Borgogna a Radda nel bicchiere

Il merito di poter assaggiare sotto il porticato della chiesa di Santa Maria eccellenze della Borgogna e realtà del Chianti (Storico) raddese è grazie all’impegno e la passione di Riccardo Porciatti e delle ragazze e ragazzi del luogo che con gli apini fungono da manovalanza e da gioiosi incursori della manifestazione.

Dalla degustazione guidata da Raoul Salama con la collaborazione di Marie-Sylvie Haniez, la rappresentanza dei vini (presenti) di Radda ne esce pesantemente con le ossa rotte e bei lividi addosso con l’eccezione di  Caparsa che, pur essendo rappresentata da un 2004 di colore intenso (colorino) e dalle qualità in divenire, tiene alta la bandiera.

Premier Cru e Grand Cru Maison Louis Jadot, Chateau de la Tour e Hospices de Beaune la rappresentanza borgognona.

Le parole di Pierre Labet di Chateau de le Tour equivalgono ad una lezione di vita e di vino nella quale cogliere a piene mani fierezza del fare nel rispetto del luogo, delle regole, della massima qualità del prodotto finale da viti piantate nel 1910, allevate a guyot (qui capo e razzolo) nella consapevolezza che una vite da il meglio di se quando è anziana e se non la si sfrutta e tratta come una maiala prolifica da buttare appena la quantità e la consuzione da sforzo la abbrutireranno di fatica e stenti.

Noi di norma mettiamo le mani avanti dicendo che si fa biologico e dando per scontato il fatto che il vino  sia già per questo buono o, a parlare della quantità ci potrebbe o dovrebbe essere di Sangiovese in una bottiglia mescolata a un’infinità di variabili e vinificata fra tini tronco conici fin nei trucioli elevata al massimo grado di antani da addetti stampa e propaganda a rappresentare le aziende.
Loro a parlare di anni, luoghi, storia, arte, clima, persone, vino e viti e particelle diverse l’un l’altra da metro a metro di vigne e prezzo dei terreni in base alla qualità del vino vi viene prodotto, noi a ragionare di contributi di 4300 € ad ettaro provengono dalla comunità tramite la regione, per buttare via l’uva dalla pianta prima della fioritura, spesso da terreni mal esposti, messi male, abbandonati e rinverditi solo per arrivare a pigliare i contributi.
Onore alla Borgogna.

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0 risposte a Borgogna a Radda nel bicchiere

  1. Francesca Ciancio ha detto:

    Alla faccia di chi dice il mio Chianti pinoteggia!
    Bravo

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  2. Rossano ha detto:

    Quest’anno non sono potuto venire per problemi sorti all’ultimo minuto… e vedo quello che mi sono perso… proprio come l’anno scorso una gran bella giornata!

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  3. Rossano ha detto:

    Più che pinoteggia…. direi pinocchieggia! ehheheheheh

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  4. Paolo Cianferoni ha detto:

    Mi scuso se riporto quanto ho già scritto in un post…
    La degustazione dei vini di Borgogna e alcuni vini di Radda, tra cui il mio Doccio a Matteo Riserva 2004 è andata benissimo per quanto mi riguarda, poichè il mio vino si è comportato molto bene (Si è fatto davvero notare!). Sicuramente l’evento poteva essere perfettibile infatti è stato poco brillante e poco veloce ma il giornalista francese è riuscito a portare 3 grandi nomi della Borgogna e quindi la possibilità di assaggiare questi vini. Mi è dispiaciuto però l’esclusione di alcuni vini di Radda altamente rappresentativi, ma questa è un’altra storia. Piccoli momenti di “Radda e Borgogna riuniti nell’eccellenza” su YouTube:

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  5. silvana biasutti ha detto:

    Ecco un luogo dove andare l’anno prossimo, invece del ‘Panda Day’ che mi sono sciroppata…

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  6. @Paolo, hai ragione, il giornalista ha portato 3 grandi nomi dalla Borgogna, ma vorrei sapere a cosa pensava mentre assaggiava i vini di Radda che è riuscito a portare in degustazione 😉

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  7. filippocintolesi ha detto:

    Che il Chianti pinoteggi non lo avevo mai sentito dire. In compenso ho sentito dire piu’ volte che “anche il merlot in Chianti chianteggia”, frase che mi era sempre sembrata piu’ una giustificazione a posteriori, quasi una excusatio non petita. Finche’ non ho assaggiato due merlot in purezza cresciuti e vinificati uno nel Chianti, l’altro in zona limitrofa al Chianti, e che di merlot non hanno nulla, scambiabilissimi per due sangiovesi in purezza. Che i Latini sotto sotto avessero ragione nel ritenere il vitigno nulla e il terroir tutto?

    Quanto alla degustazione di Radda scrivo ora cio’ che non sono riuscito a scrivere stamattina, cogliendo l’occasione del commento di Paolo, apparso nel frattempo.
    Ho trovato ai limiti dello scandaloso non tanto gli esclusi quanto alcuni degli inclusi. In particolare ho trovato poco commendevole che a fronteggiare i tre produttori borgognoni i vini fossero stati scelti (1) dal conduttore francese della degustazione, apparentemente senza intervento dei locali, (2) due dei quali pesantemente difettati.
    Richiesto di spiegazioni pare che il conduttore stesso, un po’ stizzito, abbia specificato di essere stato lui stesso a scegliere, alla cieca, i vini da degustare accanto ai borgognoni.
    Possibile che non si sia accorto dei plateali difetti che due dei vini avevano? Possibile che non se ne sia accorto nessuno degli organizzatori locali? Possibile che non se ne siano accorti gli stessi produttori di quei vini? (in subordine) possibile che si sia pensato che quello era il modo giusto per far emergere i tre produttori della Borgogna, almeno uno dei quali non aveva bisogno di nulla per spiccare come assoluta eccellenza? C’era proprio bisogno di un simile umiliante paragone per rimarcare quello che gia’ sappiamo e non da ora, e cioe’ che i Francesi sono avanti a noi (in senso cronologico) di almeno un paio di secoli? Credo che questa considerazione bastasse e avanzasse, senza bisogno di far “gareggiare” un vino che puzza di merda e uno completamente cassato.

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  8. Liz ha detto:

    Ho dei bellissimi ricordi di questa regione, paesaggi bucolici, vigneti che sembrano giardini e vini veramente buoni con un buon rapporto qualità/prezzo.

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  9. Paolo Cianferoni ha detto:

    @Filippo Cintolesi, comunque noi italiani non tiriamoci giù troppo che anche i Francesi hanno qualche problema, dai. Personalmente il vino dell’ospedale della Borgogna, 2009, mi è apparso troppo legnoso sia al profumo che al palato, infatti risultava elevato solo in barriques nuove. Può essere un pregio, ma noi italiani che siamo molto più avanti dei Francesi in questo, stiamo pensando il contrario…
    🙂

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  10. Andrea Pagliantini ha detto:

    E’ come se la Francia si fosse presentata con la squadra maggiore e noi si fosse risposto mettendo in campo la nazionale cantanti.
    Due dei vini (raddesi) presenti alla degustazione avevano grossi limiti di sanità e piacevolezza, un altro non era tagliato di merlo ( così come detto) ma ben caricato di cabernet.
    Al mostro consulente esterno che riempie le pagine (antani) i borgognoni antepongono la cura maniacale della vigna ben consapevoli che da essa proviene il tutto e il niente di cui si sta parlando.
    Sentir parlare i produttori borgognoni del loro territorio e di ciò che vi fanno è una lezione di umano vivere e di vino che mai potrò cancellare.
    Una lezione di lealtà e di coerenza che andrebbe presa ad esempio mandando in culo una volta tanto i nostri mezzucci e le nostre arie.

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  11. Elisabetta Viti ha detto:

    ..Bravo Andrea!…l’hai detto!…”una lezione di lealtà e di coerenza che andrebbe presa ad esempio…” A forza di esser troppo corteggiati, noi toscani forse ci stiam dando troppe arie,e s’è perso o trascurato la sostanza…La mia è solo una sensazione ,da profana…che mi confermi..Un saluto

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  12. Filippo Cintolesi ha detto:

    Paolo, sono d’accordo con te. Anche il vino di Jadot non mi ha fatto impazzire. Onesto e corretto ma nulla di piu’.
    Non cosi’ invece per lo Chateau de la Tour…
    Il punto e’ che due dei “nostri” erano pesantemente e volgarmente difettati. A chi chiama “puzzetta” il problema del primo dei 2004 degustati, gli rido in faccia.

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  13. Paolo cianferoni ha detto:

    Noi toscani s’ha da fare tanta strada. Abbiamo un territorio fantastico ma forse questo è il motivo che non ci fa sbattere. Peró noi italiani si fa anche lesti a cambiar idea…
    Un problema generale è che siamo un popolo litigioso, invidioso, furbetto ma la fantasia per fortuna non manca. Avete fatto caso che i vini “raddesi” erano proposti da stranieri, oppure descritti da ottimi ragazzi del nord italia, ma locali proprio pochi? I Francesi erano solo francesi nati e viventi in borgogna. I vini di Radda fatti da importazione… Esterni che in qualche modo hanno e aiutano il territorio. Comunque due realtà molto diverse… Per storia e indole.

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  14. Michele Braganti ha detto:

    i vini della Borgogna erano semplicemnte come sono sempre stati…perfetti….e’ vero ci hanno messo del tempo…e sono partiti prima di noi ma oggi e non solo….la borgogna e’ un faro per ogni vignaiolo….a Radda vedo tanta approssimazione…il pensare che per il solo fatto che un vino viene da Radda e se e’ rustico,puzza o e’ abbastanza banale..va bene lo stesso…e’ pensare in maniera totalmente contraria al concetto appunto ella borgogna…..i borgognotti prima di tutto fanno il vino, il piu’ buono possibile il piu’ tipico possibile,senza difetti ne approssimazioni….ecco perche’ poi possono chiedere queste cifre….mi si potrebbe dire che son bravi tutti a fare il vino se poi lo vendi a questi prezzi..ma ripeto in borgogna ci si e’ arrivati per gradi e nel tempo,partendo molto prima di noi e’ vero…ma non lasciando nulla al caso…..essere meticolosi nella vigna nella cantina e poi quando il vino va in bottiglia…..chi compra una bottiglia di vino ha il sacrosanto diritto di pretendere un’ottimo prodotto rapportato al prezzo….sabato a Radda e’ stato lanciato un sasso nello stagno…un’ottima cosa…..speriamo di continuare in questa direzione…

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  15. Liz ha detto:

    Fino alla rivoluzione francese la chiesa aveva in mano una buona parte della produzione del vino bourguignonne e dopo la rivoluzione tutta la terra della nobiltà e della chiesa fu confiscata e divisa in piccoli lotti da spartire tra i contadini, lotti che con il tempo sono stati, a sua volta, frantumati dalle stesse famiglie contadine. Da qui il gran numero di vignaioli… Quindi dal punto di vista storico (e non solo) è una realtà molto diversa, ma anche è diversa da quella di Bordeaux.

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  16. Paolo Cianferoni ha detto:

    Noi abbiamo una Storia, in Borgogna un’altra (come ha ben desritto Liz). Non dobbiamo secondo me avere istinti imitativi, ma solo apprendere le diversità per applicarle, tramite l’esperienza, nei singoli casi ma più in generale nei Territori. Le colline del Chianti Classico hanno vissuto un esodo dopo la seconda guerra mondiale che pochi territori hanno vissuto. Quì tutto era abbandonato, case, campi, Paesi… poi dopo tanti anni (una venticinquina) questa assenza delle opere umane ha creato condizioni molto favorevoli dal punto di vista ambientale e vivibilità. La viticoltura, sempre esistita da millenni qui in Chianti, ha avuto così uno sviluppo molto diverso dalla Borgogna.
    Tener testa ai Francesi, significa molto semplicemente essere a conoscenza di argomenti… senza avere troppo l’unico riferimento che oggi sembra Dio: il mercato.

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  17. Andrea Pagliantini ha detto:

    In Borgogna, a suo tempo l’aver roteato gli zebedei di qualche onorevole vescovo ha portato ad una cura e ad una passione del territorio che nella nostra storia si è tradotta in un massiccio spopolamento delle campagne.
    Le storie sono diverse, qui più o meno si era tutti servi della famiglia Ricasoli e con una selva di tarati mentali che erano piccoli uomini più ricasolini dei Ricasoli stessi.
    Ciò non toglie che nel Chianti gli ultimi venti anni sono stati un territorio di rapina che al cospetto l’invasione degli aragonesi del ‘400 ha prodotto meno macerie.
    Vigne piantate ovunque, case diventano paesi, cisterne di vino diurne o notturne pur di riempire i carichi di cantina, qualsiasi tipo di uva piantata nelle vigne, cialtronismi che partono dai trucioli di legno per arrivare fino all’uva refrigerata portata di notte da camion pugliesi.
    Questo è il rispetto del territorio chiantigiano, ovvero un atto di pirateria dietro l’altro fatto da gente di passaggio con la complicità locale, ad uso e consumo di mungere spesso nell’illegalità più totale.
    Dalla Borgogna dobbiamo prendere innanzi tutta la passione e l’essere parte del territorio che vivono e curano e l’essere schietti ma anche limpidi.
    Ieri sera passando dalla Villa a Radda nella vigna appena sotto il distributore ho visto l’effetto di in trattamento a base di spollonatore che si utilizza per seccare i getti sul tronco della vite per non fare la pulizia a mano.
    Un effetto desolante, una striscia di due metri in terra bruciata. Tralci sul tronco della vite come se fossero passati con la fiamma ossidrica.
    Foglie della vite sulle quali erano arrivate gocce di spollonatore come se avessero preso la ruggine o fossero state colpite da una fucilata a pallini.
    Un paesaggio spettrale.
    I borgognoni vanno presi per esempio per la cura maniacale del loro territorio e per il rispetto ne hanno.
    Noi bisognerebbe mettere da parte tanta furbizia ed illegalità o l’avere il consulente famoso che ha la ricetta per fare il vino buono e fare un bel bagno prolungato nella modestia e tornare ad essere vignaioli, non patinati venditori di antani

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  18. Michele Braganti ha detto:

    esatto andrea…e mi ci metto anch’io dentro alzi la mano quel produttore chiantigiano che ha pordotto,per fatica,poche risorse,grandine o sfortuna un’uva oche poi e’ diventato vino magari scadente ma con il carico di chianti classico e non l’ha venduta anche x due lire al solito imbottigliatore di turno…alimentato un mercato di VINO DI MERDA…con il simbolo chianti classico sopra…beh i borgognoni ste cose con il cazzo che le fanno…in borgogna c’e’ chi campa producendo solo uva da parcelle premier cru che poi venduta verra’ vinificata da altri,o chi vinifica e lascia che imbottigklino altri…madam lorey la sua fortuna l’ha fatta anche cosi’…..qui in chianti si pensa che tanto l’importante e’ produrre vino ci si affoga con milioni di hl che poi rimangono in cantina e si svendono al primo pirata di passaggio che ti offre un’elemosina…..ce lo meritiamo si facesse come i borgognotti…qualita’ qualita’ estrema…in vigna in cantina…basse rese poche bottiglie…impeccabili,perfette nn si sarebbe a piangersi addosso che lo sfuso chianti classico costa meno del chianti colline lucchesi….

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  19. Rossano ha detto:

    sucasate se mi permetto di estremizzare… ma in sintesi si sta’ parlando di qualità da una parte e quantità dall’altra….
    Peccato che noi siamo dalla parte della quantità… avrei preferito esse’ da quell’altra parte…
    Qui ho generalizzato, erroneamente, ma ho visto che un po’ tutti i commenti lo sono… è chiaro che le eccezioni esistono…

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  20. Andrea Pagliantini ha detto:

    Sulle basse rese avrei la mia da dire Michele dato che l’estremizzazione della bassa resa e il clima molto più caldo producono dei vini troppo alcolici e spesso privi di piacevolezza.
    La nostra sfida credo possa essere questa: trovare la via per produrre qualità facendo vini piacevoli ed iniziando a rivendicare fortemente il senso di appartenenza al territorio cui appartiene.
    E questo implica tempo da trascorrerci e conoscenza della vigna.
    Quindi nel caso nelle etichette Radda a caratteri cubitali…….. e già questo sarebbe un passo di chiarezza e di eversione da logiche commerciali che assemblano vini da ovunque, da chi invece produce e imbottiglia all’origine.

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