Tre pietre, una vigna, un castello

ex-pensatoio-sotto-ex-alicante-convertito-a-sangiovese.JPG

Qualche anno fa, durante la ripulitura con un piccolo escavatore di un bordo strada invaso da ginestre, rovi e pruni, saltò di nuovo fuori quella piazzola della foto, un posto che valeva la pena  sfruttare al meglio per la serenità e la visione delle cose che c’erano.

Si misero tre pietre appoggiate dove erano ginestre e rovi, ma in posizione che non si vedessero dalla strada e in modo che  fossero disponibili solo per chi sapeva , in pratica, mi ero creato un piccolo luogo a due passi da casa dove andare a riposare, vedere un panorama mozzafiato e più semplicemente crearmi uno di quei covi in cui si cerca di rinchiudersi per quanto è possibile, per renderlo un pensatoio o una fonte di ispirazione, di sogni, di cesellamento di prospettive e soppesamento di idee.

Questo posto  c’è ancora, ma se ne parlo e lo svelo è perchè ha cessato di essere profondamente intimo e non vi ritrovo la magia che me lo ha reso caro e presente nei momenti che lo necessitavo.

Adesso sedersi lì vuol dire vedere alla propria sinistra una casa colonica stupenda, trasformata dalla boria dell’uomo dal gioiello che era, in una inutile e invissuta villa holliwoodiana, stravolta nell’uso, nell’architettura, nelle piante da economia rurale che la circondavano, con una piscina paraolimpica che è stata costruita seppellendo vivi olivi per creare il piano su cui ergerla.

Là di fronte ho il mio Campino dove a sentire quanto si dice in giro, doveva essere realizzata una colata di cemento (quel luogo per fortuna con il mio acquisto si è salvato) e se solo avessi una pianta malata di rogna da tagliare e sostituire il buon senso mi imporrebbe di avvertire forestale e comune per l’operazione, come si sa, gli olivi sono un patrimonio paesaggistico e vi sono una bella serie di regole e di vincoli da rispettare.

Vincoli che forse vengono meno quando si tratta di realizzare opere per l’uomo moderno, di fronte, manco a dirlo ad un castello dell’anno 1000.

Davanti c’è una vigna rifatta nel 2002.

Filari a due metri di sesto con invidiabile Sangiovese, unito a merlot, cabernet e del “bellissimo” (specie d’autunno per le sue foto rosso sangue) alicante bouchet.A destra, la parte che si salva,con castello sullo sfondo, una grande oliveta, un vigneto fatto e tenuto con amore da un capace indigeno, arruffone e simpaticissimo.

Da quelle pietre non scorgo più la suggestione e la pace, fra la succursale di Holliwood,(come alcuni indigeni hanno battezzato il luogo) i ricordi di fatica e sudore sputati neramente fra quella vigna e l’esser buttato fuori da persone piccole e arrogantelle, quell’angolo adesso dona più inquietudine che serenità, per quanto vedo ed in minima parte per qualche ricordo sempre più affievolito, non certo per piccoli, piccoli che ancora svolazzano rasoterra questi angoli di pietre.

Secondo luogo dell’anima che se ne va, dopo la collina di fronte a Siena su cui stanno costruendo una casetta di mattoncini rossi.

Restano altri luoghi, “i pensatoi” come li chiamo e definisco, sono oscuramente miei a dispetto di piante e visure catastali, ma non parlo,non dico quali sono e soprattutto dove, ho paura che alla  vengano manomessi pure loro.

Questa voce è stata pubblicata in luoghi. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento