero botteghe stile d’antan a Siena, ma la prwvalenza del bar che munge il turista è troppo triste e demotivante (per il turista). Altro che modernariato!

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