Il Chianti visto da Barberino Val d’Elsa

Girando per Barberino Val d’Elsa, si scopre di avere in comune lo stesso patrono (San Bartolomeo, 24 agosto) e qualche problema di vivibilità con cinghiali e daini che anche qua fanno danni alle colture, ma soprattutto alle macchine in transito.
Poi quando si dice di essere del Chianti, varie persone delle età più svariate, guardano l’interlocutore come se provenisse da Marte.
Spiegando, nel dettaglio, la zona di provenienza, i dubbi rimangono, tranne una signora che aveva dei parenti a Castellina, ma senza sapere cosa ci fosse andando oltre.
Poggibonsi qui è la valvola di spese e di svago e si fa fatica a spiegare che si è lontani oltre quaranta chilometri dal loro punto di riferimento e che il sostentamento del Chianti si fonda soprattutto sulla produzione del vino e sul turismo.
Un sondaggio che non ha velleità di essere scientifico, ma che mette in risalto la scollatura fra questa zona, il quotidiano delle persone e del loro vivere, con quello che è il Chianti sia dal punto di vista geografico, sia dal punto di vista sociale.
Come se la fusione dei comuni di Barberino e di Tavarnelle, come auspicato dalle locali amministrazioni e dalla sede consortile del pregiato vino, avvalendosi della dicitura “in Chianti” a corredo del nuovo nome, fosse una cosa scollata dalle persone, dal loro vivere, dal loro essere storicamente un’altra cosa, che con il Chianti, inteso come Radda, Gaiole e Castellina, non ha molto in comune.
Non che il vino si produce da queste parti sia peggiore di quello prodotto nei tre comuni: gli intenditori di vino ben sanno quali pregevoli e famose aziende si trovano da questa parte della Val d’Elsa e quanto sia bella la zona, prima che scendendo, prenda verso la piana, prenda il sopravvento la fisionomia dei capannoni., dove si sono riversati tanti ex contadini del Chianti in cerca di un futuro migliore dagli anni ’50 in poi.

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