La potatura del gelso

Che qui si chiama moro.

Una di quelle piante testimoni silenti di una vita remota, di un periodo storico chiuso e sepolto nel quale le foglie erano cibaria per bachi da seta e bestiame e fonte di sostentamento per la famiglia contadina lo aveva in uno o più esemplari nelle immediate vicinanze di casa.

Ne sono rimasti pochi esemplari considerando che ogni casa colonica ne era provvista e quei pochi dovrebbero avere un trattamento di riguardo essendo testimoni di un passato sociale ed economico che non tornerà sicuramente ma del quale è bene non perdere nè le tracce, nè il ricordo.

Si pota a gennaio o inizio febbraio tosandolo a zero, il primo anno non produrrà more, ma la forza della nuova vegetazione farà ritornare la pianta più forte e rigogliosa di prima.

Questa voce è stata pubblicata in Arte e curtura, Fotografie 2011, La porta di Vertine. Contrassegna il permalink.

35 risposte a La potatura del gelso

  1. vita ha detto:

    esatto Andrea, accanto alla Villa Dè Vecchi ce n’erano dirse piante, e NON SAI CHE SCORPACCIATE mi facevo da piccina, sia di quelle bianche che nere, è un sapore particolare che non potrò mai scordare!
    Quando erano troppo mature, diventavano persino stuccose però! e avevano quell’aspetto a bacherozzolo ciccioso.
    Anche in Via Simone Martini lungo la strada che conduce al ponte della Madonnina Rossa ce ne sono due o tre” di more bianche” belli gli alberi e di sapore antico!

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  2. Dario ha detto:

    Quassù si chiama moron

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  3. Silvana Biasutti ha detto:

    Ne guardo alcuni – andando da Montalcino a Siena, che stanno non proprio in fila, un po’ arretrati rispetto alla strada (buon per loro!). Son troppo belli, e mi ricordano quando ancora i bachi c’erano davvero, e i gelsi erano in filare ed emergevano dalla nebbia, con grosse capoccione…

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  4. Silvana Biasutti ha detto:

    ah, naturalmente eravamo nel cuore della pianura, tra Crema e Cremona…

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  5. filippocintolesi ha detto:

    Gabaroe (o come sia lo spelling, insomma o lombarda) mi pare si chiamino i funghetti che nascono ai piedi dei mori nel pavese, e mi si diceva che il nome derivava dal nome dialettale del gelso. O era il salcio?

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  6. gian paolo ha detto:

    Ciao Grandev Tosco!!
    Al mor , o moro veniva usato qui da noi in “ultra-pianura” per fare le botti per l’aceto balsamico.qui se ne trovano in ogni cantone e rompono anche …vengono su che è un piacere, in mezzo alle pere o in mezzo alla vigna con quel canchero di edera.io che l’aceto lo odio aspetto solo i frutti.Ciao GP

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  7. Liz ha detto:

    Filippo, non sono certa, ma credo che i Gabaro’ siano un’altra maniera di chiamare i Chiodini.(?)
    Se non mi sbaglio, nel pavese il gelso viene chiamato murón.

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  8. Andrea Pagliantini ha detto:

    Una normale potatura di moro riempie delle esperienze di varie persone che lo conoscono e ne fanno usi diversi….. compreso l’affinamento dell’aceto balsamico..
    Prima di segare dal piede per sostituire con inutili fontanine, forse è meglio pensarci e portargli rispetto.
    Una pianta legata all’economia dei tempi che furono che non tornano ma sono radici di tutti.

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  9. filippocintolesi ha detto:

    Non parliamo di edera al moro…. Se il Pagliantini vuole, ci sarebbe un secondo moro di cui documentare la pota, con ancora tutta la ramaglia in terra ai suoi piedi: un fastello di foglie che uno non capisce cosa ci facciano in questa stagione. Poi guardando meglio si nota che e’ tutto l’ellero che gli s’era arrampicato fino in cima.

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  10. Dario ha detto:

    Etimo lombardo.
    Anche a Milano, confermano i pochi vecchi autoctoni rimasti fra cui me medesimo, i gabaroeu sono i chiodini.
    Gelsi (moron), pioppi, salici, robinie, il loro scenario.
    La radice potrebbe essere la gabarra, l’antica barca da trasporto, forse per via che crescono in buon numero anche sul legno piatto.

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  11. mario ha detto:

    ..poi ,in un’altro capitolo ci spieghi anche come si pota il chioppo.. grazie

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  12. Andrea Pagliantini ha detto:

    Ma. dipende, ne avevo uno sotto mano la scorsa settimana e non ho fatto altro che togliergli i rami bassi per mandarlo in su e passarci a piedi senza batterci il capo, se poi lo vuoi abbassare per altre necessità basta lasciargli i rami lunghi un mezzo metro o giù di li, a settembre, e aspettare ributti e rifaccia chioma.

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  13. filippocintolesi ha detto:

    Comunque dipende molto da cosa vuol fare col chioppo (o loppo, o testucchio, insomma con l’acero). Se non gli serve a nulla a parte far belluria, o se gli serve da tutore vivo per la vite. In quest’ultimo caso ancora dipende dalla forma che gli ha dato o che vuole dargli: se a vaso o se a bracciali. E poi, si parla di potatura per tirarlo su nella forma voluta, o di potatura per tenercelo? Credo che nel linguaggio degli agronomi si chiamino potatura “di allevamento” e “di produzione” (?). Una cosa sembra certa, confermata dal dottor Nerino Trabalzini: “la capitozzatura viene accusata dall’acero, che si indebolisce e giunge precocemente alla fine, cosi’ come vengono accusate le troppo radicali potature praticate in seguito sulla pianta gia’ formata”.

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  14. mario ha detto:

    ..non cè più nessuno che li sa potare con la vite”maritata” e legati col salcio..?io conoscevo un pensionato che era bravo..ma oramai ..”aspetta solo la pensione e non viene più”..mi parlava che nella potatura verde gli faceva ”la corona” o qualcosa del genere..che arte..

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  15. Andrea Pagliantini ha detto:

    E’ per qusto serve tutelare queste piante prima scompaiano insieme al ricordo della vita c’era dietro e delle persono ci ronzavano intorno…. non si parla mica di milioni di anni fa… solo prima arrivassero una serie di pirati con la betoniera sempre accesa..

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  16. filippocintolesi ha detto:

    Come non c’e’ piu’ nessuno? Basta andare (per esempio) nel Valdarno, o in qualche altra piana, e si possono vedere un sacco di filari superstiti. Vicino a Figline c’e’ un campo coi loppi a vaso. Poco distante c’e’ una tirata dove sono a bracciali. Segno che qualcuno che continua a tenerli cosi’, c’e’. Il discorso pero’ e’ che la vite alta in quel modo si tende a non tenerla piu’. Quanto al salcio, vicino a Pontignano c’e’ un viticultore che lega le viti della sua vigna specializzata rigorosamente col salcio. Anzi, forse, col sarcio.
    E fra Cavriglia e San Giovanni non piu’ di una settimana fa ho visto una serie di salci tutti potati e con tante fascine arancioni ai piedi, in buon ordine. Non sarei cosi’ pessimista. Ovvio: si tratta di realta’ marginali rispetto qualche decennio fa. Ma e’ anche vero che il vino a tutti piace pagarlo il giusto quando lo si va a comprare. La poesia e’ tanto bella, ma ha il suo costo. E i soldi fanno tanto schifo, ma le bollette da pagare a fine mese ce le hanno tutti.

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  17. mario ha detto:

    …meno male che mi dici così…ma nel chianti…e specie ”in quello più autentico”(quello storico ,caro Filippo) che mi dici?..c’è qualcuno che ne ha conservati di filari maritati…o si sono ”un pò accecati dal lucido della corsa all’oro”..?

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  18. filippo cintolesi ha detto:

    Intendi dire: nel Chianti punto. 🙂 Di Chianti ce n’e’ uno solo. E’ ovviamente autentico e storico. Ma non nel senso che puo’ essercene altro meno autentico o meno storico. Semplicemente: non ce ne sono altri. Precisazione per me doverosa, scusa.
    Allora, nel Chianti quello di cui sopra di filari maritati ce n’erano pochi prima e ce ne sono pochissimi o punti ora. Al Salvino ho qualche loppo qua e la’. Viti sotto ce n’e’ ancora qualcuna ma se devo essere onesto non le ho mai viste maritate a tale tutore, neppure quando, io piccolo piccolo, nella seconda meta’ degli anni sessanta, i filari tradizionali del podere, cioe’ a coltura promiscua vite e olivo erano tutti in ordine e funzionanti (sostegni tradizionali di palo di castagno come posta e canne come traversa dove poi sono intervenuti i cavi d’acciaio; legature rigorosamente di sarcio). Quindi, almeno nel caso sotto gli occhi miei diretti, direi che e’ da escludere la bramosia dell’oro come causa per la loro desuetudine, visto che di oro ce n’e’ sempre stato poco da sperare da una coltura simile. Credo che il macigno in mezzo al quale si trova un po’ di terra, si presti poco come casa di un simile marito per la vite. Sotto San Giusto a Rentennano ci sono dei filari simili, non a caso nella parte vicino alla chiantigiana, quindi quasi nella piana alluvionale dell’Arbia.
    Pero’ ripropongo la tua domanda, correggendola leggermente, ossia adattandola alla zona che ho ben presente piu’ da vicino, quella del macigno, dello scoglio onnipresente: c’e’ qualcuno che ha conservato filari promiscui vite olivo? C’e’ qualcuno che programma di impiantarne di nuovi, o di rimettere in funzione gli antichi decaduti? Alcuni ci sono (quorum ego). Ma non e’ un lavoro da poco.

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  19. mario ha detto:

    ma nel valdarno che ”chianti c’è”?? i chioppi ..il sottoscritto li ha ancora..ma se ”seguivo la pista della corsa all’oro”..non li avevo più da almeno un decennio..e in quello spazio adesso ci sarebbe ”il tanto proclamato merlot”e diversi filari sono ancora ”maritati”….peccato che in radda,gaiole e altri comuni storici del chianti non ci siano ”tracce considerevoli” del passato ”promiscuo”..cosa è successo ? non avevano tempo e soldi x mantenerli nel proprio territorio ?( ripeto ..forse tanti ..forse troppi ”quasi chiantigiani” accecati ”dal luccichio” !!)

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  20. Andrea Pagliantini ha detto:

    Quelli di San Giusto, se non ricordo male sono dei primi del secolo e sono uno spettacolo.
    Altri ne ho visti a Terranuova Bracciolini da dei vignaioli.
    Il promiscuo era parte di un mondo non c’è più.
    Il tramito doveva dare grano o foraggio nel mezzo e sui muri ulivo, viti, ulivo per le altre necessità.
    Finita la mezzadria, finito il promiscuo.
    Il luccichio parte da metà anni 80 e si intensifica dal 90 in poi quando i supertuscan si vendevano a bottiglia a cifre assurde, quando lo sfuso veniva caricato nelle cisterne al milioncino di lire dell’epoca.
    Pirati in quel momento ne sono arrivati parecchi, paesaggio e colate di cemento erano all’ordine del giorno senza guardare regole per il sottile.
    Ora ci sono case, ville, cartoline dal prezzoa assurdo che nessuno vuole, tutto in vendita, nessuno piglia per il semplice motivo che hanno il valore delle paste a crema di Maria Antonietta, ma la panzanella è più buona.

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  21. mario ha detto:

    ..eppur qualcuno lo chiama ancora ”storico”ma adesso non lo chiamerà più..perchè non c’è più ? (lo” storico”)

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  22. Andrea Pagliantini ha detto:

    LO Storico esiste, è Radda, sotto Vertine e Castellina, il resto sono decreti aggiuntivi fino alle colline pisane e pistoiesi che proprio non c’entrano molto…. a breve lo sconfinamento oltre appennino: Chianti colline modenesi quasi Lambrusco.

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  23. mario ha detto:

    …sì ..ma ”di storico” dal punto di vista viticolo cosa rimane in quelle (ed altre zone) ??

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  24. Andrea Pagliantini ha detto:

    Di storico rimane poco.
    Nei tramiti degli ulivi spuntano varie viti dal tempo indefinito che paiono Sangiovese e sono queste le testimoni storiche più vecchie dato che le più antiche in giro possono esere degli anni 70.
    Poi che resta?
    Parecchie foglie rosse dei primi 90 e anni 20000, una sfilza di merlot-cabernet- petit verdot-gamay-alicante bouchet e vuoi sapere che altro che è meglio non pensarci.
    Adesso tutte riconvertite o quasi alla zitta e proposte da coloro che facevano marmellate nere e impenetrabili con il contorno di cose riempiono parecchio la bocca adesso.
    Terroir, autoctono, biodinamico…. sono sempre gli stessi di prima solo riconvertiti…..
    Il Chianti, seppur nella mia breve esperienza è tanto cambiato.
    Paesaggisticamente, di sapori, di semplice convivenza e cordialità con il prossimo.
    Ci siamo farciti di invidia, egoismo, dei peggio rancori immaginabili solo per quel luccicare di oro in più.

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  26. gilberto ha detto:

    Qualcuno sa quando e come si deve potare un gelso per mantenerlo capitozzato ?
    grazie

    gilberto

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  27. Filippo Cintolesi ha detto:

    Quando: prima che ricominci a moversi. Sara’ un po’ tardino ora, dipende dalla stagione dove sei.
    Come: a capitozza, appunto. Levi i pali piu’ o meno giovani e lasci la parte cicciuta e cortecciuta del tronco e delle branche.

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  28. Filippo Cintolesi ha detto:

    Ne approfitto per aggiornare, con un ricordo triste, quanto dicevo piu’ su in questa fila di commenti. Quel viticultore che vicino Pontignano legava le viti col sarcio, purtroppo non le leghera’ piu’.

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  29. mario ha detto:

    ….ecco ”Lui”non c’è più…ma nessuno ne parlerà…o quasi.. invece dei ”biologici -biodinamici ”ne parleranno un bel po’ fino a rimpinguarsi le tasche e .. a romperci i c.

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  32. Giacomo Mario ha detto:

    Sono un appassionato dell’agricoltura, tanto più dell’alberatura da frutto, ma, non sono tanto fortunato con le piante di mora di gelso, in particolare quella nera, ho provato diversi tipi di potatura ma nessuna mi a soddisfatto: Ultima volta l’ho tosata a zero, quando questa primavera e sbocciata a fatto un getto con dei rami lunghi ed tanti sono cresciuti verto il basso tanto da toccare a terra, con fogliame grande e verde, ma di more neanche una.
    Vorrei sapere dove e l’errore, dove sbaglio.
    Nell’atteso porgo distinti saluti G.B.

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  33. filippo cintolesi ha detto:

    Nessun errore, Giacomo. L’anno che si pota il moro, ovviamente niente more. Il moro e il gelso (per chi fa il sottile distinguo) sono come l’olivo: fioriscono (e quindi fruttificano) su rami dell’anno prima.
    Chi capitozzava il moro tutti gli anni lo faceva non soltanto per avere sempre frasca fresca da dare alle bestie, ma anche per non avere “la noia” delle more (che se non piacciono sono soltanto una rottura: macchiano e attirano insetti).
    Se si vogliono le more, l’inverno prima il moro non va toccato. Oppure va potato in modo diverso, non a capitozza.

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