Sono da poco terminate le anteprime del vino toscano iniziate con la Vernaccia, e poi nell’ordine Chianti Classico, Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino.
Per una fastidiosa influenza non ho potuto partecipare a nessuno degli eventi, ma ho potuto confrontarmi con degustatori e produttori per sentire le impressioni a caldo e quel che si mormora nell’ambiente in un momento non proprio entusiasmante.
Il lamento, è il grido di battaglia che striscia al di fuori delle pomposità rituali stile “annata del secolo” o “grande successo di presenze fra gli addetti ai lavori”,”livello qualitativo eccelso” ecc. Aggiungerei poco di nuovo seguendo quel binario.
Invece voglio raccontarvi due storie sfiziose capitate fra i banchi delle anteprime.
Una riguarda un curatore di una guida che avvicinatosi alle bottiglie di un’ azienda ha chiesto se nei vini esposti “Ci fosse stato cabernet o merlot o uso di legno nuovo” nel caso, non li avrebbe assaggiati.
Il curatore della guida dimentica che fino a poco fa pompavano vini marmellatosi e densi tenuti a infusione nel legno piccolo come fosse una bustina di camomilla.
Altra sfiziosità la degustazione di un conoscitore di sangiovese come pochi, (anche perchè lo maneggia bene da trent’anni) che davanti a una bottiglia di 2007, ha dovuto guardare più di una volta l ‘etichetta per ricordare cosa stesse assaggiando e da dove provenisse.
Gli pareva di bere un vino del nuovo mondo e non credeva ai suoi occhi quando ha visto collegato e scritto il nome di un Grande che da quei succhi di legno e modo di intendere il vino, è lontano mille miglia e mille altre ancora.
Capito adesso il titolo del post?



E’ curioso constatare come fino a poco tempo fa i vini per essere giudicati “grandi” dovessero essere neri, impenetrabili e legnosi.
Adesso, gli stessi “esperti” hanno dato il contrordine: chi usa barrique/cabernet/merlot è un appestato.
Ci vuole un coraggio da leoni oltre a una bella faccia di chiulo…
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Non demonizzo chi usa merlot o cabernet, mi fà arrabbiare che nelle vigne passi per sangiovese, ma questo è un altro discorso.
I disciplinari lo prevedono (tranne nel Brunello ovviamente) e se uno ci crede, fà bene a farli in quel modo.
Quello che stona e molto sono le faccie toste che prima pompavano supertuscan neri e legnosi e ora pretendono “il sangiovese vecchia maniera”.
Un pò di coerenza non guasterebbe.
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eh si, ha proprio ragione carlo macchi, tra un po’ dovremo difendere barrique e merlot da questa nuova ondata di neotradizionalisti!
vabbè, per qualche anno almeno avemo dei vini…umani e….anche bevibili
ciao
francesco
ps quanto agli esperti….è la stessa situazione in tutti i campi, guardate oggi, moody’s ha declassato il titolo fiat…e sono gli stessi che promuovevano lehamn sino a tre giorni prima del collasso, vatti a fidare degli esperti!
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La battuta di Carlo Macchi è strepitosa!!!
E visto che la chiulaggine è infinita fra un pò spunterà qualche eccelso a dire di immettere uve bianche nel vino e principiare con le pratiche di governo.
Carlo Macchi, dovrebbe essere al corrente anche del secondo episodio che racconto nel post!!!!!!!!
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Andrea, se non ricordo male un governato era il base di vecchie terre e non era per nulla male, anzi. Mi sbaglio?
ciao
Francesco
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Il Governo, è la pratica di vinificare le uve normalmente e metterne una parte appese ad appassire per poi aggiungerle al vino appena svinato e lasciarlo così in macerazione fino alla primavera.
Non sono molti che usano questa pratica, aziende grandi lo escludo, ma si ha la possibilità di aumentare il grado zuccherino e quindi l’alcol usando la stessa uva, oltre a conferire una beva, un morbidezza importanti.
E poi favorisce lo svolgimento della fermentazione malolattica, cosa da non sottovalutare.
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E’ quello che Nietzsche aveva teorizzato con la dottrina dell’eterno ritorno…
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